14 Kilometros

Continueranno a vivere e a morire, perchè la storia ha dimostrato che non c’è muro capace di contenere i sogni“; il regista di 14 kilometros, Olivares, prende in prestito una riflessione della scrittrice spagnola Rosa Montero, e  la pone a chiusura del suo lavoro affidando ai sogni il ruolo di unica certezza possibile. Dal Mali al Marocco, passando per Niger e Algeria, un odissea dei giorni nostri, speranza frustrata e disperata, viaggio impossibile di morte e improbabile resurrezione. 14 kilometros è il film dei migranti, girato nella terra dei migranti, con la sabbia tra le narici e l’acqua sempre mancante. Quattordici chilometri corrispondono alla distanza che separa l’Africa dall’ Europa, ma rappresentano anche la barriera che separa i sogni di milioni d’ africani che vengono in Occidente; la loro unica via di fuga per scappare dalla fame e dalla miseria. Attraverso la guida di tre giovani, Violeta, Buba e Mukela, si percorre un lungo e pericoloso viaggio attraverso il Sahara per conoscere tutto ciò che i mezzi di comunicazione non hanno mai svelato. Buba, ragazzotto del Niger che palleggia e dribbla bene il pallone bianco del calcio; Violeta, giovane in fuga perchè promessa sposa di un vecchio pastore maliano. Sono loro ad attraversare mezza Africa, da sud a nord, a patire il freddo, la fame, il disorientamento (mortale per il fratello di Buba).  Le incessanti immagini televisive delle imbarcazioni che cercano di raggiungere le coste delle isole Canarie ci hanno reso insensibili davanti a questo dramma e le immagini di visi esausti che vediamo testimoniano la durezza del viaggio; un viaggio che ha origine a mille chilometri di distanza e che può durare anche anni.  Questo è quello che vuole rendere noto 14 kilometros. Questo film è un omaggio per tutti coloro che hanno trionfato e per coloro che hanno fallito; per tutti coloro che ancora vivono e per coloro che sono morti nella loro impresa. A tutti loro la nostra ammirazione e il nostro  rispetto. Olivares percorre  la tragica illusione dei disperati  che credono siano i 14 chilometri dello Stretto a separarli dall’ agognata felicità. La macchina da presa stringe su Buba e Violeta, è a loro che rivolge il suo sguardo discreto ma presente, li segue passo passo nella loro estenuante odissea. Dell’onirico continente europeo vedremo solo la punta più meridionale, Tarifa, la città andalusa dove sbarcheranno i due ragazzi; oltre a questi pochi flash, l’Europa è data solo come riflesso nei sogni dei migranti, al regista non interessa metterla a fuoco. È l’Africa che interessa ad Olivares, con le sue contraddizioni e la sua disperazione, è sull’Africa che investe e sembra voler disperatamente gridare che anche i suoi abitanti dovrebbero farlo. La pellicola trasuda amarezza da ogni inquadratura, l’amarezza della fuga dalla propria origine, del voler recidere le radici in nome di un’utopistica vita migliore. La vivida fotografia fatta di tramonti in controluce e spazi naturali incontaminati (che custodiscono tragiche realtà di vita) contribuisce alla preziosa poesia di una film che non perde mai la delicatezza di una storia di giovani anime che credono in un sogno che forse, resta ancora possibile. La storia di Buba e Violeta mi ha lasciato addosso la spietata  durezza del deserto, quel deserto che al contempo allontana e imprigiona a sé. Colonna sonora da brividi. Ve lo consiglio davvero, lo trovate in videonoleggio o in PPVsul web.

 

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