Il Grido di Abdellah Taia

Voglio proporvi uno stralcio di questo interessante articolo dello scrittore marocchino Abdellah Taia per il settimanale Tel Quel dI qualche tempo fà. E’ realmente un grido diretto a tutti noi, una profonda e amara riflessione sul perché certi atti vengono compiuti quasi quotidianamente e ogni volta ci chiediamo perché. Queste righe sono nate dopo gli attentati di Casablanca nel 2003. Anche il Marocco é toccato, seppur in minima parte, dall’insidioso e feroce terrorismo islamico che sta mietendo vittime in tutto il mondo.

BISOGNA SALVARE LA GIOVENTU’ MAROCCHINA di Abdellah Taia

Il Marocco mi inquieta. Da tempo. Sempre di più. E’ grave quello che si sta producendo in questo momento nel Paese, terribile, orribile. In incubo collettivo. Una tragedia moderna alla quale non si puo’ restare insensibili., sulla quale io voglio scrivere, dire quello che mi rivolta, reagire all’ingiustizia, gridare, si, gridare la disperazione. Quella della gioventù marocchina. la mia insieme alla loro.

“Dei giovani, cinturati di esplosivo, che percorrono una grande città, pronti a farsi saltare in aria da un momento all’altro, estranei con loro stessi della morte di altre persone, di vittime innocenti. Queste righe non riassumono appieno il bel film Paradise Now (2005) del palestinese Hany Abou Assad. No, esse dichiarano solo l’orrore che si abbattuto da qualche giorno in Marocco. E, a rischio di choccare qualcuno, quello che é successo non é stata una grande sorpresa“.

Vorrei innanzitutto fermarmi un momento e provare ad immaginare il film nero di questi giovani casablanchesi, futuri Kamikaze, immaginare cosa attraversa la loro testa, che cosa passa nel loro corpo. Degli adolescenti, amici, vicini, dei fratelli in marcia (volontaria ? ) verso la morte, il Kaos. Lo vedo molto bene questo film, veloce, ho delle immagini nello schermo dei miei occhi, molto rapidamente io sono uno dei personaggi, ma non una vittima

Sono nella strada, vagabondo, indeciso, in preghiera. Io sono nella APOCALISSE. E  io voglio come ultimo gesto donare un senso (non importa quale senso) alla mia vita sciupata, voglio che si ricordi del mio nome, che si sappia che sono passato da questa vità, da questo Marocco, che sono esistito, ho respirato nella disperazione e nell’indifferenza. Cammino lentamente, un po’ disorientato, e cerco il mio bersaglio. Io sono un buon musulmano, presto saro’ in Paradiso. Il suicidio é proibito per l’Islam, é vero. Ma il mio Imam, il mio emiro, mi ha detto che in caso di guerra ho il diritto di usare tutti i mezzi per vincere il nemico, il miscredente. E’ questa la mia missione. E’ questo a cui mi sono preparato mesi e mesi. Ho donato tutto il mio cuore a questa cosa, a questa occupazione che ha riempito le ore e i miei giorni. Io mi sono svestito, ho cambiato pelle, discretamente io sono diventato un altro, un “giusto” che vuole rendere gli altri dei “giusti” come lui. Ho partecipato a tutte le operazioni del mio gruppo, a tutte le veglie religiose. Ho rispettato le consegne. Ho detto tutte le mie preghiere. Non ho mai ceduto. Sono diventato qualcuno. Io SONO diventato importante. Mi salutano con rispetto. Mi danno ordini con rispetto. Ho scelto cosa vado a fare. Ho il mondo nelle mie mani. Ho il Marocco nelle mie mani. Alla fine mi appartiene. E’ per me infine. E sono in marcia nella città per verificare il mio potere. Io non ho altre motivazioni. Ho fiducia in me stesso, ho fiducia in me…mi ripeto questo per non avere paura, per non lasciare scappare il coraggio, per non dimenticare la mia rabbia, la mia missione, il mio cammino…No, non ho paura.. Ma tremo, ho male alle gambe, ai piedi…Io ho paura, non lo posso nascondere. Paura come sempre, da quando sono nato. Ho paura e sto andando verso la morte. E’ la mia missione. Non ho altra scelta.

Attraverso questa identificazione non voglio trovare delle scuse ai Kamikaze di Casablanca. Voglio solo dire che li capisco, da dentro, mi sento solidale, non delle loro azioni, del loro terrorismo, ma della loro disperazione. Io anche, a Salè, nel quartiere di Hay Salam, dove ho vissuto sino ai miei 25 anni, ero risentito nell’anima per il Marocco indifferente alla mia sorte, al mio malessere, al mio “no-future”. Anche io mi sono sentito schiacciato e ho compreso che ero meno di niente. Anche io mi sono sentito maledetto e ho maledetto questo Paese che appartiene ai ricchi. Anche io, in quel preciso momento “nero” della mia vita, sono stato avvicinato dagli islamici. E’ stato nel 1990. Avevo 17 anni. Studiavo al liceo Hay Salam, che si trova a Hay Al-Imbiat, non lontano dal famoso quartiere del fiume L’kanez ( il fiume che puzza) e non lontano dal famoso souk El-Kalb (mercato dei cani). Un uomo di una cinquantina di anni veniva regolarmente ad invitarci, i miei amici del quartiere e me, a mangiare il cous cous a casa sua, dopo la preghiera del venerdi’. Era tutto fuorché insistente. Continuava a salutarci anche se noi non rispondevamo ai suoi inviti. Ci parlava brevemente di religione e ci incoraggiava gentilmente a pregare cinque volte al giorno. E non si dimenticava mai di invitarci per il cous cous. Io non sono mai andato (e rimpiango un po’ oggi questo). Non fu il caso degli altri miei amici. A quell’epoca ero un ragazzo triste, amareggiato.  Sognavo cose splendide, da film, ma non sapevo come fare a concretizzarle. Ero fragile. Appartenevo alla generazione depoliticizzata per volontà di Hassan II che si apprestava ad essere sacrificata. L’avvenire si annunciava ostruito. Ad un anno dalla laurea ebbi paura, considerato che niente era stato previsto per noi, di deviare, di rinunciare agli studi, di seguire gli estremisti, iniziare una carriera pericolosa. Nessuno, all’epoca, cerco’ di distogliermi. Nessuno mi disse niente. Perché questa é la lotteria dell’individuo in Marocco: non interessi a nessuno. Avrei potuto rimpiazzare il nero singolare della mia vita con un altro nero, collettivo. Basculare nella tragedia e nel silenzio. Morire poco a poco nell’indifferenza della società, della famiglia. Sarei stato un buon musulmano per la gente, e questo era sufficiente. Quello che sta succedendo oggi a certi giovani marocchini é esattamente quello che avrebbe potuto succedermi. Ero povero, solo, abbandonato ai miei tormenti, subissato come tutti da diktats di gruppo, di religione, di potere, dalla paura di me stesso. Cosa mi ha salvato? Due cose. In primis mia madre M’Barka che non ha mai smesso di incoraggiarmi a studiare ancora e ancora. E subito dopo il cinema, la mia vera religione. Le preghiere della prima e il potere straordinario sul mio immaginario del secondo hanno cambiato la mia vita. Ma io so che sono un eccezione, che ho avuto fortuna e che avrei potuto essere facilmente raggirato. 

Tra il 1990 e il 2005 il Marocco é cambiato, si é” mosso“, come si dice. Avanza, non é cosi? ..Si é liberalizzato, un po’. Ma in fondo, gli arcaismi che lo comandano dall’interno sono sempre li’, forti, molto forti. La gioventù (in gran parte) si barcamena tra due mondi, quello di arrivare, di “fottere il campo” e il grado di disperazione inimmaginabile, insostenibileE’ sempre appoggiata ai muri. Caccia le mosche. Vive quotidianamente l’umiliazione dell’abbandono e ogni giorno é guerra per la sopravvivenza. Nessuno ascolta la gioventù in Marocco. Sicuro qualcuno mi dirà che sto esagerando. Sfortunatamente io non credo. Non si vuole donare alla gioventù marocchina l’occasione di esistere per se stessa, di accedere alla cultura, alla critica, all’evoluzione (la rivoluzione) individuale. La si mantiene, al contrario, nella paura: la paura di dire le cose, la paura davanti a chi crede di detenere la verità islamica, davanti ai parenti, ai vicini, al governo. La paura in tutte le sue forme: é questo l’avvenire dei nostri giovani?. Il Marocco e le sue ricchezze non le appartengono: é questo che gli si dice durante le interminabili ore della giornata. Basta, per convincersi, fare una passeggiata nel centro città di Casablanca (o di Rabat, di Marrakech..). Davanti al vuoto esistenziale totale, cosa fare? Abbiamo in noi il germe della follia, degli instinti autodistruttivi e siamo rabbiosi verso gli altri. Non voglio dare lezioni, nemmeno fare quello che comprende perfettamente la situazione socio-politica del Marocco e del mondo arabo. Ma credo che il nostro Paese e sull’orlo di una grande catastrofe. Per lungo tempo, alla Posta Centrale di Rabat, ho aiutato anziani a riempire dei formulari, a scrivere delle lettere, compilare degli assegni. Ho sempre amato fare questo, conoscere in qualche minuto un piccolo pezzo della vita di altri. La più parte erano stranieri nella città, dei contadini analfabeti, persi negli ufici della capitale. Più volte, alcuni di loro, mi chiedevano di scrivere una lettera al Re. Erano i più disperati, non avevano più niente da perdere, tentavano l’ultima change, non si puo’ mai sapere. Delusi dal governo, dai deputati e dai loro compatrioti, si rivolgevano al Re: riconoscevano il suo potere pregandolo di rendergli giustizia, di rendergli quello a cui avevano diritto. Le loro lettere erano come bottiglie gettate nel mare.

Quello che ho scritto, sono parole dure, puo’ essere, ma é anche una lettera. Una bottiglia nel mare. Un grido come quello del dipinto del pittore norvegese Edvard Munch. Delle lacrime. Delle preghiere. Il Marocco é scampato al fuoco sino ad oggi grazie al “rdhat loualidine” (la benedizione dei genitori, degli anziani ). Evidentemente questo non funziona più oggi. E’ urgente passare ad altre azioni. La Baraka (potere degli spiriti positivi) non esiste più. Gli atti terroristici dei kamikaze di Casablanca sono criminali. Continuare ad abbandonare la gioventù di questo Paese anche

Font: Settimanale Tel Quel – Marocco – n. 271 – www.telquel-online.com

2 risposte a “Il Grido di Abdellah Taia

  1. Pingback: Abdellah Taïa: due video, due interviste, due articoli, due foto, il suo sito « federico novaro libri·

  2. Ciao Federico e grazie per il link…ti segnalo che nella cat Portraits sono presenti altre due posts relativi ad Abdele; la sua biografia e l’ultimo articolo apparso su TelQuel dal titolo “Lettera ad una madre”…

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