Assaâd Bouab

Quando parli del Festival del teatro di strada di Aurillac, nel Cantal, il suo sguardo si infiamma: “E’ magnifico vedere la città trasformarsi per una settimana, vedere persone diverse, truccate e in costume, che sflilano e recitano in scene  surrealiste. Quando vidi tutto questo la prima volta, aprii gli occhi e scoprii la mia vocazione“. E’ strano il suo melangé famigliare e logistico; da un lato c’é Aurillac, che si dice sia la città più fredda della Francia, rannicchiata nell’Auvergne, terra della nonna materna. Una famiglia di tradizioni cattoliche, con tanto di suoni dei campanacci delle mucche al pascolo e delle campane della chiesa che frequentava Assaâd Bouab, Momo per gli amici, nelle vacanze estive o a Natale. Dal lato paterno c’é Rabat, capitale del Marocco, dove si recava in moschea, con gli uomini della famiglia. Assaâd doveva nascere non lontano da Rabat, a Salé, ma per calcoli sbagliati nacque a Aurillac, il 31 luglio 1980. La sua infanzia si divide tra il Marocco e la Francia, senza screzi o rivalità tra le due culture: figlio del direttore di un cementificio della capitale marocchina nel quotidiano, bambino di Auvergnats durante le vacanze e le feste comandate. Un equilibrio, una ponderatezza che traspare quando parla e si racconta. Oggi vive a Montreuil e dichiara sempre di “avere il sedere in due sedie e quando si trova in Francia il Marocco non gli manca e viceversa, entrambi appaganti con la fierezza delle mie origini“.  Quando parla di religione dice: “Io sono musulmano, ma amo molto raccogliermi in preghiera dentro ad una chiesa e voglio godere di questi momenti privilegiati ogni qualvolta se ne presenta l’occasione“. Durante le riprese di Indigènes (bel film del 2006 che narra la storia di alcuni marocchini arruolati dall’Esercito francese durante la seconda guerra mondiale, vedi anche alla Cat.Cinema)) vivrà un esperienza quasi mistica dovendo recitare una scena parlando arabo nel cuore di una chiesa. Durante la ripresa una forte energia lo trasporto’ sino a fargli intonare un canto rituale arabo, con grande stupore del regista, Rachid Bouchareb, che salvo’ la scena, diventata in seguito la preferita da giovane attore. Questo giovane ragazzo che “viveva con un pallone tra le gambe” diventato poi un giovane uomo iscritto alla facoltà di Economia di Rabat, il mestiere di commediante non si impose in maniera folgorante ma si invischio’ progressivamente con la sua vita di studente, sino ad assorbirlo completamente. Il fratello Younés lo indirizzo’ al teatro, guidandolo presso l’atelier della Facoltà di Rabat, dove segui’ un corso del professore Jacques Mandrea, che ancora oggi  Assaâd considera come suo maestro e nutre un profondo sentimento. In quel periodo era entusiasta ma non penso’ certamente di fare l’attore di professione. Coscienziosamente, anche se poco motivato, continuo’ i suoi studi che lo portarono sino ad una camera del Campus di Nanterre dove inizio’ seriamente a deprimersi sino all’arrivo di una voce che soffiava forte dentro lui: “Devo trovare qualche cosa di più ludico“. Fu ancora il fratello Younès che lo spinse al prestigioso corso Florent. Allora compiva 18 anni. Oscillerà ancora due anni tra studi “seri” e il teatro anche se tutto si stava chiarendo nel suo spirito: “Abbandonai la Facoltà ma per i miei genitori  studiavo su entrambe le cose“. Poi l’avventura in U.S.A. dove visse di espedienti, appena ventenne. Torno’ in Europa con la netta convinzione di non fare più teatro scolastico ma di diventare un professionista tout court. Ottenne una borsa di studio, lascio’ la casa natale e penetro’ in un universo che lo incanto’ iniziando diverse discipline: il mestiere di clown, l’arte delle maschere o ancora il cantastorie. Segui’ uno stage alla Comédie Française e si appassiono’ di Victor Hugo, Koltés e Tchekov. Questa esperienza si interrupe per un anno sabbatico in Marocco, dove giro’ tre films: Marock (splendido film che tratta l’integrazione tra ebrei e musulmani nel Paese), Zaina-cavaliere dell’Atlas, e Indigènes, “con dei grandi signori francesi“, intendendo Rochdy Zem, Jamel Debbouze e Sami Naceri, film dove per la prima volta recito’ in arabo e si senti’ come “un pesce nell’acqua“. E poi ancora teatro con una pièce di Victor Hugo che ha presentato all‘Istituto Francese del Marocco quest’anno. E forse un giorno non molto lontano vedrà realizzarsi il suo sogno: una scuola di teatro in Marocco. “Una pièce teatrale é sempre eseguita con la tua sola energia, che potrai cavalcare recitando, trovando una sala, i finanziatori..il teatro é on live, si fa in una sala, in diretta“. Lavoratore ispirato, segue la sua stella ma sempre con fedeltà verso un arte che vive sugli assi di un palco. Forse una predestinazione, da quando conobbe il significato del suo nome, Bouab, di origine fassi (Fés) che significa “colui che guarda le porte“.

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4 risposte a “Assaâd Bouab

  1. Ciao, la mia non è una risposta ma una richiesta….
    Ho letto la tua descrizione di quando hai deciso di abbandonare tutto. Molto bella……Un consiglio x evadere in Marocco?
    Ti saluto e ti/mi auguro che il gelsomino inebri ancora….

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