Gli Hackers in Marocco

Seduti davanti al loro computer, codificano e decodificano numeri, alla ricerca di una falla informatica. Sono gli hackers. In Marocco piratano numerosi siti nazionali e stranieri. L’Egitto, il Koweit e Israele sono le vittime designate. Niente frodi di carte di credito, questi hackers rientrano nella categoria degli attivisti. Si servono di Internet per far passare dei messaggi ideologici, politici o religiosi. Magari hanno anche un’attività di creazione siti web. Sicuramente questa è la forma più “anziana” di hackeraggio e molti paesi in via di sviluppo ricorrono a questo metodo di contestazione. In questi ultimi anni, in Marocco, il pirataggio si è democratizzato al punto di veder emergere una moltitudine di nuovi giovani hackers. Non esiste un profile-type, i pirati sono sovente presentati come giovani, meno di 20 anni, appassionati di informatica e come tutti i giovani amanti della musica e dello sport. Gli  “hacktivisti” possono rientrare in due categorie : “White Hat” (cappelli bianchi) e  “Black Hat ” (cappelli neri). In gergo significa “I gentili” e “I cattivi”. I white hat designano gli hackers che penetrano nei reseaux senza fare dei danni e i black hat invece entrano nei sistemi per distruggerli o lucrare. Organizzati in gruppo, i geek si fanno chiamarei i “Ghost del Marocco” o ancora “Team Devil” e per molti sono una giovane generazione che combina disastri, utilizzando il pirataggio come un passa-tempo, proponendo le loro idée politiche, ma nella maggioranza dei casi sono delle scuse per le azioni di pirataggio. Ultimo “fatto d’armi” riguarda una discoteca spagnola, la Meca, eretta sull modello di una moschea con una cupola e un minareto. Il 13 settembre scorso, alcuni hackers hanno sostituito la homepage con un immagine di Haram Al Charif (il duomo di roccia a Gerusalemme), accompagnato da una firma del pirata, un viso maschile con un casco rosso e un messaggio esplicativo : “Volete voi scoprire un bel giorno che la vostra chiesa è diventata un luogo dedicato agli animali di allevamento o ai rifiuti ?“. Stessa cosa è successa in Egitto. Nello stesso mese il sito del ministero della comunicazione del paese è stato piratato, in ragione della diffusione di un telefilm, “Deshonneur” (Disonore), che, secondo gli hackers, gettava discredito sulle donne marocchine.  Questa forma di attivismo su Internet ha visto la luce nel 2006 con il gruppo di hackers Team Devil e ad oggi hanno piratato più di 750 siti israeliani, in risposta ad una offensiva dello Stato ebraico nella striscia di Gaza. Sui siti piratati si poteva leggere, in un inglese mediocre : “Piratato dal gruppo arabo Team Devil. Fintanto che ucciderete dei palestinesi noi uccideremo i vostri servitori”. La risposta israeliana non si fece attendere : qualcosa come 4000 vetrine Internet del Reame vennero attaccate. La guerra sul web era stata ufficialmente lanciata e l’acktivismo era nato.  La vulnerabilità dei sistemi sono comunque evidenti e pochi siti dei ministeri hanno lanciato dei programmi performanti per contrattaccare gli attacchi informatici. In Marocco i siti non sono sicurizzati ed esiste un vuoto giuridico in questo campo ; il codice penale marocchino contro la cybercriminalità  punisce le intrusioni nelle banche dati e la legge sulla protezione dei dati personali non è applicata. I giudici non sono formati e non hanno idea di quello che devono fare e giudicare. Gli hacktivisti marocchini non hanno ancora terminato di far parlare di loro su Internet,  che è diventato, nello spazio di qualche anno, un cyberparadiso per questi corsari del XX° secolo.

 

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