Secondo il ministro dei Trasporti, Karim Ghellab, il personale della Sicurezza e della Gendarmeria Reale del Marocco, utilizzeranno a partire dal mese di settembre 2011 gli alcol test per misurare il tasso alcolemico dei guidatori sospetti. Il Marocco ha già aquistato 200 etilo test nel 2010 e 30 etilometri che permettono di misurare la concentrazione d’alcol nel respiro, mentre altri 100 etilometri sono in corso di acquisizione dalla Sicurezza Nazionale. Sono previsti 200 controlli al giorno, a partire dal mese di settembre sulle principali strade e autostrade del paese, per abbattere il numero esorbitante di incidenti che si producono nel reame, un ecatombe quasi sempre causata dallo stato di ebrezza dei guidatori. Il ministro dei Trasporti, in collaborazione con il Comitato nazionale sulla prevenzione degli incidenti di circolazione (CNPAC) lancerà a breve una vasta campagna di comunicazione che dovrà iniziare dopo il mese del Ramadan (quando tutti riprenderanno a bere) per accompagnare il lancio dell’alcol test. In questo mese di Ramadan la vendita di alcol è severamente proibita in Marocco e nei supermercati dove i reparti di bevande alcoliche sono blindati. Per poter acquistare anche solo una bottiglia di vino serve il passaporto e il cliente è registrato su di un apposito registro! Le bevande alcoliche sono proibite dal Corano ma non solo durante il mese sacro del Ramadan, quindi ufficializzare l’uso dell’alcol test è ammettere che si fa un grande uso di alcolici in un paese dove non dovrebbero esistere. Un no-sense in salsa musulmana.
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I musulmani americani esistevano già prima dell’11 settembre 2001.
Abito ad Harlem, in una strada dove esistono tre chiese e una moschea. Quest’ultima si trova nelle vicinanze di una di queste chiese e quando i fedeli si attardano sul marciapiede, è impossibile capire se sono usciti dalla chiesa o dalla moschea.Solo il foulard di alcune donne ne è il segnale. I musulmani americani non sono usciti dal nulla dopo l’11 settembre 2001. La nostra storia a New York e nel resto del paese anticipa di molto questa data tragica. Molti dei primi musulmani arrivarono qui in barca, altri come schiavi dall’altra parte dell’Atlantico. Pertanto l’astio che si sta propagando attraverso tutti gli Stati Uniti, vuole semplicemente scavare un fosso tra la parte americana e la parte musulmana della nostra identità. Nello spazio di una settimana, un autista di taxi newyorkese è stato pugnalato da un passeggero che gli ha chiesto se era musulmano ; un pazzo ha fatto irruzione in una moschea per urinare sui tappetti della preghiera, un altro ha dato fuoco ad un centro islamico a Madera, in California, e infine l’FBI sta indagando su di un incendio provocato in una moschea del Tennessee. ”Cosa sarà, dimmi, di mia madre, di mia cognata, di tutte le donne che indossano il hijab negli Stati Uniti e che quindi è un segno di appartenenza alla religione islamica ? ”, mi chiede mia sorella Nora, universitaria. Non parliamo solo di Park51, il progetto del centro islamico e della moschea nel quartiere Lower Manhattan, a due isolati da Ground Zero. Almeno altri quattro progetti di costruzioni di moschee nel paese, a centinaia di kilometri dal ” vicino sacro” di Ground Zero, si stanno confrontando con una opposizione antimusulmana . Alcune persone hanno voluto incolpare l’imam Feisal Abdul Rauf, che è alla testa del progetto di Park51, accusandolo di aver riaperto ferite non ancora rimarginate dopo l’11 settembre 2001, e nuovi atti di violenza e tentativi di attacchi sono stati compiuti quest’anno peggiorando di fatto la situazione. Ma la società musulmana americana non si è nascosta dietro ad un dito ed ha condannato duramente questi atti rifiutando di essere colpevole solo per il fatto di una “ affiliazione religiosa” con gli autori di questi crimini. Noi non possiamo permettere che qualche fanatico integralista possa mettere a repentaglio il tessuto sociale dell’America. Quei musulmani che si attardano sul marciapiede davanti alla moschea sono un microcosmo dell’America. Noi votiamo e vogliamo contare. Quel taxista ucciso era islamico, come il 50% circa dei taxisti che lavorano a New York. Noi siamo anche medici, attori, e regine di bellezza americane.L’altra sera, guardando una famosa serie tv ospedaliera con mia sorella che è ginecologa – ostetrica, mi ha raccontato un aneddoto che riassume tutta la soluzione : ”L’altro giorno stavo aiutando a partorire una paziente e il marito, essendo militare di stanza in Afghanistan, seguiva le varie fasi del parto collegato alla webcam di Skype. Mi sono detta : ecco, una ostetrica musulmana con il velo in testa sta aiutando un bambino a nascere, il cui papà è un soldato americano che si trova in un paese mussulmano ”.
Font : Mona Eltahaway, giornalista e cronista newyorkese specialista del mondo mussulmano e arabo.
11 settembre 2001, una data da non dimenticare.
Questa foto è stata intitolata The falling man (l’uomo che cade). E’ stata scattata dal fotografo Richard Drew ed è diventata uno dei simboli di quellla TRAGEDIA . Almeno 200 persone saltarono dalle torri in fiamme e morirono, precipitando su strade e tetti degli edifici vicini a centinaia di metri più in basso. Alcune persone che si trovavano nelle torri al di sopra dei punti di impatto salirono fino ai tetti degli edifici sperando di essere salvati dagli elicotteri, ma le porte di accesso ai tetti erano chiuse; inoltre, non vi era alcun piano di salvataggio con elicotteri e, quella mattina dell’11 settembre, il fumo denso e l’elevato calore degli incendi avrebbe impedito agli elicotteri di effettuare manovre di soccorso. Le vittime degli attentati furono 2974, esclusi i diciannove dirottatori: 246 su quattro aeroplani (88 sul volo American Airlines 11, 59 sul volo United Airlines 175, 59 sull’American Airlines, 77 e 40 sul volo United 93, 2.603 a New York e 125 alPentagono. Altre 24 persone sono ancora elencate tra i dispersi. Tutte le vittime erano civili a parte 55 militari uccisi al Pentagono Furono più di 90 i Paesi che persero cittadini negli attacchi al World Trade Center.
“La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani o centesimi piani. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute. E venivano giù cosi’ lentamente. Cosi’ lentamente…Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell’aria. Si, sembravano nuotare nell’aria. E non arrivavano mai!. Verso i trentesimi piani, pero’, acceleravano. Si mettevano a gesticolare disperati, suppongo pentiti, quasi gridassero help-aiuto-help. E magari lo gridavano davvero. Infine cadevano a sasso e paf!. Santiddio, io credevo d’aver visto tutto alle guerre. Dalle guerre mi ritenevo vaccinata, e in sostanza lo sono (…) Pero’ alle guerre ho sempre visto la gente che muore ammazzata. Non l’ho mai vista la gente che muore ammazzandosi, buttandosi dalle finestre di un ottantesimo piano. Hanno continuato a buttarsi finché, una verso le dieci, una verso le dieci e mezzo, le Torri sono crollate….”
Oriana Fallaci “La rabbia e l’orgoglio” Ed. Rizzoli International
Eroi a 4 zampe dell’11 settembre 2001 -WTC
E’ uscito in America un bel libro, ‘Dogs Heroes of september 11th’ del Kennel Club Books, dedicato a quegli splendidi cani che si sono prodigati nella ricerca delle persone sepolte sotto le macerie del WTC, salvandone tante, tantissime. Molti di loro sono morti con i loro compagni umani durante le ricerche, molti altri sono morti dopo qualche tempo a causa delle esalazione nocive che si sprigionavano dalle macerie. Trovo molto bello tutto questo, da amante dei cani (e degli animali in generale), e spero serva anche, oltre a ricordarli, alle tantissime persone indifferenti o peggio, intolleranti, ai cani. E meno male che sono bestie! Bestie chi ha condotto questo brutale attentato, bestie tutti i fanatici religiosi del mondo, bestie chi vuole bruciare Corani e bestie chi brucia chiese, croci, Bibbie e cristiani in giro per il mondo.
Troverete un bel reportage su questi amici nell”ultimo numero di 4Zampe, in edicola.
Il Corano a fuoco..
Il Corano è un Libro Sacro, come lo è l’Antico Testamento (Torah scritta) per gli ebrei e la Bibbia per i cristiani. Per farvi capire meglio la sacralità di questo libro, sceso sulla Terra per grazia dell’Arcangelo Gabriele e passato nelle mani di Maometto, vi raccontero’ un anedotto che mi accadde i primi mesi della mia permanenza in Marocco, a Marrakech. Ero al supermercato, in compagnia di un amico marocchino e mi trovavo al reparto libri/riviste. Passeggiando tra gli scaffali mi colpi’ molto una splendida copertina in cuoio marrone, con una scritta in arabo classico color oro, mi avvicinai per prenderlo e venni fermato in modo anche abbastanza energico dall’amico che, serio in volto, mi disse, esagerando: “No, tu non puoi toccarlo, è il Corano!“. Questo per farvi capire quello che potrebbe succedere l’11 settembre quando il demente pastore fondamentalista della Florida, Terry Jones, brucierà le 200 copie del Corano, come da programma. Capisco bene che la ferita dell’11 settembre, la strage perpetuata in nome dell’Islam, in nome di una guerra santa, è ancora aperta, calda e bruciante. Tante, troppe, ma sono troppe anche una sola, vite umane sono state stroncate da un atto terroristico immane, che porterà tracce di se nei secoli. Questo pero’ non deve indurre in atti sconsiderati, immorali e demenziali, dalle conseguenze nefaste. Si, capisco anche che molti di voi ricordano quel giorno, con migliaia di arabi nelle strade che festeggiavano tutti quei morti, si, lo capisco. Proviamo ad archiviare certe immagini, nella storia, pensando che è stato un frutto dell’antimericanismo più becero, di un momento storico che è stato analizzato, dibattuto e archiviato. In quelle vittime innocenti delle Torri Gemelle erano presenti, non dimentichiamolo, tanti arabi musulmani. Questo atto che (forse) si consumerà sabato prossimo fara si’ che nuovamente, e in modo ancora più profondo, gli arabi musulmani, tutti, anche i più moderati, riprenderanno in mano quell’antimericanismo becero e fanatico che diventerà scusa per qualsiasi azione, anche la più maledetta e malvagia, senza beneficio di inventario. Trovo molto belle e profonde di significato le parole del rettore della grande moschea di Parigi, Dalil Boubaker, che invita alla calma. Un appello a “non cedere alla provocazione” invitando i musulmani a non reagire all’iniziativa del pastore Jones. “Chiedo ai miei correligionari di non cedere alla provocazione e di rispondere con saggezza, esprimendo compassione – ha detto Boubakeur – l’11 settembre è una data che addolora e rattrista tutta l’umanità, perché prendersela con i musulmani? Gli autori della strage erano terroristi, gente spregevole che non rappresenta in alcun modo l’opinione dei musulmani“.
”Noi dobbiamo far si che un induista,diventi un induista migliore,un mussulmano,un mussulmano migliore,un cattolico,un cattolico migliore“.
Madre Teresa di Calcutta
La Mamounia, un mito che risorge
Dopo rumors, pettegolezzi da shampiste, misteri da fantapolitica, complotti internazionali degni di James Bond, che lo davano per spacciato, il mito della Mamounia resta inossidabile e, a discapito dei miscredenti, riapre le sue porte dorate al jet-set internazionale che ha in agenda una visita al prestigioso e rinnovato Grand Hôtel. Tutto questo accadrà nel mese di settembre 2009, dopo 5 anni di chiusura per restauri. Il nome della Mamounia risale al XVIII° secolo. La storia inizia con un Sultano alaouita, Sidi Mohammed Ben Abdellah, che aveva per abitudine quella di donare una sua proprietà come cadeau di matrimonio a ognuno dei suoi figli. Fu cosi’ che uno dei suoi quattro figli, Abdessalam, Mamoun, Moussa e Hassan diventarono gli eponimi dei giardini che ricevettero dal padre. Questi giardini “Arsat” sono ancora conosciuti oggi, ma solo l’arsat Al Mamoun, appartenuto al principe Mamoun divenne celebre e ispiro’ il nome della Mamounia. Si racconta che il principe lo utilizzasse come luogo di “piacere” per la “nzaha“, costume corrente all’epoca in molte città marocchine, una sorta di garden party a luce rosse. Due secoli dopo, su di una superficie di 15 ettari, venne creato l’Hôtel, che ebbe da subito una reputazione internazionale. Costruito nel 1923, dagli architetti Prost e l’italiano Marchisio, l’Hôtel La Mamounia ha beneficiato di un chiaro e preciso rispetto dei luoghi storici, voluto dai suoi proprietari, la Compagnie des Chemins de Fer du Maroc. Dopo la sua creazione, La Mamounia si rivelo’ un autentico monumento mescolando la tradizione architetturale marocchina con l’ultima tendenza nascente all’epoca: l’Art Déco. Nel corso dela sua storia, La Mamounia non fu mai abbastanza grande per soddisfare tutta la clientela desiderosa di alloggiare al suo interno. Sino alla fine degli anni ’30, l’Hôtel possedeva meno di cinquanta camere, poi si ingrandi’ nel 1946, per arrivare a cento unità, poi ancora ristrutturato nel 1950, 1953, 1986 e infine nel 2005 per riaprire il 29 settembre 2009. Questo restauro, curato dal decoratore Jacques Garcia, ha previsto un totale di 13 camere classiche, 19 camere superiori, 104 camere deluxe, 7 suite e 3 ville disseminate nel parco. I prezzi partiranno da 500 euro a notte, per persona. E’ possibile, come sempre, pur non essendo ospiti, frequentare i suoi bar, cosi’ suddivisi: bar dell’Italiano, Churchill, della Piscina, Marocchino e la Gelateria le Menzeh. I ristoranti aperti al pubblico esterno sono: il Marocchino, il Francese, curato dallo chef Jean-Pierre Vigato, l’Italiano di Don Alfonso e il Pavillon della Piscina. Oltre ad una SPA di 2.500 mq, un Pavillon di remise en forme, una piscina riscaldata all’ozono e due campi da tennis.
Numerose celebrità hanno soggiornato al Mamounia. Winston Churchill stabili’ il suo quartier generale invernale e aveva la bizzarra abitudine di passare da balcone in balcone per seguire il tramonto del sole e catturare i colori, per poi riprodurli sulle sue tele. Molti dei suoi dipinti rappresentano infatti alcuni angoli dell’Hôtel e possono essere ammirati al Museo Churchill in UK. Un famoso aneddoto recita che Winston Churchill disse a Franklin Roosvelt a proposito di Marrakech, nel 1943, che era “uno dei luoghi più belli del mondo” e lo invito’ a conoscerla. Si racconta anche che il Generale De Gaulle passo’ in quell’epoca alcune notti al Mamounia e il direttore dell’albergo dovette costruire un letto su misura per il “grande uomo”. Nel corso degli anni, la reputazione di Marrakech e della Mamounia attiro’ l’attenzione dei registi francesi e americani. Jean Tissier giro’ “Allerta a sud” con Eric Von Stroheim nel 1953. Al Mamounia si giro’ anche “Morocco” con Marlene Dietrich cosi’ come “L’uomo che sapeva troppo” (vedi anche alla Cat.Cinema) di Alfred Hitchcock. Nel 1955, Charlie Chaplin venne accolto trionfalmente all’Hôtel Mamounia. Stessa accoglienza venne attributata al nostro compianto Marcello Mastroianni, a Youssef Chahine, Claude Lelouche, Jean-Jacques Annaud, Oliver Stone, Luc Besson e Martin Scorzese. Altre personalità dello show biz seguirono: Kirk Douglas, Charlton Heston, Yul Brinner, Omar Chérif, Joan Collins, Nicole Kidman, Silvester Stallone, Richard Geere, Susan Sarandon, Tom Cruise, Sharon Stone, Kate Winslet, Charles Aznavour, Jean Paul Belmondo, Catherine Deneuve, Alain Delon, Ornella Muti, Claudia Cardinale, Sophie Marceau e molti altri. Dopo le stars del cinema sono arrivate quelle della moda, con creatori come Yves Saint laurent e Pierre Balmain, che decisero in seguito di prendere casa a Marrakech, seguiti a ruota da Gianni Versace, Kenzo, Valentino, Jean Paul Gaultier. Nel 1968, con l’esplosione dei gruppi rock internazionali, Marrakech accolse i Rolling Stones, Crosby, Still and Nash & Young scrissero “Marrakech Express“. Altre stars della musica passarono dal Mamounia come Jacques Brel, Dalida, Barbara Hendrix, Andrea Bocelli, Julio Iglesias, Julien Clere, Johnny Hallyday, Elton John e molti altri ancora. Altre personalità arrivarono a scoprire La Mamounia e rItornarono regolarmente come il Presidente Théodore Roosvelt, Ronald e Nancy Regan, il Principe delle Asturie e l’infante Elena di Spagna, la principessa Carolina di Monaco, il principe Naruhito del Giappone, Nelson Mandela, Desmond Tuttu, Valery Giscard D’Estaing, Jacques Chirac e Helmut Kohl. La lista è lunga e il Libro d’Oro non puo’ riportare tutte le impressioni e le emozioni vissute dalle celebrità mondiale ospitate al suo interno. Tutte pero’ sono animate dallo stesso sentimento: l’amore incondizionato per Marrakech.







