Il Digiuno nel Maghreb: tempi duri per i non-digiunanti.

Tra rivendicazioni democratiche e rinnovamento islamico, il rispetto della libertà di coscienza è passato in secondo piano in questo Ramadan 2015. Da quando la primavera araba ha segnato i suoi  colpi, i non-digiunanti  rischiano comunque grosso in Maghreb.

Inchiesta su di un paradosso.

Il Corano considera il digiuno del mese sacro del Ramadan come uno dei cinque pilastri dell’Islam e non sussistono delle penalità a chi non lo rispetta. “Era talmente inimmaginabile non osservare le regole del Ramadan che il Profeta non aveva previsto pene”, dichiara Malek Chebel, antropologo dell’Islam. Di colpo, gli uomini hanno dovuto  creare ex novo le omissioni del testo sacro. Da Casablanca a Tunisi, astenersi dal digiuno durante il Ramadan è mal visto e può avere delle conseguenze pesanti per i refrattari. Pene di prigione esplicite e accuse nebulose per “punire” gli eretici del Ramadan, oltre alla pressione sociale e l’animosità popolare. Ogni paese del Maghreb possiede la sua ricetta particolare per reprimere i non-digiunanti. In Marocco, l’articolo 222 del codice penale parla chiaro, sottolineando che “tutti gli individui conosciuti per la loro appartenenza all’Islam che rompono ostentatamente il digiuno in luogo pubblico durante il Ramadan sono passibili da uno a sei mesi di prigione ferma e una ammenda”. Una disposizione denunciata più volte da molti cittadini, in particolare gli aderenti al Movimento alternativo per le Libertà Individuali (MALI). Questo gruppo tentò di organizzare diversi pic-nic durante i Ramadan, ma vennero immediatamente circondati dalle forze dell’ordine e alcuni di loro arrestati.  Il Movimento 20 Febbraio, fautore delle proteste in Marocco, non ha fatto sue le rivendicazioni del MALI, che sembra aver dimenticato. “Esiste un consenso talmente forte riguardo al mese del Ramadan che i manifestanti non sono riusciti a raggruppare intorno a se molti sostenitori (vedi rispetto delle libertà individuali e la libertà di coscienza). È un soggetto molto conflittuale, e sembra non sia più una priorità per i membri del Movimento, alcuni dei quali aderiscono al Mali”, dichiara Jean-Noël Ferrié, ricercatore al CNRS, specialista del Marocco e dell’Egitto. “Anche in privato, il digiuno è quasi un obbligo, a causa della pressione sociale fortissima. Nel resto dell’anno il paese è piuttosto liberale, ma la morale sembra concentrarsi durante il mese sacro”, analizza ancora Ferriè. Non è solamente il digiuno, anche il comportamento deve essere decente. Le donne per esempio, non si truccano durante il Ramadan. Ma secondo il ricercatore, il fervore popolare non è lo stesso che in Egitto dove le donne continuano a truccarsi in maniera molto evidente e pesante. E non digiunare in Egitto non è un atto penalmente rilevante anche se nel 2010  un abitante di Assouan venne arrestato dalle forze dell’ordine per non aver osservato il digiuno. Infatti, durante il regime di Moubarak, la polizia aveva il diritto di definire chi costituiva o no, attentato all’ordine pubblico. Perché anche in Egitto è la pressione sociale che comanda. La maggioranza dei ristoranti e dei caffè aprono in ore serali, alcuni per lo F’tour (rottura del digiuno) e chi è aperto mostra una grande prova di discrezione lasciando le tende abbassate. Tutti sono sul  chi vive! “Per mangiare un sanwich devo  chiudere le finestre perchè non voglio, per esempio, che il portiere sappia che io non digiuno, solo i miei più cari amici sono al corrente di questa mia scelta, spiega Salma, una studentessa del Cairo. Ma la pressione è ancora più forte presso i vicini algerini. Se il digiuno non è regolamentato come un obbligo per la legge, gli affari giudiziari contro i non-digiunanti si sono moltiplicati in questi ultimi anni, anche  verso i cristiani che rappresentatno lo 0,2% della popolazione. Il 5 ottobre 2010, due operai cristiani vennero arrestati perchè sorpresi a mangiare sul luogo di lavoro e giudicati. Considerando che nessun articolo prevede una condanna per un caso del genere, il tribunale di Aïn el-Hammam rilascio’ i poveri “miscredenti”.  Dopo aver rilasciato i due operai però, lo stesso tribunale condannò il 22 ottobre dello stesso anno,  Bouchouta Fares, a due anni di prigione ferma e a 100.000 dinars (1.000 euro) di ammenda per lo stesso fatto. “I giudici si appellano sovente ad una disposizione speciale del codice penale algerino: l’articolo 144 bis 2, che prevede delle sanzioni in caso di offese verso il Profeta  o ai precetti dell’Islam”, spiega la giudice  Miloud Brahim. Anche in uno stato laico come la Tunisia, in piena rivoluzione democratica, l’ambiente non è veramente dei migliori. Durante molti decenni il paese contava un numero consistente di non-digiunanti, in seguito all’appello dell’allora presidente Bourghuiba nel 1960, per combattere il sotto-sviluppo, mentre oggi la situazione si è capovolta. Da qualche anni, il rinnovamento islamista è riuscito, poco a poco, a marginalizzare i non-digiunanti, obbligandoli alla discrezione più totale. I caffè e i ristoranti che continuano a servire bevande e cibi durante la giornata lasciano le loro porte di ingresso completamente chiuse. Quest’anno, dopo i tumulti “democratici”, è ancora più difficile trovare un locale aperto nella capitale. La maggioranza di questi  stabilimenti sono chiusi dall’inizio del Ramadan. Le ragioni di questo cambiamento?  “La paura di eventuali rivolte popolari e la situazione attuale del paese”, analizza Mohammed Kerrou, professore di Scienze Politiche alla Facoltà di Diritto di Tunisi. L’obbligo della chiusura è stata presa comunque in esame dal nuovo Governo transitorio, prima di essere  rigettata. In seguito alle ondate di violenza che ha toccato diverse città del paese in luglio, all’attacco di un cinema a Tunisi dopo la proiezione del film “Ni Allah, ni maïtre” (Ne Dio, ne padroni) da parte di un gruppo islamico, i proprietari dei locali hanno preferito astenersi dall’aprire le loro porte. Soltanto gli Hôtels sono aperti e permettono ai tunisini non-digiunanti  di sostenersi nella giornata. Per prevenire eventuali  risse, una campagna preventiva dal titolo “Ramadan senza violenza”, che raggruppa diverse ONG e partiti politici, è stata lanciata mercoledi’ scorso.  “Le cose riprenderanno il loro corso normale, fatto salvo che gli islamisti non vincano le prossime elezioni”, conclude Mohammed Kerrou.

Cosa dice il Corano ?

Il Corano evoca il Ramadan nelle sue Sure. E’ un obbligazione divina, pilastro della fede islamica:

O voi credenti, il digiuno è stato prescritto, comme fu prescritto a quelli che vi hanno preceduto. Possiate voi  credere in  Dio”  (Sura II, Versetto 183)

“Un numero di giorni, fatto salvo chi di voi è malato o in viaggio, che potrà recuperare lo stesso numero di giorni ulteriormente. Chi deve digiunare ma non ci riesce, dovrà riscattarsi nutrendo un povero. Colui che concederà un tale bene sarà esente, ma digiunare resta ancora il meglio per voi” (Sura II, Versetto 184)

Secondo la traduzione di  Malek Chebel, Il Corano, Le Livre de Poche, Fayard, 2009.

Credits: Jeuneafrique.com

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