La nuova Resistenza in Marocco, tra schizzofrenia e individualismo.

Nel 2008 scrissi un post relativo alla schizzofrenia dei marocchini. Mi domandavo  quale era realmente il problema di questo splendido paese, aldilà della retorica religiosa e del nazionalismo imperante. Ancora oggi analizzo i fatti quotidiani, intervisto persone, cristalizzo situazioni anomale, cerco di capire. Con difficoltà. Mi vieni aiuto una bella canzone del gruppo Hoba Hoba Spirit, vere stars qui in Marocco, che hanno fatto di un loro brano, “Bled Schizo” (Paese schizzofrenico), l’inno di una intera generazione di marocchini. Una canzone che descrive bene il Marocco, alle volte moderno, direi modernissimo, aperto sul mondo e rispettoso dei Diritti Umani ma che punisce da sei mesi a tre anni gli omosessuali (art.489 del Codice Penale). Un Marocco dove ottocento donne abortiscono giornalmente, sapendo che rischiano sino a due anni di carcere. Tradizionalmente, la società marocchina gestisce le sue contraddizioni stabilendo una frontiera invalicabile tra la vita pubblica e quella privata ma, da poco, questo “contratto sociale” sembra stia per naufragare, grazie appunto alle nuove generazioni, nutrite con il biberon dell’individualismo. Attivisti che combattono con l’anima per la democrazia e le libertà politiche e religiose, che reclamano il diritto di ciascun essere di poter disporre del suo corpo e della sua coscienza. Colpi mediatici, interviste fracassanti, questi nuovi resistenti si espongono per difendere la legalizzazione dell’aborto, la depenalizzazione dell’omosessualità o la libertà religiosa (checchè se ne dica NON esiste libertà religiosa in Marocco). I progressisti li definiscono “sradicatori di tabù“, “volgari provocatori” per le frange più conservatrici della società, questi nuovi paladini delle libertà individuali non lasciano nessuno indifferente. In generale sono figli della classe media, laureati, poliglotti, aperti sul mondo, avidi delle nuove tecnologie di comunicazione, in particolare Facebook che permette loro di avvicinare molte persone e promuovere le loro azioni. Nel 2009 il MovimentoA lternativo per le libertà individuali (MALI) annuncio’ proprio su Internet la sua intenzione di organizzare un pic-nic in pieno Ramadan (i non-digiunatori) per chiedere l’abrograzione dell’articolo 222, che punisce da uno a sei mesi di reclusione (senza condizionale) chi mangia pubblicamente durante il digiuno. In una settimana, il Mali, raccolse il sostegno di oltre duemila persone sul social network Facebook.  Sempre grazie ad Internet l’Associazione KIFKIF, con base in Spagna essendo fuorilegge in Marocco, ha potuto farsi conoscere e distribuire il magazine Mithly (omosessuale).  Questi gruppi sono sempre sostenuti dagli intellettuali del paese e dalla stampa indipendente come il settimanale Le Journal o Tel Quel, sapendo bene come gestire le relazioni mediatiche, il più delle volte per creare scandalo, altre per proteggersi. Molti di questi attivisti sono giornalisti, come nel caso di Zineb El Rhazoui, coofondatrice del MALI, e la maggioranza dei membri di KIFKIF. Nel maggio 2009, il Dott. Chafik Chraïbi organizzo’ il primo congresso nazionale sull’aborto clandestino, eliminando di fatto un tabù che pesa su questa pratica. L’importante è sensibilizzare il pubblico e aprire un dibattito, queste le priorità del medico coraggioso. Nel giugno 2007, lo scrittore marocchino Abdellah Taïa fece outing in una intervista al settimanale Tel Quel. Il recente riconoscimento come vincitore del Premio Flores 2010 lo ha reso nuovamente appettibile ai media nazionali.  Nel 2009, Samir Bergachi, il giovane presidente di KIFKIF, decise di entrare in Marocco. All’inizio poteva sembrare un suicidio ma spinto dall’insistenza di alcuni giornalisti  arrivo sul suolo natio per alcuni dibattiti. “Certo il Marocco non è lo Yemen“, dichiaro’, “e non è una società totalmente omofoba con un potere che esercita repressioni sistematiche contro gli omosessuali”. Per difendere le loro cause, questi resistenti si schierano deliberatamente contro la legge, attirando a se polizia o amministratori, ma ad oggi pochi di loro sono finiti  in galera (ripeto ad oggi). “Il potere è in una posizione scomoda“, spiega il politologo Mohamed Darif. ” Da una parte è cosciente della realtà quotidiana, che è spesso lontana dalle soffocanti dinamiche religiose, dall’altra deve rassicurare gli islamisti per garantire la pace civile e mantenere un arsenale giuridico molto duro. Di fatto il Marocco sta diventando un sistema semi-laico. Ma nella misura dove è legittimata la monarchia, la religione resta assolutamente centrale. In queste condizioni è impossibile immaginare che la legislatura si allinei alla società e abolisca queste leggi. Sarebbe un suicidio politico. “, conclude  laconico il politologo.   Ma gli attivisti sono realisti, comprendendo la posizione dello Stato. Il Dott. Chraïbi sa che “la società non è pronta per una liberizzazione totale dell’aborto. Per questo non bisogna utilizzare dei termini che possono choccare“. Parla come medico piuttosto che come ideologo e ricorda al Marocco che il 13% dei casi di mortalità nelle donne sono legati all’aborto e che il 35% delle donne tra i 15 e i 49 anni hanno fatto ricorso a questa pratica almeno una volta nella loro vita. Non senza un certo pragmatismo, Chraïbi,  evita lui stesso di camminare sul terreno moralistico e chiede semplicemente di far uscire dalla clandestinità questa pratica. Per questo ha lanciato un sito web e un numero verde attivo 24/24.  In una società abituata ai consensi e al rispetto delle tradizioni, questi coming out creano disordine. Il pic- nic  dei non-digiunatori venne duramente represso dalla polizia e alcuni membri del MALI furono arrestati per essere rilasciati qualche giorno dopo. Per Mustapha Khalfi, del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PJD, islamista), la provocazione è un cattivo metodo: “Le persone hanno il diritto di criticare la legge e di cercare di cambiare la società. Ma per fare questo non bisogna choccare nessuno“.  Una constatazione che condivide Fatiha Layadi, deputata del Partito Autenticità e Modernità (PAM) che ha dichiarato in una intervista:  “Urtando l’opinione pubblica si rischia di nutrire  il populismo degli islamisti e fornire degli argomenti ai più tenaci conservatori della società marocchina“. I militanti pero’ non ci stanno a queste anacronistiche affermazioni politiche ricordando che “quando non è sollecitata la religione difficilmente sale sullo scranno del giudizio. Dopo la riforma della Moudawana (Codice della Famiglia) o l’autorizzazione alla vendita della pillola del giorno dopo, nessuno ha protestato“. Oggi il principale ostacolo e l’ignoranza e l’analfabetismo. La società marocchina manca ancora di  coraggio e  si sottomette passivamente alle norme. Ad oggi solo l’AMDH (Diritti Umani Marocco) e alcune associazioni sostengono pubblicamente i difensori delle libertà individuali. Da ricordare che il Marocco è segnatario delle convenzioni sui Diritti Umani e che, in teoria, è tenuto a rispettarle. I dibattiti sono aperti anche se profondamente bloccati e boicottati, paralizzati dalla società marocchina, individualista e lontana dai parametri che vuole fare credere al mondo. Sino a quando si dovrà ancor cantare il refrain di “Bled schizo…”. Lo chiedo ai giovani marocchini e non sanno ancora darmi una risposta. Dura Lex.

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