Estremismo marocchino e bidonvilles

Nel corso degli anni che hanno seguito i tragici attentati di Casablanca ( 16 maggio 2003), un numero importante di osservatori hanno avanzato l’ipotesi che esiste una relazione causale tra l’esistenza delle bidonvilles e lo sviluppo delle violenze terroriste fondate sull’interpretazione falsificata del Corano. Secondo gli analisti la privazione sociale favorisce la violenza e particolarmente la violenza in nome della religione. L’esistenza di quartieri degradati in Marocco è cosa antica: rimonta all’era coloniale del XIX° secolo. In quell’epoca nuove città sorsero ovunque, costruite per accogliere i coloni francesi, spagnoli e portoghesi. E, nel movimento di esodo rurale, gli abitanti delle campagne abbandonavano le loro case per raggiungere il sogno di una nuova economia e del benessere. Bisogna pero’ sapere che molte di quelle nuove città non accolsero a piene mani i nuovi arrivati. I “piccoli marocchini” ( termine comune degli espatriati per definire le persone che si spostavano per ragioni economiche) si inventarono un nuovo tipo di quartiere: le bidonvilles. Casablanca, Rabat, Meknés, Fez, Marrakech e altre. Le bidonvilles riuniscono tutte le categorie sociali vulnerabili, private di sostegno sociale, anche il più elementare: acqua, elettricità, salute, educazione, trasporti. Queste privazioni, affermano gli osservatori, sono all’origine del comportamento anti-sociale degli abitanti delle bidonvilles. In effetti, economicamente marginati, si sviluppa incontrastata, una contro- cultura che abortisce la cultura dominante e il sistema dei valori. In passato queste zone, dove la legge e l’ordine non si imponevano (specialmente nell’enorme bidonville di Carrière a Casablanca), erano fucine di marocchini demuniti che si contrapponevano con il Movimento Nazionalista, contro l’occupazione francese, negli anni che precedettero il 1956, data in cui il Marocco riacquisto’ la sua indipendenza. Dopo il 1956 questi quartieri si tramutarono in contenitori dove la protesta operaia si opponeva al potere dello stato. Oggi le bidonvilles continuano a giocare lo stesso ruolo nella protesta sociale ma in questo caso l’ideologia che motiva le proteste è radicata nella religione. Questa tipologia di islamismo (o islam politico) ha preso la forma di una ideologia di protesta sociale e di un etica religiosa che pretende il potere. Promette giustizia per tutti in questo mondo e la salvezza per l’altro. Sostituisce il socialismo e il comunismo offrendo ai diseredati il mezzo di esprimere il loro rifiuto nel continuare a soffrire. Questo rifiuto è stato recentemente espresso nella maniera più estrema, attuando diversi attentati e tentativi di attentati a Casablanca, in particolar modo quelli organizzati nelle bidonvilles di Sidi Moumen, Douar Toma e Douar Scuela. Un analisi approfondita delle origini dell’estremismo puo’ includere la povertà e la disoccupazione. Ma questi fattori sociali non spiegano tutto. Le campagne marocchine, sottoposte alle stesse condizioni di povertà, non sono ricorse al terrorismo. Le zone rurali sono sempre organizzate secondo il rispetto di solide tradizioni, gerarchie, riti sociali e religiosi, valori tribali ben radicati nella vita delle campagne. Non è il caso delle bidonvilles, che sono totalmente disconnesse dalle istituzioni ufficiali e dalla società marocchina tradizionale, quindi più recettive alle ideologie estreme dell’Islam politico. Liberare i giovani marocchini da individui che possono gestire la loro situazione per inculcare idee estreme, implica necessariamente una riforma globale del sistema educativo, dei luoghi religiosi e della società, con l’aiuto di una vera emancipazione economica e di una solida giustizia sociale. In questo modo gli abitanti socialmente isolati delle bidonvilles marocchine avranno più chance di diventare membri attivi del tessuto sociale e politico del Paese.

°Ripropongo questo post datato 29 novembre 2009 su di un argomento trattato in questi giorni sui media italiani, anche oggi sulla Stampa di Torino

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