Omosessualità e bikher*

Ha appena smesso di piovere, le nuvole coprono il tramonto di Marrakech, la Ville Rouge senza sole diventa grigia e sporca. “Io sono omossessuale“, mi dice Amine (nome di fantasia) senza esitazione. Siamo in rue de Prince, davanti alla Place Jemaa el Fna, ritrovo diurno e serale dei tanti gigolo’ che cercano turisti facoltosi che a loro volta cercano giovani bellezze arabe a poco prezzo, e qualche spavento. Mi stupisce questo giovane uomo di 26 anni e mi soprende per il suo tono libero, il suo coraggio di dirmi quello che è. Camminiamo in compagnia del suo amico Hassan, 24 anni. Quest’ultimo ha un look decisamente meno discreto: camicia nera aperta , pantalone nero aderente e scarpe lucidissime a punta, anche’esse nere. I due giovani accettano di raccontarmi dei pezzi di vita, della loro vita omosessuale, in un Paese dove l’omosessualità è punita per legge con alcuni mesi di prigione, oltre ad un ammenda, oltre al disonore, oltre. Decido di invitarli a bere un caffè ma i bar che indico non sono di loro gradimento: “Sono bar dove si ritrovano i gigolo’ e gli omosessuali, preferiamo evitare“, mi lancia diretto Hassan. Ci sediamo in un dehor lontano dagli sguardi di altri omosessuali. “Da bambino frequentavo le bambine, non i miei coetani. Adolescente ho iniziato a sentire un attrazione per gli uomini, ma ho sempre respinto questo desiderio celandolo nel profondo“, mi confida Amine. Hassan mi racconta che scopri’ la sua attitudine a 20 anni, conoscendo un uomo assolutamente etero che lo invito’ a casa sua per fare una doccia e il dopo è impresso nel suo cuore. Anche Amine mi incalza raccontandomi che anche lui aveva 20 anni ma sfortunatamente la sua prima volta è stata viziata da un abuso di alcool e di droghe. Al mattino pianse perchè, mi spiega, non era proprio cosi’ che l’avevo intesa la mia prima volta. Da quei giorni Amine e Hassan conducono una doppia vita fatta di bugie, di doppigiochi e finzioni. Amine mi guarda fisso negli occhi e traspare la sua voglia di protagonismo; riesco a malapena a frenarlo mentre fiumi di parole si riversano dalle sue labbra. Dopo la sua traumattizzante esperienza decise di entrare a spada tratta nell’universo omo. La porta d’ingresso fu Internet. “La prima cosa che feci fu quella di iscrivermi ad un forum gay” ricorda. I gay e tutto il mondo della prostituzione maschile in Marocco è molto attiva sul net, in siti come cyberman.com o gayromeo.com, considerato l’anonimato che offre. “In quell’occasione conobbi un ispettore di polizia di 27 anni e al nostro primo incontro abbiamo fatto l’amore, ma questa relazione non è durata che un attimo, cosi’ come le altre a seguire” mi racconta ancora Amine con il volto contratto dai pensieri. Anche il suo amico Hassan procederà con il medesimo cammino per integrarsi nel mondo gay. Questa vita virtuale sostituisce quella vera e  il net si trasforma in uno spazio di parole, di sfoghi, di richieste d’aiuto, come sul sito etregayaumaroc.over-blog.com, dove ognuno è libero di esprimere i suoi sentimenti, la sua rabbia, le sue paure. “La vita di un omosessuale in Marocco non è per niente facile” mi dice Hassan. Una vita sovente notturna, limitata alla strada, ai caffè o nei pubs huppés delle grandi città come Marrakech, Casablanca o Tangeri, ovviamente per i chi ha mezzi economici. “Evito i luoghi reputati gay di Marrakech per due ragioni: il rischio che qualcuno della mia famiglia mi scopra e secondariamente perchè rifiuto il cliché del gay effeminato” incalza Hassan. Amine invece adotta una attitudine diversa, vive tout court l’ambiente gay, anche nelle situazioni più pericolose. “All’inizio non ne sapevo nulla di questo mondo, poi ho scoperto i gay, le lesbiche, i gay della strada, i travestiti. Ho iniziato a frequentarli e ho lasciato le mie vecchie amicizie etero. E’ diventato il mio mondo“.  Un mondo che diventa il clan, per sentirsi meno soli, meno isolati dal resto della società, facendo proprio il suo vocabolario, i suoi codici, i suoi gesti e le sue celebrità casablanchesi come Tnajaouya, Al Ajla la grande o Marjana. “Sono figure molto kitch, folk, ma le amo molto” mi dice ridendo Amine. I caffè sono in procinto di abbassare le saracinesche, ma la nostra serata é lontana dall’essere conclusa. Il boulevard Mohammed V è un vero punto di dragaggio. Amine si ferma per parlare con un suo ex. Sul marciapiede, sparuti gruppi di gay sono seduti sulle panchine e sui bordi in cemento delle aiuole e si insultano, si parlano, si dragano;  Imad diventa Imada, Said diventa Saida. “Non voglio essere arrestato perchè parlo con loro” mi confida Hassan. A qualche metro alcuni ragazzi giovanissimi si prostituiscono ammiccando ai tanti turisti in cerca di avventure mediorentali. Il prezzo non supera i 200 dh (meno di 20 euro). A Casablanca, mi spiegano i due ragazzi, l’azione inizia non prima delle tre del mattino e sul boulevard Rachidi lo spettacolo dei travestiti inizia. Amine e Hassan mi parlano voltandosi in continuazione per verificare chi li segue: “Se finiamo nelle mani della polizia è la fine. Essere omo in Marocco è un crimine” si indigna Hassan. L’articolo 489 del codice penale recita: “E’ punito con la prigione da sei mesi a tre anni, e una ammenda da 120 a 1000 dh, a meno che il fatto non costituisca una infrazione più grave come un atto impudico o contro natura con un individuo del suo stesso sesso”. Amine ne sa qualcosa e mi racconta dei suoi due mesi di prigione per..omosessualità. “Era la vigila del Aid el Kebir, mi trovavo nel centro città con un altro gay, Wrida. Il tipo si  picchio’ con alcuni conoscenti e la polizia mi porto’ al commissariato, dove trovai altri gay. Credetti che mi avrebbero rilasciato l’indomani ma dopo due giorni di calvario nel commissariato centrale venni trasferito dal procuratore sotto l’accusa di deviazione sessuale“. Passo’ due mesi nella prigione di Oukacha, più precisamente nel padiglione 6, camera 30. “Era una zona riservata agli omosessuali. Era festa tutti i giorni. L’ambiente era geniale, sembrava di essere in un campeggio” mi dice ridendo Amine confermandomi che i rapporti con gli altri prigionieri erano normali, precisandomi che i gay sono gentili ma possono diventare diabolici.  Alla mia domanda sugli eventuali rapporti sessuali nel carcere mi risponde scandalizzato che no, non è possibile per lui avere dei rapporti con i travestiti, che sono delle donne!. Hassan mi racconta poi dei corsi sulla sensibilizzazione e informazione sull’Aids e mi spiega il progetto dell’ALCS (Associazione alla lotta contro la Sida), nato a metà degli anni ’90. Oggi è sostenuto dal Ministero della Sanità e tocca sette città (Agadir, Essaouira, Marrakech, Casablanca, El Jadida, Rabat e Tangeri). Ogni anno oltre 2.921 nuovi contatti vengono stabiliti e l’obiettivo è quello di ridurre al minimo il rischio di contagio e togliere dalla clandestinità i soggetti più vulnerabili. L’aria adesso è piacevole, fresca, arriva dall’Atlas e rinfresca le menti. “In questi ultimi due anni il numero delle retate si è moltiplicato. Cammini nella strada e ti arrestano“, protesta Hassan. Più la repressione aumenta più le proteste per la libertà sessuale si fanno sentire. Il lavoro dell’Associazione Kif Kif (clandestina in Marocco), fondata nel 2004, con sede in Spagna e presieduta da Samir Bargachi (vedi anche alla Cat.Società), è quello di creare uno spazio omosessuale marocchino per garantire “conoscenza” tra i gay, bisessuali e transessuali e trasformare i concetti utilizzati oggi nella società. Esigono che non si debba usare termini come chad jinsi o zamel (finocchio) ma bensi’ mithli (omosessuale). Il combattimento di Kif Kif prosegue ma è boicottato continuamente, anche dalle istituzioni, che nella primavera scorsa hanno proibito il primo convegno sugli omosessuali in Marocco, organizzato nella città di Marrakech. L’Associazione marocchina dei Diritti dell’Uomo accompagna questa battaglia e si appella alla depenalizzazione dell’omosessualità. I tabù attorno all’omosessualità non sono ancora spariti del  tutto in Occidente ed è per questo che qui in Marocco la situazione è ancora più ambigua. La giurisdizione, le forze socio-politiche, la religione e l’ignoranza si coniugano per rendere questo tabù ancora più complesso. Amine e Hassan non attendono che la legge cambi e che le mentalità si evolvano; sono coscienti che una cortina di ferro continuerà a separarli dal resto della società. La prossima settimana partiranno per Tangeri, per fare festa. Si godono la vita, con le unghie con i denti.

*Espressione in darjia che significa “stare bene nella propria pelle”.

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