Titus Burckhart e le Medine da salvare.

Nessuno oggi può non esserne certo: malgrado i rimarcabili sforzi compiuti nella salvaguardia e nella ristrutturazione, una parte importante del patrimonio architetturale marocchino è in gravissimo pericolo. Le medine, sotto la pressione dell’esodo rurale, dell’aumento demografico e della legittima tentazione dei conforts moderni, si trasformano in zone iperpopolate, caotiche, con i pedoni in serie difficoltà a muoversi per causa di una motorizzazione selvaggia e indiscriminata. Certo, non è il caso di tentare di museificare le medine, ma preservare questa eredità storica, che è il cuore stesso della cultura marocchina, è più che mai una necessità imperativa. Questa presa di coscienza non è nuova, e Titus Burckhart (1) è stato uno dei precursori più lungimiranti. Nato a Firenze nel 1908 e morto a Losanna nel 1984, questo intellettuale raffinato, alle volte fotografo, storico d’arte, pittore, scrittore e filosofo, si innamorò molto presto del Marocco, dove risiedeva sovente, e più in generale dell’l’Islam, traducendo, tra gli altri, alcuni importanti trattati di sufismo, L’Uomo Universale di Abd al-Karim al-Jili, e La Saggezza dei Profeti di Muhyî ad-din Ibn Arabi. Il ruolo che egli giocava nella salvaguardia della medina di Fès, per il quale fu ambasciatore dell‘Unesco, illustra ammirabilmente l’altezza morale delle sue idee e la sua conoscenza profonda della cultura islamica. Il ciclo di conferenze che tenne tra 1972 e il 1978, conferenze che Jean-Louis Michon e Edith Burckhardt hanno racchiuso in un libro dal titolo “Fès e l’urbanismo musulmano”, riportano un quadro chiaro e completo della situazione. Ottima l’iniziativa Medinas 2030, finanziata dalla Banca Europea di Investimenti, ambizioso programma di riabilitazione dei centri storici urbani mediterranei, messo in atto per per salvare le medine marocchine, tra cui quella di Casablanca, che però ha di fatto tralasciato una della medine più importanti del Marocco, in termini storici e di capolavori: la medina di Marrakech. Deplorevole e condannabile fatto che deve essere sempre tenuto in forte considerazione  dai sostenitori di questa splendida realtà, anche in questa sede. Ma per Titus Burckhardt, nessun programma di salvaguardia, l’esempio di Fès può essere esteso a tutte le medine del Marocco, non ha alcuna chanse di poter essere messa in opera senza l’accordo degli abitanti. Se si vuole preservare il carattere autentico di una antica città, bisogna tener conto dei bisogni moderni oltre ad assicurare lo spirito che una medina costituisce, una cornice di vita-modello per la religione. Leggenda o realtà, è sempre per un Re del Diritto Divino, “che esiste dunque un urbanismo tipicamente islamico che si fonde sull’idea che l’uomo e il rappresentante, il califfo, di Dio sulla terra e che vuole la città come luogo propizio all’appello dell’unità divina (tawhid)”, scrisse Jean-Louis Michon. La casa tipica della medina, quasi totalmente chiusa e di apparenza povera verso l’esterno, tutte somiglianti e di una raffinatezza a volte sorprendente al suo interno, “aperte sul cielo, manifestano una certa attitudine spirituale“, scriveva Titus Burckhardt. La sconvolgente omogeneità delle medine è dovuta al fatto che sono costituite a partire da una unità di base, il beït, uno spazio abitabile rettangolare; diversi buyut raggruppati attorno ad una corte centrale o ad un giardino, formano una casa più o meno grande e infine, “l’insieme di case di un quartiere, o della città, darà esattamente l’impressione di un agglomerato di cristalli di rocca perchè gli elementi della stessa struttura e delle proporzioni si ripetono con diversi scalini di grandezza“. L’architettura tradizionale, che riceve l’aria e la luce dalla corte interna (patio), permette da fuori una agglomerazione più compatta degli edifici. “Inoltre, le stradine non sono altro che dei corridoi d’accesso, che preservano gli abitanti dagli sguardi, dal rumore e dall’inquinamento. Infine, nella struttura stessa, la medina separa nettamente gli spazi della vita famigliare e quelli della vita pubblica, che hanno ognuno i loro quartieri specifici.Le due dimensioni non si amalgamano. C’è la vita personale, sacrosanta, e c’è la vita collettiva, necessaria, che si sviluppa tanto più facilmente se la prima si accantona nel suo spazio. Al contrario dell’urbanismo moderno, la medina esprime una sintesi, saggiamente equilibrata, di bisogni materiali, psicologici e spirituali dell’uomo. Si può constatare che l’urbanismo musulmano corrisponde ad una visione globale dell’uomo e della società, e che i suoi principi obbediscono a delle necessità materiali come a necessità e convinzioni spirituali tout court. Titus Burckhardt ha intavolato una discussione che annulla il caso specifico di Fès e che può non solamente guidare il lavoro della salvaguardia in toto delle medine maghrebine, ma molto più in avanti, aiutare a risolvere i numerosi problemi che, ovunque nel mondo, assillano gli urbanisti moderni.

(1) Titus Burckhardt consacrò  tutta la sua vita agli studi e alla esposizione dei differenti aspetti della Saggezza e della Tradizione. Nell’età della scienza moderna e della tecnocrazia, Titus Burckhardt fu uno dei più sottili e potenti interpreti della verità universale, nel campo della metafisica, della cosmologia e dell’arte tradizionale. In un mondo dove regnava l’esistenzialismo, la psicanalisi e la sociologia, divenne un dei più importanti porta-parola della philosophia perennis, saggezza che si esprime nel Platonismo, nel Sufismo e nel Taoismo.

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