Saper dire basta, fermarsi in tempo.

Le manifestazioni si sono fatte e si sono prodotte in un ambiente di maturità da una parte e dall’altra della barricata, mostrando che è stato possibile rivendicare i propri diritti  in Marocco (cosa che comunque si fa quasi quotidiamente con scioperi sindacali, manifestazione poltiche e quant’altro), e che i marocchini sono ben inquadrati e preparati al  rispetto mutuale. E’ onesto anche salutare l’attitudine delle forze dell’ordine, fatto salvo alcuni episodi di  difesa dei beni privati e pubblici, ma è prerogativa di tutte le manifestazioni quando il gioco si fa duro. Gli atti di vandalismo che sono seguiti, hanno gettato una triste luce su quelle giornate che si erano svolte senza violenze. Queste marce hanno avuto come effetto quello di “liberare la parola”, di accendere un faro sulle richieste di giustizia, di dignità, di uguaglianza, sulla lotta alla corruzione, contro l’arricchimento illegale… L’impiego, la salute, l’educazione sono stati gli slogan principali delle rivendicazioni. Dopo queste, la tela che è stata ricamata, è diventata un luogo di scambio, di dialogo, di presa di posizione dei giovani marocchini, e tanto meglio!; devono parteciparvi tutti illuminando  i dibattiti, mostrando il bisogno di esprimersi della gioventù , ma anche la loro maturità, le loro coscienze. Il messaggio è dunque passato! Oggi, questi iniziatori nati da Facebook chiedono nuovamente di partecipare ad una altra manifestazione,  il 20 marzo prossimo. Cosa bisogna pensare?  In primis ricordare che la stragrande maggioranza della gioventù marocchina non è scesa in strada il 20 febbraio (le rivendicazioni annunciate quel giorno sono le loro da lungo tempo), e questo per diverse ragioni: la manipolazione strumentale, la politicizzazione di alcune parole d’ordine ma anche il fatto che non sapevano chi chiedeva di scendere in piazza. In effetti, questi giovani del Movimento 20 febbraio non li conoscevano; non sono dei militanti associativi, nessun attore culturale, nessuna figura emblematica delle azioni nei quartieri, in breve, per la maggioranza dei giovani marocchini, si trattava di  perfetti sconosciuti nei quali non si riconoscevano affatto. Esiste una grande differenza  tra l’esprimersi sui media, lanciare delle parole d’ordine via internet e stare sul terreno, e peggio ancora sono stati gli annunci di avvisi perentori dall’estero, che sono stati diversi e tristi.  Per ritornare al nuovo appello per una marcia,  ci si pone una domanda: quale è l’obiettivo? Ottenere che le rivendicazioni siano soddisfatte, risponderebbero quelli che lanciano l’appello per il 20 marzo! Ovvio,  ma queste richieste sono state fatte appena due settimane fa ed è legittimo attendere una risposta, ma una risposta richiede  un lasso di tempo ragionevole per giudicare/verificare quello che si è deciso e annunciato dal Governo. A rimarciare, non si rischia di fare uno scivolone e indietreggiare? Saranno le stesse parole d’ordine, gli stessi slogan e le stesse richieste!   Inoltre, non esiste il rischio di assistere nuovamente a delle scene di saccheggio e di violenza, con la conseguenza reale di allontare i turisti quando, in questo momento storico, si potrebbe beneficiare all’inverosimile sugli avvenimenti del Maghreb (pensiero cinico ma economico). Non è forse il tempo di passare dalle rivendicazioni alle proposizioni, ci sono dei mezzi civici per fare proprie le numerose idee  sbocciate su Facebook, Generationlibre, Maroc’Id, ecc… Certo, i giovani sono impazienti  e questo è legittimo, lo siamo stati tutti impazienti da giovani, ma si tratta del bene del Marocco, dell’avvenire dei marocchini, del divenire della gioventù: si sappia dare tempo al tempo.

Credit:   Ahmed Ghayet/Aujourd’hui Le Maroc/

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