Rapporto Lindh e i popoli mediterranei.

Un inchiesta/sondaggio voluta dalla Fondazione Lindh ed elaborata dall’Istituto Gallup ha coinvolto 13.000 cittadini delle tre rive del Mediterraneo alfine di migliorare i valori che li animano e la percezione dei loro vicini. I capi di Stato interessati non dovranno esitare ancora a darsi appuntamento al prossimo summit dellUnione Mediterranea (UPM) prevista per il 21 e 22 novembre a Barcellona, e faranno bene a leggere il rapporto della Fondazione Lindh. Frutto di due anni di lavoro, questo documento senza precedenti, propone una vera radioscopia delle culture del bacino mediterraneo e dello sguardo reciproco nelle tre rive. L’Istituto Gallup , dietro richiesta della Fondazione, ha sondato 13.000 persone delle rive nord, sud ed est del Mare Nostrum, ripartiti in 13 paesi rappresentando qualcosa come 800 milioni di anime. Tema centrale: la relazione tra le regioni e le  rispettive differenze nella percezione dei valori. Dopo aver definito le loro proprie referenze culturali, gli intervistati sono stati invitati a pronunciarsi  sulla loro personale percezione dei valori educativi cardine dei loro vicini rivieraschi. Quaranta e uno esperti, scelti per il loro impegno promediterraneo, hanno analizzato questo gioco di specchi, decriptando i risultati e proponendo delle azioni per rinsaldare i legami tra i popoli. Una volontà di ravvivare lo spirito fondatore dellUPM in un momento dove le tentazioni identitarie, le veilleità irridentiste, la stigmatizzazione dello straniero, occupano la scena mediatica. “L’Europa è attraversata da paure e da arcaismi. Non si tratta di un dibattito retorico, ma del cuore di una attività politica da riquadrare” ha affermato Andrea  Azoulay, consigliere di SAR Mohammed VI e presidente della Fondazione Anna Lindh, ed ha aggiunto che “questo rapporto sarà uno strumento, una cartografia, una bussola a disposizione dei decisionisti. Primo insegnamento: le popolazioni sono molto legate alle loro regioni e vedono nellUPM numerose opportunità economiche, culturali e sociali. I tre quarti degli intervistati hanno un immagine positiva del Mediterraneo, reputato per la sua ospitalità, la sua bellezza, la sua art de vivre, la sua storia e ancora per la sua creatività. Oltre l’80% lo considera come “un eredità comune“. In Francia, uno storico del calibro di Fernand Braudel, specialista delle civilizzazioni mediterranee, o lo scrittore Alber Camus, descrivono  lo spazio mediterraneo come cosmopolita, luogo di incontri tra commercianti, artisti e turisti, che ha fortemente segnato e influenzato le coscienze. Globalmente, i più mediterranei sono i cittadini, le élites, gli impiegati, gli studenti, gli immigrati e i figli degli immigrati. Questi ultimi due gruppi sono i più legati al Mediterraneo. Tornano alle loro origini regolarmente per ritrovare le loro radici e a volte scelgono di ritornare nella loro madre patria o di vivere tra i due paesi. I marocchini pensano per l’86% che l’unione favorisca la creazione di interscambi e il 60% vorrebbero conoscere di più sugli immigrati di altri paesi della zona. Terribile la constatazione per i dirigenti dei paesi del sud: alla domanda da dove vorrebbero riiniziare la loro vita, solo il 18% ha risposto che vorrebbe restare nel suo paese di origine, contro il 77% degli europei. Più della metà del pannello nord-africano emigrerebbe volentieri in Europa o in America, ma ancor di più nel Golfo e nei paesi subsahariani, per cercare fortuna. Malgrado la percezione globalmente positiva, il 70% degli intervistati vedono la regione mediterranea come un fonte di conflitti. Gli stereotipi e i luoghi comuni sono nutriti dalla memoria dolorosa della conquista araba del VII° sino al XV° secolo, delle crociate cristiane tra il 1099 ed il 1290, della colonizzazione europea dal XIX al XX° secolo, e a seguire la nascita dello stato di Israele nel mondo arabo del 1948 e in ultimo l’invasione americana in Irak del 2003. Nel rapporto si  ribadisce che gli islamisti radicali usano queste sensazioni per denunciare la “nuova crociata occidentale”  e l’immigrazione clandestina in Spagna è descritta come il “ritorno dei mori“. Un tesi pericolosa che sta facendo il suo cammino, confortata dal nuovo “choc delle civiltà“, dove il nemico sovietico è stato rimpiazzato dal quello djihadista. Per gli europei mediterranei la solidarietà famigliare e il rispetto delle altre culture sono due valori cardine. Nel sud e nell’est il 41% degli intervistati dichiara che la religione è il primo valore da inculcare ai bambini. In questo contesto un marocchino e un egiziano su due, due libanesi, due turchi e due siriani su tre sono in accordo sull’importanza dell’educazione religiosa, anche in paesi appunto come la Turchia di Mustafa Kemal e la Siria dei basisti. Una realtà questa che gli europei non percepiscono ed è il baratro che separa queste civiltà.  Se alcuni definiscono la religione un elemento centrale  altri paesi percepiscono questo come una cosa di poco conto, quindi la pericolosità che puo’ portare l’incomprensione è molta. Dopo la religione i paesi del sud accordano un attenzione particolare all’obbedienza (18%) davanti alla solidarietà familiare. La famiglia è spesso percepita come un fardello e come ostacolo all’emancipazione dell’individuo. Gli europei i invece sottostimano l’importanza dell’obbedienza nell’educazione dei bambini nei paesi del sud e dell’est. Oltre il 60%  degli intervistati nel sud pensano che i loro parenti europei consacrino tempo prezioso ad insegnare ai loro bambini a vivere in maniera indipendente e il 44% di loro vedono la trasmissione della curiosità come un valore europeo fondamentale. Altro errore di giudizio: meno di un quarto delle persone interrogate pensano che gli europei insegnino il rispetto per le altre culture e solamente il 17% stimano che la solidarietà famigliare è importante nel nord, quando sono i due principali valori educativi degli europei. Se il 40% degli abitanti del sud e dell’est dichiarano di avere degli amici in Europa, il 76% di questi non hanno avuto contatti con l’altra riva nel corso degli ultimi anni. Dalla costa europea il 63% ha dichiarato che non ha mai visitato un paese del sud o dell’est. La principale fonte di informazioni rimane la televisione (58% degli europei e 55%  dei vicini) davanti alla carta stampata e ai films documentari. Ma il grande soggetto di preoccupazione sta nel ritenere che i media non veicolano un immagine positiva dell’altro, questo è l’avviso del 79% degli europei. Sulle altre rive questo sentimento è meno pronunciato, specialmente in Libano e in Marocco (40% e 38%), convinti che i media possano far evolvere le opinioni. Con queste conclusioni il rapporto Anna Lindh propone di migliorare la conoscenza delle altre culture, di prevedere delle serie misure di studio nelle scuole, nei media e nei  giornali, per favorire una migliore integrazione e spezzare le catene del pregiudizio che comporta conseguenze, a volte, disastrose.

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