Il Digiuno nel Maghreb: tempi duri per i non-digiunanti.

Tra rivendicazioni democratiche e rinnovamento islamico, il rispetto della libertà di coscienza è passato in secondo piano in questo Ramadan 2011. Da quando la primavera araba ha segnato i suoi  colpi, i non-digiunanti  rischiano comunque grosso in Maghreb. Inchiesta su di un paradosso. Il Corano considera il digiuno del mese sacro del Ramadan come uno dei cinque pilastri dell’Islam e non sussistono delle penalità a chi non lo rispetta. “Era talmente inimmaginabile non osservare le regole del Ramadan che il Profeta non aveva previsto pene”, dichiara Malek Chebel, antropologo dell’Islam. Di colpo, gli uomini hanno dovuto  creare ex novo le omissioni del testo sacro. Da Casablanca a Tunisi, astenersi dal digiuno durante il Ramadan è mal visto e può avere delle conseguenze pesanti per i refrattari. Pene di prigione esplicite e accuse nebulose per “punire” gli eretici del Ramadan, oltre alla pressione sociale e l’animosità popolare. Assistente sociale. Ogni paese del Maghreb possiede la sua ricetta particolare per reprimere i non-digiunanti. In Marocco, l’articolo 222 del codice penale parla chiaro, sottolineando che “tutti gli individui conosciuti per la loro appartenenza all’Islam che rompono ostentatamente il digiuno in luogo pubblico durante il Ramadan sono passibili da uno a sei mesi di prigione ferma e una ammenda”. Una disposizione denunciata più volte da molti cittadini, in particolare gli aderenti al Movimento alternativo per le Libertà Individuali (MALI). Questo gruppo tentò di organizzare un pic-nic, nel Ramadan 2010, ma venne immediatamente circondato dalle forze dell’ordine e alcuni di loro arrestati. Cosa succederà quest’anno, in piena primavera araba? Il Movimento 20 Febbraio, fautore delle proteste in Marocco, non ha fatto sue le rivendicazioni del MALI, che sembra aver dimenticato. “Esiste un consenso talmente forte riguardo al mese del Ramadan che i manifestanti non sono riusciti a raggruppare intorno a se molti sostenitori (vedi rispetto delle libertà individuali e la libertà di coscienza). È un soggetto molto conflittuale, e sembra non sia più una priorità per i membri del Movimento, alcuni dei quali aderiscono al Mali”, dichiara Jean-Noël Ferrié, ricercatore al CNRS, specialista del Marocco e dell’Egitto. “Anche in privato, il digiuno è quasi un obbligo, a causa della pressione sociale fortissima. Nel resto dell’anno il paese è piuttosto liberale, ma la morale sembra concentrarsi durante il mese sacro”, analizza ancora Ferriè. Non è solamente il digiuno, anche il comportamento deve essere decente. Le donne per esempio, non si truccano durante il Ramadan. Ma secondo il ricercatore, il fervore popolare non è lo stesso che in Egitto dove le donne continuano a truccarsi in maniera molto evidente e pesante. E non digiunare in Egitto non è un atto penalmente rilevante anche se nel 2010  un abitante di Assouan venne arrestato dalle forze dell’ordine per non aver osservato il digiuno. Infatti, durante il regime di Moubarak, la polizia aveva il diritto di definire chi costituiva o no, attentato all’ordine pubblico. Perchè in Egitto è la pressione sociale che comanda. La maggioranza dei ristoranti e dei caffè aprono in ore serali, alcuni per lo F’tour (rottura del digiuno) e chi è aperto mostra una grande prova di discrezione lasciando le tende abbassate. Tutti sono sul  chi vive! “Per mangiare un sanwich devo  chiudere le finestre perchè non voglio, per esempio, che il portiere sappia che io non digiuno, solo i miei più cari amici sono al corrente di questa mia scelta, spiega Salma, una studentessa del Cairo. Ma la pressione è ancora più forte presso i vicini algerini. Se il digiuno non è regolamentato come un obbligo per la legge, gli affari giudiziari contro i non-digiunanti si sono moltiplicati in questi ultimi anni, anche  verso i cristiani che rappresentatno lo 0,2% della popolazione. Il 5 ottobre 2010, due operai cristiani vennero arrestati perchè sorpresi a mangiare sul luogo di lavoro e giudicati. Considerando che nessun articolo prevede una condanna per un caso del genere, il tribunale di Aïn el-Hammam rilascio’ i poveri “miscredenti”.  Dopo aver rilasciato i due operai però, lo stesso tribunale condannò il 22 ottobre dello stesso anno,  Bouchouta Fares, a due anni di prigione ferma e a 100.000 dinars (1.000 euro) di ammenda per lo stesso fatto. “I giudici si appellano sovente ad una disposizione speciale del codice penale algerino: l’articolo 144 bis 2, che prevede delle sanzioni in caso di offese verso il Profeta  o ai precetti dell’Islam”, spiega la giudice  Miloud Brahim. Anche in uno stato laico come la Tunisia, in piena rivoluzione democratica, l’ambiente non è veramente dei migliori. Durante molti decenni il paese contava un numero consistente di non-digiunanti, in seguito all’appello dell’allora presidente Bourghuiba nel 1960, per combattere il sotto-sviluppo, mentre oggi la situazione si è capovolta. Da qualche anni, il rinnovamento islamista è riuscito, poco a poco, a marginalizzare i non-digiunanti, obbligandoli alla discrezione più totale. I caffè e i ristoranti che continuano a servire bevande e cibi durante la giornata lasciano le loro porte di ingresso completamente chiuse. Quest’anno, dopo i tumulti “democratici”, è ancora più difficile trovare un locale aperto nella capitale. La maggioranza di questi  stabilimenti sono chiusi dall’inizio del Ramadan. Le ragioni di questo cambiamento?  “La paura di eventuali rivolte popolari e la situazione attuale del paese”, analizza Mohammed Kerrou, professore di Scienze Politiche alla Facoltà di Diritto di Tunisi. L’obbligo della chiusura è stata presa comunque in esame dal nuovo Governo transitorio, prima di essere  rigettata. In seguito alle ondate di violenza che ha toccato diverse città del paese in luglio, all’attacco di un cinema a Tunisi dopo la proiezione del film “Ni Allah, ni maïtre” (Ne Dio, ne padroni) da parte di un gruppo islamico, i proprietari dei locali hanno preferito astenersi dall’aprire le loro porte. Soltanto gli Hôtels sono aperti e permettono ai tunisini non-digiunanti  di sostenersi nella giornata. Per prevenire eventuali  risse, una campagna preventiva dal titolo “Ramadan senza violenza”, che raggruppa diverse ONG e partiti politici, è stata lanciata mercoledi’ scorso.  “Le cose riprenderanno il loro corso normale, fatto salvo che gli islamisti non vincano le prossime elezioni”, conclude Mohammed Kerrou.

Cosa dice il Corano ?

Il Corano evoca il Ramadan nelle sue Sure. E’ un obbligazione divina, pilastro della fede islamica:

O voi credenti, il digiuno è stato prescritto, comme fu prescritto a quelli che vi hanno preceduto. Possiate voi  credere in  Dio”  (Sura II, Versetto 183)

“Un numero di giorni, fatto salvo chi di voi è malato o in viaggio, che potrà recuperare lo stesso numero di giorni ulteriormente. Chi deve digiunare ma non ci riesce, dovrà riscattarsi nutrendo un povero. Colui che concederà un tale bene sarà esente, ma digiunare resta ancora il meglio per voi” (Sura II, Versetto 184)

Secondo la traduzione di  Malek Chebel, Il Corano, Le Livre de Poche, Fayard, 2009.

Credits: Jeuneafrique.com

Il Re dell’Atlas

Si racconta  che dei leoni erano presenti alla corte dei sultani e dei re del Marocco, come segno di obbedienza per i nobili e per il popolo berbero che era parte dell’Atlas, come gli ultimi leoni di Barberia (Panthera leo leo). Nel 1953, quando il sultano  Sidi Mohammed Ben Youssef ( e più tardi il re Mohammed V) venne costretto ad abdicare e messo in esilio, i leoni reali (21 in totale) persero il loro domicilio al  Palazzo, nella foresteria reale. Tre di loro furono inviati allo zoo di Casablanca e il resto del gruppo venne trasferito allo zoo di Meknès. Quando il  re rientrò dall’esilio in Madagascar  nel 1955, i leoni rientrano a Rabat. Durante tutto questo tempo, il mondo continuò a credere che il leone di Barberia era estinto: questa convinzione prematura divenne quasi un fatto accertato quando una malattia respiratoria colpì il re dei leoni alla fine degli anni ’60. A quel punto, SAR Hassan II, allora proprietario dei soggetti, decise di ridurre i rischi di mortalità e di apportare delle migliorie alla vita dei leoni. Un nuovo parco cintato venne costruito a Temara, nei pressi di Rabat, nella casa rerale dei leoni, verso la fine degli anni ’60. Nel 1973 questa struttura venne assorbita dall’amministrazione del Ministero dell’Agricoltura, e divenne lo zoo di Rabat. Nella storia antica gli egiziani furono i primi a cacciare questo superbo animale, con arco e frecce. I Berberi, che vivevano in piccoli villaggi arroccati sulle montagne dell’Atlas e dell’Africa del nord, circa 3.000 anni fa, si difendevano dagli attacchi dei felini ma non costituirono mai una minaccia per la popolazione dei leoni di Barberia. È nell’Impero romano che la popolazione dei leoni di Barberia diminuì drasticamente. Gli imperatori romani cercavano di divertire la popolazione rassicurandoli sul fatto che la loro civiltà aveva il controllo sulla natura. Gli antichi romani esportarono migliaia di leoni dall’Africa del nord per utilizzarli nei giochi del Colosseo a Roma e in altre arene sparse nell’Impero. I leoni vennero trucidati dai gladiatori e la mattanza terminò soltanto verso la fine del VI° secolo, ma i problemi per i leoni di Barberia non erano ancora terminati. Con l’invasione  degli arabi nell’Africa del nord, sempre più numerosi, i leoni si ritirarono progressivamente a causa di una caccia spietata, in quanto rappresentavano un pericolo. Per ogni leone ucciso era prevista una lauta ricompensa. Con l’avvento poi dei cacciatori europei nel corso dell’ultimo secolo, il numero dei leoni crollò. Le guide locali nelle montagne della Tunisia e del Marocco permisero agli europei di cacciare i leoni per sport e per le collezioni dei musei naturalistici, oltre al catturarli vivi per rinchiuderli negli zoo europei. I leoni di Barberia si estinsero in Tripolitania (ovest della Libia) nel 1700. L’ultimo leone di Barberia visto in Tunisia venne ucciso nel 1891 a Babouch, tra Tabarka e Aït-Draham. L’ultimo leone conosciuto in Algeria venne ucciso nel 1983 presso Batna, a 97 km da Costantino. I turchi contribuirono notevolmente a questa carneficina perchè pagavano profumatamente le pelli dei leoni per abbellire l loro palazzi. Numerosi francesi in Africa del nord divennero cacciatori professionisti di leoni, attività molto redditizia all’epoca.  In Algeria, oltre 200 leoni di Barberia vennero uccisi tra il 1873 e il 1883. I leoni sparirono dal lato del confine marocchino nella metà del 1800. In Marocco, alcuni gruppi di leoni sono esistiti sino al XX° secolo e si estinsero alla fine degli anni ’40. L’ultimo animale venne ucciso nel 1942 sulla costa nord del colle del Tichka, in prossimità della strada tra Marrakech e Ouarzazate. Le cause della sua estinzione sono molteplici, ma sicuramente la più importante è la mano dell’uomo. La caccia quindi ma anche i cambiamenti dell’ecosistema indotto dalla coltura intensiva e dai pascoli. Le foreste sono state distrutte per lasciare spazio ai pascoli di bestiame, sempre più numerosi e anche i cervi e le gazzelle (principali nutrimento dei leoni di Barberia) vennero a mancare. Oggi un programma è avviato tra il governo marocchino  e un ONG di scienziati oxfordiani, ma  stenta a decollare. Si tratta di un lavoro di reintroduzione su dieci anni che comporterà diversi fasi di lavori, tra cui una zona protetta di oltre 10.000 ettari in una regione poco popolata, che sarà cintata e protetta. Saranno introdotti alla sua creazione cervi, mufloni, ungulati, scimmie e gazzelle, che dovranno acclimatarsi nella nuova zona. Parallelamente, gli scienziati di Oxford dovranno selezionare i  capostipiti della nuova generazione di leoni di Barberia che verranno inseriti nell’area protetta, poi soggettati ad un programma di riproduzione in cattività. Al governo marocchino tutto questo piace in quanto sarà fonte di reddito per il mercato del turismo ecologico, creando nuovi posti di lavoro. I finanziamenti saranno apportati da alcune sovvenzioni europee. Ma è necessario fare i conti con l’oste: la popolazione locale non sembra essere entusiasta davanti a questo progetto; la reputazione sulla ferocia del leone dell’Atlas suscita molta inquietudine. Anche il bracconaggio potrebbe riprendere il suo corso, a meno che la riserva sia controllata professionalmente. E ancora, il Marocco non giova di una buona reputazione in materia di protezione dell’ambiente. Nello spazio di un secolo, centinaia di specie animali e vegetali si sono estinte nell’indifferenza generale. A titolo di esempio, il coccodrillo del Nilo si estinse in Marocco nel 1930, mentre negli anni ’50 la campanella d’allarme suono’ per lo struzzo, l’oryx e l’addax. Attualmente la pantera è da inscrivere nella lista degli animali estinti in Marocco, anche sono state segnalate in diverse zone del paese, senza però prove tangibili di un loro riconoscimento. In serio pericolo la iena, il ghepardo, il lynx caracal, il gatto delle sabbie, il gatto gigante, il fennec e lo sciacallo. Per chiudere, anche gli ambienti naturali sono nella stessa misura in pericolo. Il deserto avanza e il bestiame non controllato si avventura nelle foreste, causando gravissimi danni irreparabili all’ecosistema. L’estinzione del superbo e magnifico leone dell’Atlas (estinzione prevista entro venti anni se nulla sarà fatto) costituirà una tragedia supplementare alla biodiversità e alla conservazione delle specie, ma le condizioni di reintroduzione del superbo re delle montagnenon sembrano  idilliache.

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Marocco: nessun declassamento nelle note COFACE

La situazione politica in Marocco dimora stabile in rapporto ai paesi limitrofi maghrebini. E’ quello che comprova il panorama dei paesi a rischio pubblicato ieri dal gruppo francese di assicurazioni sul credito all’esportazione (COFACE). Il gruppo ha visto al ribasso le posizioni di diversi paesi della regione Medio-Oriente e Africa del Nord (vedi prospetto). Il Marocco non figura nella lista. Conclusione principale: i recenti avvenimenti del 20 febbraio e del 20 marzo scorso non sono stati in grado di creare instabilità politica ed economica nel paese. Gli esperti di Coface stimano  che “malgrado delle tensioni sociali, la stabilità politica del paese sembra essere garantita in ragione della popolarità del re Mohammed VI”. Una constatazione confermata dagli specialisti di Euler Hermès che hanno tenuto a sottolineare  in una nota settimanale “la natura stabilizzatrice della riforma costituzionale annunciata dal re“. La Coface  precisa che ”delle migliorie sono sempre necessarie malgrado l’importante progresso realizzato in materia di sviluppo negli affari“. Insomma, è un bilancio positivo quello che traccia la Coface. Con un A4 per il rating paese e per lo sviluppo degli affari, la griglia di annotazione dichiara una “relatività volatilità degli investimenti con una probabilità accettabile di mancati pagamenti”. Il bilancio non è cosi’ rassicurante per diversi altri paesi della zona Medio-Oriente e Africa del Nord. La situazione è tesa tanto che la Coface ha rivisto al ribasso la sua previsione di crescita mondiale che è passata dal 3,4% al 3,2%. Il Bahrein, la Tunisia, l’Egitto, la Siria e la Libia sono stati declassati. Questa ondata di declassamenti si spiega con l’incertezza legata alle tensioni politiche e sociali di quei paesi. Naturalmente la Libia, che era già nei paesi a rischio, è stata affondata alla classe D, l’ultimo scalino delle notifiche stilate dalla Coface. Il Bahrein ha subito la stessa sanzione magrado la forte repressione sul movimento di contestazione da parte dell’armata saudita e il suo ranking arretra ad A4. Gli esperti di Coface stimano “che il rischio politico è elevato, malgrado l’ombrello saudita. Un arretramento che si spiega con il clima teso che prevale a livello interno e alle incertezze geopolitiche principalmente legate al programma nucleare iraniano. Le note della Tunisia e dell’Egitto sono oramai piazzate sotto “sorveglianza negativa” e per loro la fase di transazione politica è portatrice di fragilità a breve termine. In effetti, la transazione verso un regime stabile non è assicurata in Tunisia dove lo storico partito presidenziale predomina ancora oggi, il Raggrupamento costituzionale democratico, oltre alle tante divisioni e alla debolezza dell’opposizione. In Egitto, sussiste il rischio che l’insoddisfazione della popolazione degeneri nuovamente e rimetta in causa la transizione in “dolcezza”, prevista in questo primo trimestre 2011. Stessa constatazione per la Siria che si vede accordare una nota C negativa, in ragione dell’aumento delle contestazioni politiche e uno sviluppo di affari insufficiente, oltre al declino della produzione del petrolio, che è fonte di oltre un quarto del fatturato fiscale del paese, deteriorando cosi’ la sua posizione.

 

La disperazione degli Ultimi

Continueranno a vivere e a morire, perchè la Storia ha dimostrato che non c’è muro capace di contenere i sogni”.

Rosa Montero, scrittrice spagnola

Lutto nel Mediterraneo di Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

I Love Italy

Altre morti. Altre vite spezzate in un angolo di mare nostrum. Giovani uomini, donne coraggiose, dignità scosse da una vita di drammi che diventa ancor più di un dramma, diventa fine. Per tutti noi, per le nostre coscienze anestetizzate dalla superficialità imperante, dall’assuefazione alle tragedie, dai nostri piccoli problemi di libertà, queste morti  dovrebbero far riflettere e agire. Un Dittatore arabo e delle Autorità europee e internazionali che dovranno rispondere un giorno, anche loro, di tutte queste morti innocenti, di questi uomini, di queste vite annegate. Ma quanto puo’ interessare a delle figure simili questi cadaveri, che arrivano da lontano, non solo dalla Libia ma anche dal deserto inospitale, dalla Tunisia, dal Marocco, dall’Algeria, dall’Egitto e dalle profondità dell’Africa, quella nera. Sogni che si infrangono in un lembo di mare che è Storia; storia di popoli, di naviganti, di avventurieri e di scopritori. Mare di scambi;  scambi di culture, di merci, di idee, di sentimenti. Un mare ridotto ad un’unica grande tomba senza nome, che orna questi corpi gonfi con i suoi splendidi colori. L’azzurro cristallino dei suoi fondali, il rosso dei coralli, il verde cupo di migliaia di alghe che fluttuano nelle sue profonde correnti a volte insidiose. Youssef era un ragazzo di vent’anni. Era bello, forte, con dei grandi occhi che irradiavano gioventù. Attraversò il deserto verso un sogno. Con lui solo una tanica d’acqua e qualche biscotto cucinato dalla madre, avvolti in una pezza non più candida. Nella mente un unica immagine: i suoi genitori e le due sorelline gemelle che lo salutavano, sul bordo della strada sterrata, ai margini del piccolo villaggio di terra. Il padre era orgoglioso di Youssef. Con il suo lavoro e la sua fortuna avrebbe aiutato la famiglia a vivere con decoro, senza le solite tribolazioni e i patimenti di sempre, forse con la corrente elettrica, per illuminare un pò di più le loro vite dimenticate anche da Dio. Youssef calcolava mentalmente lo spazio temporale che lo divideva dalla Sicilia, quella Sicilia tanto amata dagli arabi, da secoli. Un mese, una settimana, quattro giorni, poi l’imbarco clandestino. Gli scafisti senza pietà che subito gli chiesero sprezzanti quei tremila euro guadagnati sputando sangue, per quindici ore al giorno, da dieci anni, picchiando sul ferro, sempre con il suo sogno al fianco, irrigato con le gocce del suo sudore salato. Youssef stipato sul barcone a pezzi, ammasso di carne tra altra carne da macello. Poi la tonnara fatta di persone. L’aria è fredda in mare e il buio fa paura. Chiudendo gli occhi annaspando nell’acqua gelida, pensò al viso stanco di suo padre. Vide sua madre, una Madonna del deserto piagata di rughe, che con le sue vecchie mani gli accarezzava i capelli neri come la pece. E Kadijasorriso di perle, che un giorno avrebbe voluto sposare donandogli la perla più bella, il suo cuore puro. Vide poi il suo Dio, quel Dio ingiusto e crudele che si voltava e lo lasciava morire, in quell’acqua gelida, in quel buio di paure, morire per una dignità cercata. I genitori di Youssef  mi raccontano del figlio stringendo con forza  nelle loro mani rugose, solcate di vene come fiumi in piena, un tessuto sfatto, l’unica cosa che lo ricorda: una t-shirt consumata, logora di giorni, di carezze rabbiose, pregna di pianti esauriti dai mesi, uno scrigno di anime violentate dal destino. Una T-shirt che mi fa vergognare appena guardo quel piccolo logo, in alto a sinistra dove sta scritto una semplice frase: I love Italy.

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