Marocco: le ragioni di una evoluzione stabile.

Contrariamente ad altri paesi dell’Africa del Nord, che hanno conosciuto delle rivolte popolari, il Marocco di fatto è un eccezione. Nel suo discorso del 9 marzo scorso, il re Mohammed VI ha lanciato dei grandi cantieri per le riforme costituzionali, un iniziativa salutata entusiasticamente ovunque nel mondo a tal punto che si inizia a parlare di “modello marocchino di riforme”. Errachid Majidi, ricercatore alla Facoltà di Economia aplllicata dell’Università Paul Cézanne spiega il perchè di questa “evoluzione stabile”, dal passato ad oggi. Una visione originale sulla specificità marocchina in un mondo arabo in piena rivoluzione e per capire meglio questo fenomeno.

Se il principale vantaggio della democrazia in rapporto alla dittatura risiede nella sua capacità di perennizzare un alternanza pacifica al potere durante lunghi periodi, i regimi monarchici sono situati generalmente in una posizione intermedia tra gli altri due sistemi. Due fattori possono spiegare questa situazione. In primis, la monarchia crea un ambiente politico poco proprizio all’emergenza delle crisi legate alla successione del potere. E’ sovente istituzionalizzata e giova di un largo consensus nella società civile. In questo caso, il parallelo con il caso tunisino, egiziano e libico, puo’ essere interessante. In effetti, le rivolte si sono sviluppate in questi paesi nel momento in cui i regimi al potere proiettavano delle trasmissioni azzardate del potere all’interno delle famiglie presidenziali. In Marocco, la transizione del potere al re Mohammed VI è stato effettuato con modalità pacifiche perchè non è stata contestata in seno alla popolazione e alla classe politica. Secondo, la longevità delle successioni all’interno  della  stessa dinastia o tra diverse dinastie, finisce per rivestire l’istituzione monarchica di una legittimità storica. In questo contesto è  meno propizia all’emergenza di una predazione istituzionale perchè i re si iscrivono in generale in una linea dinastica che si vuole perennizzare, e soprattutto non ci si vuole addossare la responsabilità dell’averla fermata. Contrariamente al regime egiziano o tunisino che sono stati instaurati rispettivamente nel 1952 e 1956, la monarchia marocchina regna da oltre 1200 anni (tre secoli e mezzo per la dinastia regnante attualmente). Oltre al radicamento nella storia, gode di una legittimità religiosa perchè il re ha lo status di comandante dei credenti. Per questa doppia legittimità, l’istituzione monarchica costituisce agli occhi di molti marocchini una garanzia di stabilità e di unità in seno ad una nazione che non ha vissuto nessuna rivendicazione regionale o identitaria. In questo quadro, nell’insieme, non è cosi’ sorprendente constatare che contrariamente ai loro omologhi egiziani e tunisin,i che chiedono la caduta dei loro regimi, i manifestanti marocchini reclamano piuttosto una evoluzione democratica all’interno del regime monarchico. Hanno evitatato (i manifestanti), l’errore fatto dalle frange estreme della sinistra marocchina che attaccarono, negli anni ’60, la natura stessa del regime, allontandosi da una grande parte del popolo maroccjhino. Stesso errore compiuto dai francesi che allontanarono, in esilio, il re Mohammed V, toccando cosi’ il sentimento religioso e nazionale dei marocchini che si organizzarono in un movimento di rivolta che risulto’ poi fatale al colonialismo francese, creando le basi per il ritorno del re e all’indipendenza del paese. Oltre alla sua legittimità, la monarchia marocchina ha dato prova di una capacità di adattamento e di “aggiustamento” degli assi nazionali e internazionali, molto meglio dei cugini maghrebini. Dopo la caduta del muro di Berlino, quando la Tunisia opto’ per una repressione violenta degli islamisti e l’Algeria scelse un apertura politica male organizzata che sfocio’ in una guerra civile sanguinaria, il Marocco di Hassan II preferi’ una via mediana. Quella di una apertura politica che porto’ la sinistra in testa al governo dell’alternanza (1998) e integro’ una parte degli islamisti nel gioco politico. L’arrivo di Mohammed VI al potere suscito’ un reale soffio di speranza tra la popolazione e, di fatto, molte migliorie sono state registrate a livello delle infrastrutture e dell’impiego dei giovani, soprattutto nei grandi centri urbani. Inoltre, molte iniziative importanti sono state intraprese e portate a termine come il Codice della Famiglia o l’indennizzo alle vittime degli anni di piombo. In queste condizioni, il Marocco degli anni 2000 ha conosciuto la nascita di un quadro globalmente più rispettoso delle libertà individuali e collettive, un quadro che probabilmente ha permesso la canalizzazione della contestazione e ridotto la frustrazione generalizzata che dominava durante tutti gli anni ’80. Vero è che gli attentati del 16 maggio 2003 a Casablanca hanno dato luogo al  ritorno di una politica molto dura, di sicurezza estrema, accompagnata da qualche restrizione sulle libertà civili. Altre lacune persistono e toccano i campi della giustizia, giudicata ancor oggi poco efficace, l’amministrazione pubblica dominata dalla corruzione e la disoccupazione dei giovani. In questo quadro, la riforma della giustizia annunciata nel discorso reale del 9 marzo potrà essere una tappa, un  preambolo alla creazione di un ambiente istituzionale che stabilizzi lo stato del diritto, proteggendo i diritti di proprietà. Una riforma che potrà porre rimedio ai problemi della corruzione e della disoccupazione ma anche consolidare la stabilità della traiettoria economica e politica del Marocco.Certo, bisognerà attendere il testo della Costituzione per valutarne il contenuto, ma possiamo già da ora affermare che optando per la via delle riforme, il re Mohammed VI ha scelto di accompagnare abilmente il movimento democratico arabo anzichè subirne le conseguenze. Una decisione che smorzerà notevolmente il rischio rivoluzionario, consolidando le basi di questa evoluzione politica di stabilità scelta dal Marocco.

Articolo pubblicato in collaborazione con  Un Monde Libre

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