Taj Palace Marrakech: l’India incontra il Marocco

tajpalaceUna manciata di settimane ancora e aprirà nella Ville Rouge un nuovo emblema dell’hôtellerie di lusso, il Taj Palace Marrakech. Questo palazzo si estende su oltre 53 ettari nella Palmeraie e aprirà le sue porte il 15 gennaio 2013 dalla società Taj Hôtel Resort & Palace. La IHMS Marrakech Limited, filiale marocchina di questo operatore indiano specializzato nella hôtellerie di alto standing, sta dando le ultime direttive per la buona riuscita del lancio di questo palazzo dalle dimensione fuori dell’ordinario con un fasto degno delle Mille e una notte o dei palazzi opulenti dei Maharadjash. Un fasto incarnato, tra le altre cose, da una cupola di 25 metri di altezza decorata con tre km di foglia d’oro che sormonta l’hall principale. Fusione architettonica di due culture, quella indiana e quella araba, il Taj Palace Marrakech è un sogno diventato realtà grazie a due milionari, il marocchino Jawad Kadiri e l’indiano Priti Paul. Un sogno che accarezzarono l’indomani dalla loro firma societaria nel 2004, a cui hanno consacrato sei anni della loro vita, la durata della costruzione di questo meraviglioso palazzo. Nel 2010, in piena fase di realizzo degli arredamenti, vennero girate diverse scene del film Sex & City.  Questa è la terza apertura della società indiana in Africa dopo il Taj Cape Town in Sud Africa e il Taj Pamozi di Lusaka nello Zambie. Queste ultime aperture, compresa Marrakech, porteranno a livello mondiale con il marchio Taj ben 94 realtà disseminate in 12 paesi (India, Africa, Zambie, Stati Uniti, Inghilterra, Maldive, Australia, Malesia, Emirati Arabi, Sri Lanka, Bhoutan e il Marocco). Con le sue 161 camere di cui 27 suite, i suoi diversi ristoranti e la S.P.A. di 3.800 m2, il Taj Palace Marrakech sarà un temibile rivale per gli altri prestigiosi resorts situati in città come il Mamounia, il Four Seasons e il Palais Namaskar. Una bella scommessa in questi tempi dove la crisi economica morde significativamente anche il Marocco.

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Aïd el Kébir 2012 – La grande Festa

L’Aïd el Kébir (festa del sacrificio) si svolgerà in Marocco venerdi’ 26 ottobre 2012. Questa festa ha la durata di alcuni giorni ed è la più importante dell‘Islam, simbolo di sottomissione totale di Abramo e, per estensione, di tutti i credenti in Dio (Allah). Ha luogo il 10° giorno del Dhou al Hijja, ultimo mese del calendario musulmano e segna la fine del pellegrinaggio alla Mecca. Secondo il Corano, Abramo, inviato di Dio, obbedendo ad un comandamento divino, si apprestò a sacrificare il suo unico figlio, Ismaele, nato dalla sua unione con Hajar, una ex serva della sua prima moglie Sarah, quando l’Arcangelo Gabriele sostituì, nel momento dell’uccisione, un montone a Ismaele. Questo avvenimento è situato in prossimità della Mecca e, per sottomissione a Dio, Abramo è considerato come il migliore dei musulmani. Secondo la Bibbia invece, Abramo è un discendente di Noè. Obbedendo a Dio si apprestò a sacrificare il figlio Isacco, nato dalla sua prima moglie Sarah, e tre erano gli angeli presenti. Abramo cacciò nel deserto la sua serva Hajar e il loro figlio Ismaele. L’intervento di Dio salvò poi Isacco e l’avvenimento è situato a Gerusalemme. L’animale da sacrificare (il montone) non deve essere ucciso all’istante ma dissanguato. Secondo la legge islamica, questa operazione spetta al capofamiglia, che può delegare un sacrificatore riconosciuto, e deve essere compiuta dopo la preghiera dell’Aïd, venti minuti circa prima dell’alba, chiamata da un Imam. Il montone deve essere poi diviso in tre parti uguali; una per la famiglia, una per i vicini e amici e l’ultima, composta dai pezzi più prelibati, deve essere donata i poveri. Nel Maghreb e in Egitto si utilizza il nome Aïd el Kébir (grande festa) per distinguerla dall’Aïd el Seghir (piccola festa), che segna la fine del Ramadan. In diversi paesi dell’Africa come il Mali, il Niger, il Senegal e il Benin la festa dell’Aïd El Kebir è chiamata Tabaski, mentre  per una parte degli Amazighs (berberi) dell’Africa del nord è chiamata Tafaska. In Arabia Saudita e negli altri Paesi musulmani è chiamata Aïd el Adha. Posterò in seguito sugli aspetti sociali, culturali e folcloristici di questa festività, importante e spettacolare, che può  essere poco tollerata dai turisti occidentali in quanto sono  momenti abbastanza forti e violenti; si calcola che circa 5 milioni di montoni vengono sgozzati nella mattina del Aïd in Marocco. Quindi a tutti gli animalisti e alle persone estremamente sensibili,  consiglio di non raggiungere il Marocco( e comunque i Paesi musulmani) in quei giorni.

I granai collettivi, fortezze dell’Atlas.

Se in tutte le piane del Marocco la conservazione del grano avveniva nei silos, nell’Anti Atlas e sul versante sud dell’Alto Atlas i cereali, insieme ad armi e munizioni, avevano un posto d’onore in architetture monumentali a picco su degli strabiombi: i granai collettivi fortificati, un istituzione fondante nella vita comunitaria della montagna. La storia di questi importanti monumenti minacciati dal tempo.

Il cuore pulsante dell’Atlas conosce da secoli delle impervie condizioni atmosferiche, specialmente durante i suoi lunghi inverni: la terra sparisce sotto la coltre di neve, il ghiaccio paralizza gli scambi, i souks settimanali sono inesistenti.  La tradizione vuole che per salvaguardare dalle intemperie i raccolti si costruissero dei vasti edifici divisi in loggette individuali, messi sotto la tutela di un guardiano. Ma dopo gli anni ’70, con le mutazioni che conobbe il mondo rurale, l’istituzione di questi granai-fortezze venne a mancare. L’Atlas marocchino, particolarmente vasto e con picchi di oltre 4.000 mt, è da secoli impenetrabile ai più. Queste popolazioni non si sottomisero ai sultani e ai colonizzatori e soltanto le guerre interne mettevano a repentaglio la stabilità di queste terre difficili. Convenne quindi organizzarsi contro l’insicurezza degli attacchi e cercare di proteggere le  ricchezze progettando architetture difensive. Trecentododici siti di granai-fortezze sono stati censiti oggi in Marocco, dalle frange presahariane dell’Anti Atlas sino ai contrafforti settentrionali dell’Alto Atlas centrale. In armonia con il paesaggio circostante questi edifici furono costruiti in pietra rozzamente prelevata dai fianchi delle falesie ed erano predisposti alla difesa contro il nemico e contro l’umidità, restando quasi invisibili dalle vallate. Integrati ai villaggi dietro a delle cinte murarie comuni erano di difficile accesso e presentavano dei volumi che variavano secondo le regioni di appartenenza. I granai dell’Anti-Atlas occidentale, chiamati “Agadir” con una forma allungata e provvisti di torri per la guardia, si erigevano sino a venti metri d’altezza e loro mura, fortificate, erano provviste di una sola porta d’accesso, a volte rinforzata da un arco di pietra e terra secca. All’interno potevano custodire sino a 600 loggette per il grano, unite tra loro da lunghi corridoi a cui si accedeva da scale in legno grezzo e pietra. I granai dell’Anti-Atlas, chiamati “Ighrem“, erano ugualmente di forma quadrangolare, ma il piano interiore era organizzato attorno ad una corte centrale. Gli angoli erano muniti di torri difensive o garritte e sui muri della cinta erano esposti i cadaveri dei nemici. Il massiccio del Siroua e il versante nord dell’Alto Atlas orientale conta ugualmente di diversi granai circolari, sorta di bastiglie con un piano architettonico impreciso, e alcuni importanti granai/falesia che sono il prototipo arcaico di questi granai collettivi.

L’acceso era arduo e semplicemente si doveva camminare su dei tronchi intagliati che formavano una sorta di minuscolo marciapiede. Aggrappati alla roccia donano l’impressione di essere un tutt’uno con la montagna, lungimirante e non cosciente esempio di costruzioni ecofriendly, rispettoso dell’ambiente (in realtà dovevano mimetizzarsi per non essere visti). Molte di queste fortezze possedevano una cisterna per la raccolta di acqua piovana e le più grandi anche una piccola fonderia e la moschea. Tutte queste strutture erano guardate a vista da un responsabile che alloggiava nei pressi del muro di cinta e che veniva retribuito con una percentuale di ricavo dello stock presente nella fortezza. I granai-fortezza non sono stati solo un modello di ingegneria architetturale formidabile, studiati per la montagna, ma costituivano l’assise dei principi d’ordine, di stabilità e di coesione dell’organizzazione tribale delle epoche passate. Gestiti da una comunità di associati dai diversi strati sociali, che avevano ognuno la loro proprietà individuale di una o più parcelle, secondo il bisogno, furono per lungo tempo il simbolo di una sorta di repubblica ugualitaria. Un consiglio di notabili formato il più delle volte da sei membri, amministrava la comunita e dovevano attenersi ad una rigida carta interna, a volte scritta in arabo, a cui dovevano aderire tutte le tribù dell’Anti Atlas occidentale e centrale. Era di fatto una istituzione esclusivamente maschile essendo la gestione di un granaio extra-domestica, che dava luogo a diverse riunioni comunitarie e dove, ovviamente, le donne erano bandite.  Contrariamente al Sahara, dove le chiavi delle loggette per il grano, erano date in esclusiva alle donne, qui gli uomini detenevano le chiavi e solamente loro avevano il diritto di accesso. In generale i granai non servivano da abitazione ma in alcuni casi gli “Ighrem” fortificati, più piccoli di uno “Ksar” comprendevano una decina di abitazioni destinate ai famigliari dei montanari poco fortunati che, in inverno, si separavano dalla famiglia in cerca di lavoro altrove. La decadenza dei granai-fortezza collettivi iniziò con la pacificazione francese degli anni ’30. Il movimento di scomparsa accellerò negli anni ’70, nello stesso momento che la società si evolveva e le mode abitative prendevano piede. Influenzati dai gusti cittadini per le case in cemento, anche i montanari, a poco a poco, inziarono a non più considerare il loro patrimonio rurale, in primis l’architettura in pietra, in completa regressione. Oggi i granai collettivi non sono più funzionali, ovviamente, ma la loro dimensione affettiva resta importante nella memoria dei valligiani e qualche opera di recupero ha visto l’inizio con progetti budgettati dalle casse dello Stato. Agadir o Ighrem? I due termini sono berberi e designano lo stesso edificio: il granaio collettivo fortificato. “Agadir” (o Tagardit) è il nome utilizzato dalle tribù Chleuhs in tutto l’Alto Atlas occidentale. In lingua Tamazight, parlata nella parte orientale della catena, si preferisce il termine “Ighrem” la cui radice sottolinea l’idea di fortezza. All’incrocio delle strade tra Taroudant e Tata, un borgo rurale porta il nome di “Ighrem”. Il suo granaio, edificato nel 1745, è ancora gestito da un consiglio di anziani, come esige la tradizione. Pertanto la sorveglianza dell’edificio è stato recentemente affidato ad un guardiano che, regolarmente, causa le collette di foraggio per il bestiame, riunisce una comunità di donne predisposte, da sempre, alla cura degli animali. Un innovazione sociologica che merita attenzione considerato appunto che alle donne era proibito l’accesso a questi luoghi considerati di puro predominio maschile.

Da leggere: Granai collettivi dell’Atlas – di Salima Naji – Edizioni Edisud 2007

Leone l’Africano

Hassan al-Wazzan nacque nel 1488 a Granada, nella Andalusia musulmana. Dopo la presa della città nel 1492 dai reali cattolici  Isabella di Castiglia e Ferdinando II° di Tarragona, la sua famiglia si rifugiò in Marocco nella città di Fès. Hassan studiò  teologia in diverse scuole coraniche della città e alla prestigiosa Karaouiyine, e grazie allo zio materno debutterà nel campo diplomatico seguendolo in una missione nell’impero Songhai, in visita all’Askia Mohammed Touré. L’impero venne fondato a Koukia nel VII° secolo dal capo berbero Za el-Ayamen che fuggì davanti all’invasione araba, e si estendeva dal Niger al Mali sino ad una parte della Nigeria attuale. Verso il 1010 il re di Koukia si installò a Gao e si convertì all’Islam. La città vicina di Tombouctou divenne il punto di raggruppamento delle carovane e il centro transsahariano che fece della città un centro economico dell’impero e centro religioso e intellettuale importante. Questa città misteriosa si adornò di numerose costruzione in pisè (terra e paglia) come le moschee Jingereber, Sidi Yaya e Sankore. Leone l’Africano  dopo questo viaggio entusiasmante decise che la sua vita sarebbe stata al servizio della diplomazia. Le sue missioni politiche e commerciali lo portarono attraverso tutto il Marocco; dal Rif al Souss, dai Doukkala ai Tadla, dal Tafilalet alle zone presahariane e poi ancora in tutti i paesi del Maghreb, dell’Arabia, dell’Africa sahariana, a Costantinopoli e in Egitto. Nel 1518, di ritorno da uno dei suoi viaggi, la nave sulla quale era imbarcato venne attaccata (si presume a Malta o in Corsica) e fatto prigioniero da “marinai siciliani“. Venne infatti catturato dai Cavalieri dell’ordine di S.Giovanni. Questi ultimi però, impressionati dal suo sapere e dalla sua cultura lo donarono al Papa Leone X, che in seguito lo adotto come figlio, lo fece catechizzare e poi battezzare con il suo stesso nome: Giovanni Leone. Divenne allora Giovanni Leone de Medici, detto Leone l’Africano. Durante il suo soggiorno in Italia studiò l’italiano e il latino ed insegno l’arabo a Bologna. Su richiesta del Papa scrisse la sua famosa Cosmographia dell’Africa, pubblicato a Venezia sotto il titolo di “”Della descrizione dell’Africa et delle cose notabili che ivi sono“. Quest’opera divenne una referenza importante con preziose informazioni sulla vita, la morale, gli usi e costumi del mondo musulmano, tralasciando volutamente tutti gli aspetti di carattere militare (il 70% dell’opera descrive ovviamente il Marocco) . Grazie a questo libro Tombouctou divenne una città mitica nell’immaginario collettivo europeo. Il libro divenne la Bibbia di tutti i diplomatici e esploratori interessati all’Africa. Mori nel 1548 lasciando in dono questa preziosa eredità. La sua morte è avvolta nel mistero: alcune fonti danno gli ultimi giorni della sua vita in Italia, a Bologna. Altri invece credono sia morto in Tunisia, riconvertitosi all’Islam, ma nessun documento prova questa tesi. Resta il fatto che la vita di quest’uomo è stata sicuramente straordinaria e fuori da ogni prevedibile schema, ambigua e sicuramente avventurosa.

Omar Khayyam, Cantore delle Libertà.

Conobbi questo personaggio carismatico alcuni anni orsono a causa di una mia passione: le rose botaniche e antiche. In una mostra a Masino, organizzata da F.A.I. (3 giorni per il giardino), a caccia di rarità, mi imbattei in una rosa incredibilmente bella, di una purezza unica, color rosa chiarissimo. Il suo nome era Omar Khayyam. Scoprii che i suoi semi vennero portati dalla tomba di questo saggio scrittore, sepolto a Nashipur in Persia (attuale Iran) e piantati nel 1893 sulla tomba di Edward Fitzgerald (curatore delle sue opere in Inghilterra) nel Sulfolk. Volli capirci qualcosa in più (come sempre) e dopo alcune ricerche conobbi la storia appassionante di questo uomo nato  verso il 1040 dell’era cristiana e morto il 4 dicembre del 1113. La vita di Khayyam è circondata dal mistero e pochissime informazioni sono disponibili per tracciare la sua vita. I ricercatori sono dell’idea che Omar Khayyam sia nato da una famiglia di artigiani di Nichapur (suo padre era un fabbricante di tendaggi). Trascorse la sua infanzia nella città di Balhi dove studiò sotto la direzione dello sceicco Mohammed Mansuri, uno dei più celebri ricercatori del suo tempo. Nella sua gioventù Omar Khayyam divenne allievo dell’Imam Mowaffak di Nishapur considerato come uno dei migliori professori di Khorasan (regione della antica Persia). Terminati gli studi e dopo l’ascesa al potere dell’amico Nizam Al-Mulk, Gran Vizir della Persia, Khayyam ricevette una pensione di 1200 mithkals d’oro dalla tesoreria reale e, non essendo particolarmente ambizioso, si ritirò per studiare le scienze e la preghiera. Se si decifra con il sistema abjad il suo nome risulta il termine Al-Ghaqi, il dissipatore di beni, espressione che nella terminolgia sufi è attribuita  a “colui che distribuisce o ignora i beni del mondo che costituiscono un fardello nel viaggio che si intraprende sul sentiero sufista“.  Omar Khayyam è considerato, a ragione,  come uno dei più grandi matematici del Medio Evo ma i suoi lavori algebrici furono conosciuti in Europa solo nel XIX° secolo. Scrisse “Dimostrazioni dei problemi di algebra” nel 1070 dimostrando appunto che le equazioni cubiche potevano avere diverse radici e costruì delle tavole astronomiche conosciute sottoil nome di Zidj-e’Malikshahi. Nel 1074 divenne direttore dell’Osservatorio di Isahan e riformò, dietro precisa richiesta del sultano Malik Shah, il calendario persiano (riforma Jelaléenne). Introdusse un anno bisestile e misurò  la lunghezza dell’anno come 365,24219858156 giorni. Questa tipologia di anno è più corretta rispetto all’anno gregoriano creato cinque secoli dopo. Oggi l’anno è calcolato in 365,242190 giorni. I suoi poemi sono chiamati Rubayat (quartine). Le quartine di Khayyam sono delle perle mistiche che fanno di quest’uomo un Sufi. Nella pratica, Khayyam, si mostrò fortemente critico nei confronti della religione del suo tempo. La parola “vino“ è menzionata frequentemente nelle sue quartine, “il vino divino che inebria e invade di dualità, insieme alla compagnia di giovani donne“. Khayyam è un “disperato” che maschera con un sorriso questa sua “serenità dolorosa“, senza ferite. In tutta la sua vita cercò senza sosta la Verità nelle scienze, nella filosofia, nei piaceri della vita. La serenità di questi abusi non assomiglia alla calma olimpica di Ghoete e neppure alla insignificante quiete di Orazio, poeta che troppe volte Khayyam è stato paragonato. La sua cultura universale, e le sue delusioni, di ordine puramente trascendentale, hanno conferito al poeta una sprezzante indifferenza e un amarezza che non accetta un piacere per cambiarlo in dolore. Il suo coraggio è rimarcabile quando proclamò l’inedia dei dogmi religiosi e delle conoscenze umane tra i suoi contemporanei fanatici e intolleranti. Khayyam indicherà, come farà poi più tardi Jalal Ud Din Rumi, che l’uomo sul cammino di Dio non ha bisogno di luoghi dedicati per venerare il suo Dio e che la frequentazione di Santuari religiosi non è una garanzia di un contatto con Dio, ne un indicatore di rispetto verso una disciplina interiore. Questa visione spiega perché molte delle sue quartine sono state censurate dal regime odierno iraniano che non apprezza, ovviamente, questa visione “liberaldell’Islam. Molti agnostici occidentali vedono in questa figura uno dei loro fratelli, tanto che molti musulmani, per sconfessare questa tesi, perseguono nelle sue opere la parte  simbolica dell’ esoterismo e le profonde radici sufiste. Ma queste visioni esoteriche di Khayyam sono state altresì ferocemente combattute da quelli che vedono in lui il precursore delle filosofie materialiste. In effetti se per alcuni l’uso che fece della figura del vino, una sorta di manna celeste, un presagio divino, altri rifiutano questa interpretazione e lo considerano come un vero materialista, cantore della libertà individuale e difensore strenuo dell’individualità davanti al destino e l’apologia del piacere.

Accontentati di sapere che tutto è  Mistero: la Creazione del mondo e la tua, il Destino del mondo e il tuo. Sorridi a questo Mistero come ad un pericolo che tu disprezzerai. No credere che tu saprai qualcosa quando ti affrancherai alla porta della Morte. Pace agli uomini nel nero silenzio dell’Aldilà“.

Allah è grande! Il grido del Muezzin rassomiglia ad un immenso lamento. Cinque volte al giorno, è la Terra che geme verso il suo Creatore indifferente?”

Esser, non esser, salvezza, destino. Cielo, Inferno e Misteri….Oh Parolai!! Con tutto il mio studiare io non trovai che una cosa quaggiù: il vino“.