Piaceri nascosti: l’erotismo in terra d’Islam. (Ia parte)

Nella loro lingua, non è lecito che un uomo esprima la sua passione per un giovane uomo. E’ deplorevole questo genere d’espressione. Ed è per questo che, quando si vuole tradurre i nostri libri, si sostituisce “amo un giovane uomo con “amo una persona “, per non essere in imbarazzo. Scrivere su queste cose è una pura perversione per loro“. L’autore di queste righe non è uno scrittore europeo o un giornalista americano che deplorano le sorti riservate alla letteratura gay nelle zone tribali afgane, ma un viaggiatore egiziano che descriveva i costumi del popolo…francese nel XIX° secolo!. In questo estratto dei suoi ricordi del viaggio a Parigi, lo sceicco Rifaa Tahtawi spiega come gli scrittori francesi erano imbarazzati all’idea di tradurre in francese delle poesie e dei canti arabi che celebravano la bellezza dell’uomo o che evocavano degli amori omosessuali. Nel suo celebre “Alla ricerca del tempo perduto“, Marcel Proust si ricorda dell’esitazione della  madre ad offrirgli una delle due traduzioni disponibili del “Le Mille e una notte“: la prima, più o meno fedele al testo originale in arabo, l’altra spurgata da tutti i contenuti erotici o omosessuali. Per queste società europee, la perversione, il libertinaggio e la corruzione morale arrivavano dall’altro: il musulmano. La letteratura araba, persiana o turca era all’epoca vista con occhi cattivi e diffidenti. I costumi arabi potevano choccare: nel XVII° secolo, Joseph Pitts, un giovane inglese catturato dai corsari algerini, descrive nelle sue memorie, non senza avversione ed orrore, come ad Algeri “gli uomini si innamoravano dei ragazzi, come in Inghilterra si faceva con le donne“. Questi esempi possono far sorridere o irritare. Ancor più se si pensa che oggi l’idea dell’omosessualità sia una “moda” straniera, una perversione occidentale che degli spiriti malintenzionati cercano di importare nelle caste contrade musulmane. I fautori di questi discorsi, conservatori e binari, schivano tutta una parte della storia e della cultura musulmana eliminando quindi la poesia libertina araba e persiana, i trattati erotici e tutta la letteratura che esalta temi scottanti, scritti per altro da teologi musulmani. Abou NouassOmar El Khayam e Al Jahid, tutti questi grandi autori di testi a carattere omosessuale, non sono, per buona parte dei musulmani, mai esistiti. E’ chiaro e lampante che esiste una storia musulmana dell’omosessualità che illumina sotto un altra angolatura l’evoluzione della società araba e i loro rapporti con la sessualità e il piacere. La religione e i testi sacri dell’Islam proibiscono l’omosessualità e la considerano come un vizio e un bassezza. Su questo punto, l’Islam si inserisce nella continuità delle altre religioni monoteiste, riprendendo la storia di Sodoma e le sorti del popolo di Loth per proibire l’omosessualità. Come spiega il tunisino Abdelwahab Boudhiba nel libro “La sessualità nell’Islam” (1975, Ed.Puf), l’Islam ha una visione della coppia fondata “sull’armonia prestabilita e premeditata dei sessi“. Questo presuppone una complementarietà congenita del maschio e della femmina. Lo scopo di questa complementarietà è il godimento e il piacere, ma anche e sopratutto la procreazione e il perpetuarsi della razza umana. In questo spirito, l’omosessualità è una violazione dell’armonia naturale e una minaccia di anarchia e disquilibrio. Il Corano non precisa delle punizioni specifiche che sanzionano l’atto omosessuale, cosa che apre di fatto ad un dibattito teologico sulla natura delle punizioni. Solo dopo un hadith del Profeta, la sanzione era stata fissata con la pena di morte, riproducendo cosi’ il castigo divino che si abbattè sul popolo di Loth. Tuttavia, la similitudine con Zina (la fornicazione) è evocata da alcuni ouléma musulmani per stabilire delle variazioni alla sanzione: la lapidazione sino alla morte dell’omosessuale sposato e colpi di frusta per i celibi. L’omosessualità femminile è trattata con un indulgenza relativa e non è assimilata alla fornicazione o all’omosessualità maschile. Ma scrivero’ di questo nella seconda parte. Nella teologia musulmana, la pratica dell’omosessualità per poter essere dimostrata come un fatto accaduto richiede le stesse prove della fornicazione: la testimonianza di quattro persone che attestano di aver visto una penetrazione totale o meglio aver ascoltato una confessione senza ritrattazione delle persone interessate. Un esigenza fantasmagorica che rende quasi sempre inapplicabili le sanzioni che colpiscono le pratiche omosessuali. Fréderic Lagrange ricorda nel suo libro “Islam del proibizionismo, Islam del piacere” (Ed.Tétraèdre, 2008), che i giuristi musulmani ringraziano sovente Dio “del poter nascondere i vizi dei credenti che non sono ostentati nella loro trasgressione della legge divina“. Ma l’evoluzione della società musulmana, dopo le conquiste militari e il contatto con altre civiltà ha prodotto delle realtà nuove e degli stili di vita diversi da quelli dei testi religiosi prescritti e proibiti. L’espansionismo dell’impero musulmano, in particolare sotto la dinastia abbasside, genero’ un cambiamento di valori e di norme, e nuove abitudini apparvero. Gli amori maschili non furono più dissimulati, nascosti o repressi, ma furono proclamati e tollerati. Amori non solo carnali e sessuali ma anche filosofici e mistici. Nella sua  “Storia dei califfi“, il teologo e storico egiziano Jalaloudine Assayouti, fornisce questa descrizione del califfo abbasside Al Amine : “Comprava, senza contarli, degli eunuchi che riservava ai suoi piaceri, rinunciando cosi’ alle sue femmine e concubine“. Al Amine, figlio e successore del gran califfo Haroun Arrachid, amava a dismisura certi suoi schiavi maschi e componeva per loro delle poesie dove manifestava la sua passione e il suo folle amore. Il califfo, il cui impero si estendeva dal Maghreb alla Cina, descrive cosi’ il suo servitore Kawthar in uno dei suoi poemi : “Kawthar è la mia religione e la mia vita, la mia malattia e la mia medicina. Ingiustamente,  quello che biasimo, è un cuore per il suo amore“. Altri califfi abbassidi, Al Moâtassim e Al Wathiq, scrivevano poesie d’amore dedicate a giovani ragazzi e efebi. Assayouti, grande teologo malekite, parlando del califfo Al Moâtassime  descriveva “un ragazzo di una bellezza eccezionale che si chiamava Ajjb, di cui il califfo era follemente innamorato“. Nel suo trattato storico “Albidaya wa Alnihaya“, Ibn Kathir, giurista e telogo siriano del XIV° secolo, deplora il fatto che l’omosessualità  “tocca la maggioranza di re e di principi, ma anche i commercianti, le persone ordinarie, gli scrittori, gli ouléma e i giudici, salvo chi Dio ha voluto preservare da questo vizio“. Al Maqrizi, storico egiziano del XV° secolo (citato da Malek Chebel nel “Dizionario amoroso dell’Islam“, Ed.Plon, 2004), testimonia che nella sua epoca “l’omosessualità  era cosi’ stratificata che le donne dovevano vestirsi da uomo per ricevere uno sguardo dai loro pretendenti“. Questa mutazione mentale e culturale si spiega con l’influenza che esercitarono le culture e le civiltà annesse dalle conquiste musulmane. L’eredità greca, persiana e hindou sono state determinanti in questo cambiamento culturale. Uno dei primi testi letterari in arabo che tratto’ la questione dell’omosessualità è stato “Mofakharat Alghilman wa Aljawari” di Al Jahid (tradotto in francese dallo scrittore marocchino Maâti Kabbal sotto il titolo “Efebi e Cortigiane“, Payot, 2008). In questo libro scritto sotto forma di dialogo, due uomini dibattono sulle loro preferenze sessuali: il primo espone le ragioni del suo amore per i giovani ragazzi, il secondo difende la sua passione per le donne. Il dialogo tra i due uomini è una perla dell’arte della polemica, molto in voga nella letteratura araba classica.Il primo difende le sue idee citando due versetti del Corano che descrivono i piaceri del Paradiso che gusteranno i credenti ; i versetti promettono dei ragazzi belli come “delle perle coltivate“, secondo l’espressione coranica, destinati al servizio dei fortunati eletti al cielo. Altre forme di amore omosessuale nella storia musulmana assomigliano piuttosto ad amori platonici che non toccano la sfera sessuale. Queste manifestazioni di amore platonico tra persone dello stesso sesso sono molto presenti nella letteratura mistica musulmana. “La collana della colomba“, scritto da Andalou Ibn Hazm, è certamente uno dei più bei libri in arabo sul tema dell’amore. Un testo pieno di delicatezza, di melanconia e di sensibilità. Ibn Hazm era un uomo di religione e fondatore di un rito molto rigido e ultra-ortodosso. Nel libro questo giurista e teologo cita senza giudicare e senza distinzioni gli amori eterosessuali e quelli omosessuali. Per lui, tutti i diari, gli aneddoti e i poemi meritano d’essere citati se rivelano un amore casto e platonico. Ibn Hazm aveva una visione romantica e melanconica dell’amore, che definiva come un tumulto di sentimenti e la passione dell’essere amati, senza che il corpo arrivasse a sporcare tutto questo.  Si ritrovano sovente queste idee tra i mistici musulmani che vedevano il trasporto verso un giovane uomo come una iniziazione spirituale e l’amore ricambiato come una forma di amore divino. Nel libro “Massarii Al’ochaq” (Le sorti degli amanti), lo sceicco Abou Mohammed Al Qarii racconta la storia di un sufi distrutto dalla morte del suo giovane compagno. Il sufi piangeva  tutte le lacrime del suo corpo e passava le giornate davanti alla tomba del giovane. Un giorno, venne ritrovato morto ai piedi della sepoltura. Anche nel famoso “Le Mille e una notte” si possono trovare diverse storie d’amore di giovani ragazzi mistici cosi’ come storie d’amore caste e platoniche.

Credits: TelQuel – AuFait –  Fine Ia parte

   

 

 

 

 

 

 

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