I granai collettivi, fortezze dell’Atlas.

Se in tutte le piane del Marocco la conservazione del grano avveniva nei silos, nell’Anti Atlas e sul versante sud dell’Alto Atlas i cereali, insieme ad armi e munizioni, avevano un posto d’onore in architetture monumentali a picco su degli strabiombi: i granai collettivi fortificati, un istituzione fondante nella vita comunitaria della montagna. La storia di questi importanti monumenti minacciati dal tempo.

Il cuore pulsante dell’Atlas conosce da secoli delle impervie condizioni atmosferiche, specialmente durante i suoi lunghi inverni: la terra sparisce sotto la coltre di neve, il ghiaccio paralizza gli scambi, i souks settimanali sono inesistenti.  La tradizione vuole che per salvaguardare dalle intemperie i raccolti si costruissero dei vasti edifici divisi in loggette individuali, messi sotto la tutela di un guardiano. Ma dopo gli anni ’70, con le mutazioni che conobbe il mondo rurale, l’istituzione di questi granai-fortezze venne a mancare. L’Atlas marocchino, particolarmente vasto e con picchi di oltre 4.000 mt, è da secoli impenetrabile ai più. Queste popolazioni non si sottomisero ai sultani e ai colonizzatori e soltanto le guerre interne mettevano a repentaglio la stabilità di queste terre difficili. Convenne quindi organizzarsi contro l’insicurezza degli attacchi e cercare di proteggere le  ricchezze progettando architetture difensive. Trecentododici siti di granai-fortezze sono stati censiti oggi in Marocco, dalle frange presahariane dell’Anti Atlas sino ai contrafforti settentrionali dell’Alto Atlas centrale. In armonia con il paesaggio circostante questi edifici furono costruiti in pietra rozzamente prelevata dai fianchi delle falesie ed erano predisposti alla difesa contro il nemico e contro l’umidità, restando quasi invisibili dalle vallate. Integrati ai villaggi dietro a delle cinte murarie comuni erano di difficile accesso e presentavano dei volumi che variavano secondo le regioni di appartenenza. I granai dell’Anti-Atlas occidentale, chiamati “Agadir” con una forma allungata e provvisti di torri per la guardia, si erigevano sino a venti metri d’altezza e loro mura, fortificate, erano provviste di una sola porta d’accesso, a volte rinforzata da un arco di pietra e terra secca. All’interno potevano custodire sino a 600 loggette per il grano, unite tra loro da lunghi corridoi a cui si accedeva da scale in legno grezzo e pietra. I granai dell’Anti-Atlas, chiamati “Ighrem“, erano ugualmente di forma quadrangolare, ma il piano interiore era organizzato attorno ad una corte centrale. Gli angoli erano muniti di torri difensive o garritte e sui muri della cinta erano esposti i cadaveri dei nemici. Il massiccio del Siroua e il versante nord dell’Alto Atlas orientale conta ugualmente di diversi granai circolari, sorta di bastiglie con un piano architettonico impreciso, e alcuni importanti granai/falesia che sono il prototipo arcaico di questi granai collettivi.

L’acceso era arduo e semplicemente si doveva camminare su dei tronchi intagliati che formavano una sorta di minuscolo marciapiede. Aggrappati alla roccia donano l’impressione di essere un tutt’uno con la montagna, lungimirante e non cosciente esempio di costruzioni ecofriendly, rispettoso dell’ambiente (in realtà dovevano mimetizzarsi per non essere visti). Molte di queste fortezze possedevano una cisterna per la raccolta di acqua piovana e le più grandi anche una piccola fonderia e la moschea. Tutte queste strutture erano guardate a vista da un responsabile che alloggiava nei pressi del muro di cinta e che veniva retribuito con una percentuale di ricavo dello stock presente nella fortezza. I granai-fortezza non sono stati solo un modello di ingegneria architetturale formidabile, studiati per la montagna, ma costituivano l’assise dei principi d’ordine, di stabilità e di coesione dell’organizzazione tribale delle epoche passate. Gestiti da una comunità di associati dai diversi strati sociali, che avevano ognuno la loro proprietà individuale di una o più parcelle, secondo il bisogno, furono per lungo tempo il simbolo di una sorta di repubblica ugualitaria. Un consiglio di notabili formato il più delle volte da sei membri, amministrava la comunita e dovevano attenersi ad una rigida carta interna, a volte scritta in arabo, a cui dovevano aderire tutte le tribù dell’Anti Atlas occidentale e centrale. Era di fatto una istituzione esclusivamente maschile essendo la gestione di un granaio extra-domestica, che dava luogo a diverse riunioni comunitarie e dove, ovviamente, le donne erano bandite.  Contrariamente al Sahara, dove le chiavi delle loggette per il grano, erano date in esclusiva alle donne, qui gli uomini detenevano le chiavi e solamente loro avevano il diritto di accesso. In generale i granai non servivano da abitazione ma in alcuni casi gli “Ighrem” fortificati, più piccoli di uno “Ksar” comprendevano una decina di abitazioni destinate ai famigliari dei montanari poco fortunati che, in inverno, si separavano dalla famiglia in cerca di lavoro altrove. La decadenza dei granai-fortezza collettivi iniziò con la pacificazione francese degli anni ’30. Il movimento di scomparsa accellerò negli anni ’70, nello stesso momento che la società si evolveva e le mode abitative prendevano piede. Influenzati dai gusti cittadini per le case in cemento, anche i montanari, a poco a poco, inziarono a non più considerare il loro patrimonio rurale, in primis l’architettura in pietra, in completa regressione. Oggi i granai collettivi non sono più funzionali, ovviamente, ma la loro dimensione affettiva resta importante nella memoria dei valligiani e qualche opera di recupero ha visto l’inizio con progetti budgettati dalle casse dello Stato. Agadir o Ighrem? I due termini sono berberi e designano lo stesso edificio: il granaio collettivo fortificato. “Agadir” (o Tagardit) è il nome utilizzato dalle tribù Chleuhs in tutto l’Alto Atlas occidentale. In lingua Tamazight, parlata nella parte orientale della catena, si preferisce il termine “Ighrem” la cui radice sottolinea l’idea di fortezza. All’incrocio delle strade tra Taroudant e Tata, un borgo rurale porta il nome di “Ighrem”. Il suo granaio, edificato nel 1745, è ancora gestito da un consiglio di anziani, come esige la tradizione. Pertanto la sorveglianza dell’edificio è stato recentemente affidato ad un guardiano che, regolarmente, causa le collette di foraggio per il bestiame, riunisce una comunità di donne predisposte, da sempre, alla cura degli animali. Un innovazione sociologica che merita attenzione considerato appunto che alle donne era proibito l’accesso a questi luoghi considerati di puro predominio maschile.

Da leggere: Granai collettivi dell’Atlas – di Salima Naji – Edizioni Edisud 2007

Una risposta a “I granai collettivi, fortezze dell’Atlas.

  1. ciao Paolo che piacere leggerti come stai? qui sta iniziando un lungo e piovoso autunno a presto e grazie per essere sempre in questo spazio colorato e ricco di informazioni

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...