Mahmoud Darwich, il poeta della Palestina

Mahmoud Darwich è nato in Galilea (Palestina sotto il mandato inglese), il 13 marzo 1941, nel villaggio di Al-Birwah, ed è morto il 9 agosto 2008 a Houston, in Texas. Massimo esponente della poesia palestinese, erudito e filosofo, è stato sempre, profondamente, un attivista della lotta del suo popolo, senza mai smettere di sperare e credere nella pace. Ha pubblicato venti libri di poesie, sette opere in prosa ed è stato redattore di diverse pubblicazioni, come Al-Jadid (Il Nuovo), Al-fair (L’Alba), Shu’un filistiyya (Affari palestinesi) e Al-Karmel. La sua figura è riconosciuta universalmente dalla sua poesia che si concentra sulla nostalgia della patria perduta e le sue opere sono state tradotte in oltre venti lingue. Negli anni ’60, Darwich si iscrisse al partito comunista di Israele, ma è più noto il suo interesse in seno all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). Venne eletto membro del comitato esecutivo dell’OLP nel 1987 lasciando poi l’incarico nel 1993, per protesta contro gli accordi di Oslo. Dopo oltre trent’anni di esilio, raggiunse la Palestina sotto condizioni, e si stabilì a Ramallah. Mahmoud Darwich è il secondogenito di una famiglia musulmana sunnita, proprietari terrieri, con quattro fratelli e tre sorelle. Il suo villaggio venne raso al suolo nel 1948 e la famiglia fuggì in Libano, dove vi restò un anno, per rientrare poi clandestinamente in Palestina, scoprendo che sui resti dei loro villaggio fu costruito un nuovo villaggio ebreo. Si trasferirono dunque a Dair Al-Assad. Qui il poeta iniziò i suoi studi primari, in perenne allerta per non essere scoperto dalla polizia israeliana e più tardi, terminò gli studi secondari a Kufur Yasif. Poi partì per Haifa. La sua prima raccolta di poesie venne pubblicata quando aveva appena 19 anni (Asar bila ajnjha – Uccello senza ali). Nel 1964 sarà riconosciuto internazionalmente come la voce della resistenza palestinese grazie a Awraq Al-zaytoun (foglie d’olivi); qQuesta raccolta raccoglie la slendida poesia Carta d’Identità. Alla fine dei suoi studi, Mahmoud iniziò la pubblicazione delle poesie e degli articoli in giornali e settimanali come Al-Itihad e Al-Jadid, diventandone poi il redattore. Nel 1961 raggiunse segretamente le fila del partito comunista d’Israele, il Maki e sarà imprigionato diverse volte a causa dei suoi scritti e alla attività politica tra il 1961 e il 1967. In quel periodo Darwich sognava la rivoluzione e cantava la sua patria, la difesa dell’identità negata e la solidarietà internazionale. La poesia Identità (io sono arabo), la più celebre nella raccolta Rami d’olivo, pubblicata nel 1964, uscì dalle frontiere palestinesi per diventare un inno cantato in tutto il mondo arabo. Durante l’estate del 1982, il poetasi trova a Beirut, città che è oggetto di bombardamenti dal 12 giugno al 13 agosto. L’armata israeliana stava cercando di catturare i membri dell’OLP e Darwich guidò la resistenza palestinese nella sede israeliana del Qasidat Bayrut e Madih al-xill al’ali. In seguito si auto-esigliò prima al Cairo, poi a Tunisi e infine a Parigi. Nel 1987 venne eletto nel comitato esecutivo dell’OLP. Un anno più tardi, nel 1988, una delle sue poesie, Attraversando le parole passanti, venne discussa alla Knesset : era accusato di incitare la fuoriuscita degli ebrei da Israele;  Darwich si difenderà spiegando che dovevano uscire dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania. La poesia esclamava: “Allora, lasciate la nostra terra. Le nostre rive, il nostro mare. Il nostro grano, il nostro sale, le nostre ferite”. Nel 1995 fece ritorno a Ramallah, con un visto per visitare l’anziana madre e riuscì in seguito ad installarsi in città. Ramallah divenne poi nel 2002 un campo di battaglia . Nel marzo del 2000, il ministro israeliano dell’Educazione propose di inserire nei testi scolastici alcune sue poesie, senza successo. Morì nel 2008, il 9 agosto, in seguito a diversi interventi chirurgici al cuore, in un ospedale di Houston, in Texas. Le sue spoglie arrivarono dagli Stati Uniti e ricevette gli onori sia ad Ammam, in Giordania, che a Ramallah. I funerali videro la presenza delle più alte cariche dello Stato palestinese tra cui Abbas. È sepolto in un terreno adiacente il Palazzo della Cutura di Ramallah. L’opera di Darwich, essenzialmente poetica, è una vera difesa alla sua terra, al suo popolo, ad una cultura millenaria. Una sola idea, un solo corpo:la Palestina! La solitudine dell’esilio esprime appieno l’accettazione nobile e coraggiosa della disperazione più profonda che generò arte, una carica poetica intensa e sofferente. Il fantastico Trio Joubran (la mia passione da quando gli ho scoperti e ancora oggi ascoltandoli mi commuovono) ha accompagnato con il suono dei loro Oud alcuni recitals di Mahmoud Darwish, di cui l’ultimo ad Arles nel luglio 2008. Nel 2002, la cantante Dominique Devals e la Compagnia Laccarrière misero in musica “Undici astri sull’epilogo andaluso”, undici poesie che evocavano la partenza degli arabi dalla Andalusia. La musica di questa produzione fu firmata da Philippe Laccarrière, contrabbassista jazz. In musica venne poi trasportato il discorso/poema in omaggio agli Indiani d’America del poeta, interpretato per la prima volta in presenza di Darwich nel novembre 2006 nella sede dell’UNESCO. Sulla sua lapide è inciso:

In questa terra,

la signora di tutte le terre

qualcosa che merita la vita

Poesia “CARTA D’IDENTITÀ”

Ricordate! Sono un arabo e la mia carta d’identità è la numero cinquantamila

Ho otto bambini e il nono arriverà dopo l’estate. V’irriterete?

Ricordate! Sono un arabo, impiegato con gli operai nella cava

Ho otto bambini, dalle rocce ricavo il pane,i vestiti e i libri.

Non chiedo la carità alle vostre porte né mi umilio ai gradini della vostra camera

Perciò, sarete irritati?

Ricordate! Sono un arabo, ho un nome senza titoli e resto paziente nella terra la cui gente è irritata.

Le mie radici furono usurpate prima della nascita del tempo

prima dell’apertura delle ere, prima dei pini, e degli alberi d’olivo e prima che crescesse l’erba.

Mio padre… viene dalla stirpe dell’aratro, non da un ceto privilegiato, e mio nonno era un contadino

né ben cresciuto, né ben nato!

Mi ha insegnato l’orgoglio del sole prima di insegnarmi a leggere, e la mia casa è come la guardiola di un sorvegliante

fatta di vimini e paglia: siete soddisfatti del mio stato?

Ho un nome senza titolo!

Ricordate! Sono un arabo. E voi avete rubato gli orti dei miei antenati

E la terra che coltivavo insieme ai miei figli, senza lasciarci nulla se non queste rocce,

E lo Stato prenderà anche queste, come si mormora.

Perciò! Segnatelo in cima alla vostra prima pagina:

Non odio la gente né ho mai abusato di alcuno ma se divento affamato la carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.

Prestate attenzione! Prestate attenzione!

Alla mia collera ed alla mia fame!

Saadia Marciano, Black Panther del Maghreb

Saadia Marciano nacque a Oujda, in Marocco, nel 1950. Personaggio misconosciuto non solo nel suo paese ma anche in Europa, fondò il movimento sociale delle Pantere Nere nel 1970. La sua famiglia emigro’ dal Marocco in terra d’Israele durante la diaspora e andò a vivere nel quartiere di Musrara a Gerusalemme. Il quartiere situato nella medina non poteva sopportare l’afflusso dei rifugiati dai paesi arabi, tenendo conto che le condizioni di vita dei rifugiati non erano considerate prioritarie dal governo israeliano. È in questo contesto che il giovane Saadia fondò nel 1971, con altre figure della gioventù sefardida e mizrahi , il movimento delle Black Panther israeliane. Secondo lo storico Kokhavi Shemesh, la scelta del nome al loro movimento di rivolta sociale venne da Marciano, che si ispirò al movimento afro-americano per cercare di impressionare l’allora primo ministro Golda Meir. Marciano pubblicò la rivista del suo movimento, HaPanter HaShahor (La Pantera Nera), e iniziò il suo militantismo attivo, rubando nel 1972 le bottiglie di latte depositate nei quartieri abitati dalla classe media ebrea, per donarle agli abitanti dei quartieri poveri. In quel contesto, durante una manifestazione di protesta, ricevette un pugno in un occhio da parte di un poliziotto e l’immagine del suo occhio pesto fece il giro del mondo, attirando l’interesse della stampa internazionale. Gli anni che seguirono videro il gruppo sciogliersi ma Saadia Marciano continuò il suo attivismo sociale in favore dei più deboli. Marciano decise allora, come la maggiorparte dei componenti delle Black Panther di entrare in politica. Raggiunse il campo Shel”i (Shalom IeIsraël, ”Pace per Israele“), una coalizione del movimento situato a sinistra nella politica nazionale, fondata durante le elezioni legislative del 1977, e si candidò nelle liste del partito. La vittoria di due seggi parlamentari diede la possibilità a Marciano di poter sedersi in Parlamento, in base ad una rotatoria sui primi cinque candidati eletti. Entrò alla Knesset nel maggio del 1980, ma diede le sue dimissioni l’11 novembre 1980, scelta dovuta al fatto che volle creare un suo movimento politico, Shavin be-Israël Panterim (Uguaglianza in Israele – Pantere), rinominato con l’arrivo di Mordechai Elgrably “Partito dell’Unità” (Miflegget HaI’houd). Saadia Marciano rappresentò il partito per un anno svolgendo compiti nella commissione dell’educazione, della cultura e dello sport, oltre a quella sul lavoro e sul welfare. Nel 1981 il partito guadagnò  l’uno per cento alle legislative mettendo fine alla carriera politica dell’attivista. Si presentò ancora alle legislative del 1996, ma risultò 37° nella lista del Partito dei Lavoratori. Gli ultimi anni della sua vita furono consacrati alla lotta contro la droga, fondando un centro di disintossicazione e aiutando i più deboli, ebrei, cristiani e musulmani. La sua salute peggiorò velocemente e si ritrovò su di unasedia a rotelle; un anno prima della sua morte chiese un assistenza finanziaria al governo israeliano, che non le venne concessa, e morì  il 21 dicembre 2007, all’età di 57 anni. Ai suoi funerali arrivarono migliaia di persone, ebree, cristiane e musulmane, per rendere omaggio a questo grande uomo che combattè per la tutta la sua vita contro le disuguaglianze sociali, contro la fame e la povertà, per rendere giustizia ai più deboli senza diritto di replica. In Marocco questa figura è dimenticata, non esiste traccia sui libri scolastici e meno ancora in attività culturali a favore dei personaggi nati nel reame. Peccato, Saadia Marciano va oltre il discorso religioso e di razza, ma richiama a se dei semplici valori umanamente riconosciuti, primo tra tutti il diritto ad una vita dignitosa ovvero il rispetto fondamentale dei Diritti Umani. Questo ”ragazzo ribelle” di 57 anni, marocchino, portava nell’anima una grande lotta sociale per l’Africa del nord, che pochi hanno inteso e spalleggiato, lasciandolo solo negli anni bui della sua malattia, sino alla sua prematura scomparsa.

Vittorio Arrigoni, l’Utopia dei Grandi Uomini

“Gaza restiamo uniti” di Vittorio Arrigoni – Ediz. ManifestoLibri

Una mappa del mondo priva del paese dell’Utopia non vale la pena di essere presa in considerazione

Oscar Wilde

Suoni dalla Palestina.

Io sono succube della loro musica. Mi incanta. Tre fratelli, musicisti, di origine palestinese (sono nati a Nazareth, in Galilea), di nazionalità israeliana e di confessione cristiana. Per conoscere l’origine di questo trio bisogna tornare indietro di circa 10 anni. Samir, l’anima del gruppo, inizia la sua carriera in solitaria e incide due album, Taqaseem (1996) e Souf’fahm (2001). L’album successivo Tamaas vede l’arrivo di suo fratello Wissam (Wissam è il primo liutaio del mondo arabo diplomato all’Istituto Stradivari di Cremona) e nel 2005  l’album Randana vede il trio Joubran al completo. Adnan, il più giovane dei fratelli è animato per formare il primo e unico trio di Ouds (liuto orientale) conosciuto ad oggi. La loro musica è formata da improvvisazioni che piangono emozioni e raccontano la Palestina. I tre giovani esprimono armonia, profondità al limite della spiritualità  che è in ognuno di noi. E poi estasi, dolcezza, disperazione e sopraffazione. Sul palco i loro sguardi si incrociano, i loro strumenti comunicano e trasmettono quello che la parola non sa dire. Il repertorio è composto da creazioni personali e da magnifiche improvvisazioni tratte dalla conoscenza della cultura dei maqams tradizionali con sottili riletture, innesti di flamenco e di musica turca; sonorità antiche. Ascoltando il Trio Joubran interpretare i loro suoni così precisi, sottili, tristi e passionali pensi che il temporale sta per arrivare, che la Terra è fragile, che le corde dei loro Ouds sono segnate da ferite profonde mai rimarginate. Certi silenzi diventano strazianti e vedi le lacrime scorrere sui loro volti quando suonano della loro  martoriata Terra Santa. Il loro album, più importante, Majâz, significa Metafore. Forse perchè come la loro musica rappresenta quello che non si può descrivere. Forse perchè è giunto il momento di andare un poco più a fondo in noi stessi e non ascoltare lo schiamazzo che viene da fuori, sempre più delirante e vano. Nell’album Majâz i tre oudisti volano su un tappeto di percussioni che tesse loro Yousef  Hbeisch, new entry magica, intrigante e appassionante. Il loro ultimo album e spettacolo, “A l’Ombre des Mots” (All’ombra delle parole), è un omaggio al grande poeta palestinese scomparso Mahmoud Darwich, che ha collaborato per dieci anni con il Trio Joubran.  ”A l’Ombre des Mots”  è stato presentato nel febbraio 2009, in anteprima, al Parlamento Europeo a Strasburgo.

Il fascismo filo-arabo 2a parte

Ita-CV33-MussoliniAstraendoci dal contesto storico di questa vicenda, sarebbe sbagliato individuare nell’antisemitismo il collante di queste pur vaghe simpatie reciproche: esso non è mai stato proprio nè degli arabi nè dei musulmani e per il fascismo, fu il tardivo, minoritario e strumentale frutto dell’alleanza politica con la Germania di Hitler, mentre è spesso taciuto l’atteggiamento ostile che già dal ’36 le principali organizzazioni ebraiche dimostrarono nei confronti dell’Italia fascista ed è altresi’ da ricordare che le comunità ebraiche, tradizionalmente residenti in Palestina, convivevano pacificamente da tempo immemorabile sia con la maggioranza araba musulmana che con la minoranza araba cristiana. Che si trattasse di un filo-islamismo ondivago e contradditorio lo dimostra inoltre la “politica islamica” perseguita dal fascismo in Libia, dove i nodi di quella che spesso appare una strategia volta più che altro a contrastare l’egemonia franco-inglese nel Mediterraneo e a gestire le popolazioni musulmane delle colonie (Libia, Eritrea, Dodecaneso, poi Etiopia e infine Albania) vengono al pettine. basticoQui l’Islam è si incoraggiato, fino al punto da rendere difficile la vita a chi scorse l’occasione di una nuova evangelizzazione dell‘Africa del Nord, con iniziative volte al sostegno della vita religiosa locale (restauri e costruzioni di moschee e di scuole coraniche, assistenza per i pellegrini alla Mecca, apertura della Scuola Superiore di Cultura Islamica a Tripoli), ma è soprattutto uno strumento d’ordine, progressivamente costretto ala sfera privata in ottemperanza a quel “date a Cesare” che poco si adattava all’intima essenza dell’Islam. Anche il fascismo quindi, tra i cui elementi costitutivi è da annoverarsi l’avversione a molti dei principi dell’illuminismo e ad un certo “progressismo“, in Colonia fini’ per appiattirsi nella riproduzione della retorica del progresso (dello sviluppo diremmo oggi) allestendo la versione in camicia nera della “missione di civiltà“, compreso l’imprescindibile bagaglio di “buone intenzioni” insito in ogni impresa d’oltremare. mussoliniIl viaggio di Mussolini in Libia nel marzo 1937, un premio per un popolo che con i contingenti di ascari aveva dato un contributo fondamentale alla conquista dell’Impero, culminato con la consegna al Duce della “spada dell’Islam“, apri’ in realtà una nuova e più massiccia fase d’insediamento di coloni italiani sulla “Quarta sponda” (I Ventimila del 1938), evento che non poteva non preoccupare i fautori dell’integrità etnica e culturale della Patria Araba (al-watan al-’arabi), in primis i contigui nazionalisti tunisini del Neo-Dustûr di Habîb Burghîba, saltuariamente accostati al regime fascista. Un giudizio complessivo quindi, deve rilevare che l’azione filo-musulmana del fascismo (o filo-araba, quando l’elemento “razza” comincio’ a pesare di più in seguito all’avvicinamento della Germania) si risolse soprattutto in una attività di propaganda e di disturbo (persino l’insurrezione palestinese del 1937-39 non venne sostenuta con particolare entusiasmo) volta ad accaparrarsi la simpatia delle popolazioni musulmane del Mediterraneo, centro di gravità del “rinnovato Impero di Roma“, le quali tuttavia, deluse da chi si era mangiato tutte le promesse fatte a suo tempo, scorsero in questi proclami la possibilità di riuscire a condurre a buon fine la lotta di liberazione anticoloniale, proseguita poi nel secondo dopoguerra dai campioni del panarabismo (Jamâl ‘abdel-Nâser e i suoi epigoni), tacciati di volta in volta, nona caso, dalla propaganda dei loro avversari, di “fascismo“, se non addirittura additati a nuovi “Hitler“. Ad ogni modo, leggendo i non pochi scritti editi nell’Italia tra le due guerre mondiali, nel clima della ricerca di un “intesa con l’Islam“, si puo’ evincere quanto i toni della polemica (che è bene che ci sia), sull’odierna presenza islamica in Italia e i timori instillati da chi ha interesse ad agitare ad ogni piè sospinto lo spauracchio dell’ integralismo islamico siano lontani dall’impostazione data all’epoca alla delicata e fondamentale questione dei rapporti tra Italia (E Europa quindi) e l‘Islam, tra l’Occidente e l’Oriente.

Per saperne di più: Enrico Galoppini, “Il fascismo e l’Islam, Edizioni All’insegna del Veltro, Parma 2001