Le spose-bambine dell’Atlas.

In molti villaggi del Medio-Atlas, come Anegfou, Imilchil e Tounfit, bambine di 7 anni sono date in matrimonio con una semplice lettura della Fathia (formula del Corano per i matrimoni religiosi) e iniziano a procreare all’apparizione delle loro prime mestruazioni. In queste regioni del Marocco è l’Ôrf che comprova l’avvenuto matrimonio; il Codice della Famiglia, la Moudawana,  è superbamente ignorato. Questa forma di schiavismo pedofilo ha delle conseguenze molto forti: violenza, scolarizzazione azzerata, ripudio, bambini non riconosciuti quindi senza diritti legali. Anegfou è un douar che conta circa 300 famiglie. Questo piccolo villaggio, arroccato sulla catena dell’Atlas è uscito dall’anonimato nel 2007 quando un ondata di freddo anomalo aveva causato la morte di una ventina di persone, donne e bambini in primis. Anegfou divenne allora il simbolo del Marocco profondo, dimenticato e arcaico. Oggi il villaggio non è più isolato, alcune strade di collegamento sono state costruite e si raggiunge tranquillamente sia Imchil che Tounfit con bus e auto. Alcune infrastrutture sono state costruite sia a livello sociale che sanitario; un laboratorio artigianale di falegnameria è stato inaugurato, cosi’ come una piccola scuola. Ma la precarietà è palpabile.E’ in questo villaggio a 41 km da Imilchil che i volontari della Fondazione Ytto hanno deciso di piantare le loro tende per procedere ad una campagna di sensibilizzazione e di regolarizzazione dei matrimoni “tradizionali”, molto frequenti nella regione. Campagna a cui si sono unite altre Associazioni tra cui la AEDH (Associazione per l’educazione ai Diritti Umani). Nel mese di aprile 2010 si decise, a livello governativo, di prolungare di cinque anni l’articolo 16 del Codice della Famiglia, che permette alle coppie sposate in ambito tradizionale di regolarizzare la loro situazione. L’articolo 16 ha creato molte resistenze da parte del consiglio dei Joumouê delle tribù presenti nella regione. Secondo questi “saggi” se “una ragazza arriva all’età di 14 anni e non ha ancora trovato marito, è la fine per lei, è cosi’ da noi”. Due anni fa un matrimonio collettivo nella regione ha visto 94 bambine/ragazze dai 7 ai 17 anni date in spose ai contendenti. Le ragioni? “E’ la povertà che spinge le persone a questo genere di cerimonie e le ragazze generalmente sono molto più giovani” precisa il capo degli Joumouê. Il Codice della Famiglia, voluto fermamente da SAR Mohammed VI, proibisce il matrimonio prima dei 18 anni e, sola eccezione, è necessaria una autorizzazione del giudice per avvallare il matrimonio prima dei 15 anni sino ai 18 compiuti (nel 2006 il 90% dei matrimoni tra minorenni sono stati dichiarati validi). E’ chiaro: la rivoluzione voluta dal Codice non ha avuto gli effetti sperati, dopo oltre sei anni dalla data di avvio della nuova Moudawana (Legge di Famiglia). Codici ancestrali sono presenti a tutt’oggi in Marocco e se si è contrari, si viene espulsi dalle tribù di appartenenza. Nessuno parlerà più con questi “ribelli” e meno ancora saranno avviati commerci  cercando inoltre di espropriare i loro terreni.La Fondazione Ytto ha riempito 128 dossier di regolarizzazione ,dossier che contengono le storie, a volte ignobili, di queste bambine/spose. Come quella di una ragazza sposata per ben tre volte, con due bambini (non riconosciuti per la legge) avuti dai due precedenti matrimoni, che per vedere convalidato dallo sceicco il terzo matrimonio è obbligata a risposarsi e a divorziare con i primi due, divorziare dall’attuale e risposarlo. Storie che fanno piombare il Marocco nel Medioevo più profondo, a discapito delle grandi e belle città turistiche, moderne e tecnologiche, sparse per il Paese. A Tamaloute, ragazze con meno di 18 anni, sposate e divorziate rappresentano la maggioranza del villaggio. “Avranno difficoltà a trovare marito perchè non sono più vergini”, dicono al villaggio. Molti uomini, non più giovani, confidano che si sono sposati con la semplice lettura della Fatiha per ben dieci volte e ogni volta hanno passato non più di un mese con le loro spose/bambine.  Un modo per cambiare patner in tutta legalità, legalità religiosa si intende. La maggiorparte di queste spose/bambine divorziate si riducono a diventare prostitute o a mendicare per le strade delle grandi città, ripudiate da tutti perchè non più vergini e con bambini a carico. La regione di Imilchil non è la sola toccata da questa pratica ancestrale. Nelle provincie di Béni-Mellal e Azilal, nei douars di Tamda Noumerside, Aît Mhamed e Aît Abbas, i matrimoni secondo l’Ôrf, Ôrfi come lo chiamano in queste regioni, sono innumerevoli. Centinaia di dossiers sono in attesa di regolarizzazione presso i tribunali di Midelt, Errachidia e Azilal. Ci si chiede come fare per sdradicare questa medioevale e barbara usanza religiosa e la sola risposta è quella di un cambio di mentalità, avvinandosi ai villaggi e parlare spiegando i cambiamenti in corso nelle società civili. Una vera stategia che includa anche i dipartimenti ministeriali (Interno, Giustizia, Sviluppo  Sociale) per arrivare ad una legalizzazione di questi “sans papier” dell’Atlas, mantenendo fermo il principio di condanna per tutti quei matrimoni stipulati in età minore senza un ponderato e serio avvallo giuridico e civile

Credits: La Vieéco – Telquel – Le Matin

Leggi anche     https://myamazighen.wordpress.com/2008/09/24/matrimoni-borderline/    

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