Alcuni ”dignitari” salafisti in Marocco hanno vivamente denunciato ieri l’intervento militare della Francia nel nord del Mali, qualificando questo atto una “ crociata” e chiedendo a tutti i musulmani ”implicati” direttamente o indirettamente di non collaborare. “Nessun stato islamico deve fornire facilitazioni, come l’utilizzo degli spazi aerei, a degli stati non musulmani contro uno stato musulmano. E’ formalmente proibito dall’Islam”, ha scritto Omar Haddouchi, un celebre sceicco marocchino, sulla sua pagina ufficiale di Facebook. L’Algeria e il Marocco hanno autorizzato il sorvolo dei loro territori agli aerei militari francesi che sono presenti in Mali da una settimana. “Chiunque fornisca aiuto ai non musulmani è considerato impuro”, ha ancora affermato il barbuto Haddouchi. Un altro salafista, lo sceicco Mohamed Rafiki, ha scritto sulla sua pagina che “non è il caso di sostenere le forze occupanti nella loro aggressione contro dei paesi musulmani”. “Nessun straniero ha il diritto di immischiarsi negli affari interni di uno stato musulmano qualsiasi sia il pretesto”, ha rincarato Hassan Kettani, un salafista-terrorista tra i più conosciuti in Marocco. Questo signore è stato condannato a 30 anni di reclusione per incitazione alla violenza dopo gli attentati di Casablanca nel maggio 2003 che costò la vita a 45 persone tra cui 12 kamikaze, ma ad oggi a piede libero per via di una grazia reale (!). Secondo il politologo Mohammed Darif, “bisogna distinguere il salafismo tradizionale da quell jiadista che è molto violento. Il primo è finanziato dall’Arabia Saudita e dal Qatar mentre il secondo è strettamente legato ad Al Qaïda”. Oltre all’autorizzazione al sorvolo aereo del suo territorio dalle forze di aviazione francesi, il Marocco ha espresso senza indugi e mezzi termini la sua solidarietà al Mali. “Il Marocco esprime la sua solidarietà (…) contro questi movimenti separatisti che minacciano la pace e la sicurezza non soltanto del Sahel ma in tutto il Maghreb e ovunque”, ha dichiarato all’ONU il ministro delegato agli Affari Stranieri e la cooperazione, il marocchino Youssef Amrani.
Archivi tag: orientalisti
Hermès e i capolavori del Marocco
Nipote del fondatore della Maison Hermès, Émile Hermès, Patrik Guerrand-Hermès, conosciuto nel mondo ippico per la sua passione del polo, è stato il felice proprietario della Villa Aïn Kassimou a Marrakech. Notizia del giorno è che venderà tutto il contenuto del prestigioso immobile che emana i profumi della storia, della bellezza e dell’arte: una grande collezione artistica sarà messa all’asta il 9 ottobre, domani, da Sotheby’s a Parigi. Questa dimora di Marrakech ha conosciuto ospiti illustri e prestigiosi. Venne costruita da Olga Tolstoï, figlia del grande scrittore Léon e venne in seguito ceduta a Barbara Hutton, americana fortunata, sposatasi cinque volte e tra i più noti mariti ricordo Cary Grant e il principe Igor Troubetzkoy. Quest’ultima restò in questi luoghi sino al 1956, prima di partire per Tangeri, quando una nuova legge proibì la proprietà agricola agli stranieri. Patrik Guerrand-Hermès, che acquistò la villa, impose una certo stile di vita caloroso e raffinato, in armonia totale con la cultura marocchina, e volle creare con gli anni una collezione d’arte che rifletteva lo spirito di quel luogo. Acquisì molti dipinti orientalisti e le sue scelte lo portarono su dipinti raffiguranti il Marocco, comprati in vendite pubbliche a New York, Londra e Parigi. La collezione comprende 176 dipinti e opere su carta ma anche diversi oggetti d’arte islamica, gioielli, armi e mobili tipici marocchini. Con la stessa foga, Hermès acquistò dipinti raffiguranti la vita quotidiana, quotati e anonimi; dalle opere di Jaques Majorelle (da 60.000 a 80.000 Euro per La giovane ragazza portatrice d’acqua nel giardino Majorelle), sino ad arrivare a Édouard Legrand, grande evocatore di villaggi berberi. Di questi lavori etnografici ricordo il Gruppo di asini davanti a Telouet (da 10.000 a 15.000 Euro) o il raggruppamento delle Donne nella Kasbah (da 30.000 a 40.000 Euro). L’orientalismo romantico è meravigliosamente rappresentato dalla Uscita del Pacha, del 1869, dipinta da Alfred Dehodenca (da 120.000 a 180.000 Euro) e dalla Fontana di Bab el-Oued di Charles-Théodore Frère (da 15.000 a 20.000 Euro). Patrik Guerrand-Hermès ha completato questa collezione con diversi gioielli etnici di qualità eccezionale come le collane di ambra e le fibules (spille) in argento che saranno esposte come opere d’arte in alcune vetrine e battute a partire da 600 Euro. Tutto questo domani, 9 ottobre 2012, da Sotheby’s a Parigi. Per concludere vi ricordo che Hermès ha venduto la sua villa a Marella Agnelli per trasferirsi a 40 km da Tangeri.
Il Marocco di Delacroix
L’11 gennaio 1832, Eugène Delacroix si imbarcò a bordo della Perla in rada a Toulon. Destinazione: Tangeri. Il pittore dovette sostituire il collega Eugène Isabey, che declinò l’invito dell’Ambasciata straordinaria inviata da re Luigi Filippo alla corte del sultano Moulay Abd Al-Rahaman, comandante dei credenti. Questa delegazione condotta dal Conte di Mornay, anziano gentiluomo della Camera di Carlo X, ebbe inizio in un Paese dove le rivolte erano all’ordine del giorno. Al termine di questo viaggio, nel luglio 1832, dopo due scali in Spagna e ad Algeri, Delacroix accumulò un archivio consistente di note e di schizzi importanti. In effetti, i sei mesi che il pittore trascorse in “Barbaria“ lasciarono un impronta indelebile sul suo spirito e sulle sue future opere. La delegazione francese sbarcò nel porto di Tangeri il 25 gennaio, accolta in pompa magna dal Pacha della città, Sidi Larabi Saidi. Delacroix potè finalmente contemplare l’Oriente tanto sognato e dipinto da altri pittori orientalisti alla moda, “l’oriente profumato di broccati e di sete, di furberie e di armi damascate“. Dieci anni prima del viaggio in Marocco, Delacroix aveva già chiaro lo stordimento dell’Oriente, dipingendo nel 1824 e 1827 “Il massacro di Scio” e “La morte di Sardanapalo“. In Marocco, le immagini sempre sognate si tramutarono in realtà. ”Sono sempre più stordito da quello che vedo (…), sono in questo momento come un uomo che sogna e che vede delle cose che non crede di vedere“, scriverà dopo essersi inoltrato nei souks di Tangeri. “Il pittoresco abbonda qui. Ad ogni passo ci sono delle immagini che potrebbero fare la fortuna e la gloria per venti anni di generazioni di pittori (…) è un luogo fatto per i pittori, la bellezza abbonda, non la bellezza che si vanta nei quadri alla moda, ma qualcosa di più semplice, di più primitivo, di meno affardellato“. Nel suo diario il pittore rimarca a più riprese” la nobiltà naturale del popolo maghrebino, una bellezza pura, violenta, ma senza affettazioni. “La bellezza qui si unisce a tutto quello che serve. Noi, nei nostri corsetti, siamo ridicoli, facciamo pietà!, la grazia arriva dalla scienza“. Dellacroix troverà in Africa del nord, nella “violenza sorda, la vibrazione oscura” che evocò’ Albert Camus, l’essenza del Bello Antico che non era ancora denaturato dalle eredità di Poussin e altri classicisti.
Nel corso delle sue lunghe passeggiate nei dintorni di Tangeri, in compagnia di Charles de Mornay, Delacroix si meravigliò della bellezza di una natura rude e potente: “Provo delle sensazioni simili a quelle che ho provato nella mia infanzia“. Per non lasciare impallidire la vivacità dei colori che annegavano i suoi occhi e la fierezza e la bellezza di questi “barbari“, passò giornate intere a disegnare. Divenne un etnografo disegnando usi e costumi, ad acquerello e a matita, per imprimere tutta la vita palpitante attorno a lui. Descrisse minuziosamente i colori, le architetture, le figure, le attitudini, gli itinerari e tutte le peripezie del viaggio sin nei minimi dettagli. L’animazione di un accampamento, le lente carovane di dromedari sui cammini antichi, l’allure di un caftano, i particolari di un banco di spezie. Curioso insaziabile, nel corso delle sue deambulazioni nei souks e nei piccoli derbs di Meknès o Tangeri, Delacroix si fermòovunque, disegnando’ il viso di qualche soldato appoggiato ad una porta o, ignorando i costumi del Paese, ritraendole figure delle donne marocchine dietro i drappeggi dei loro haiks. La sua guida, Abraham Benchimol, non cessò mai di metterlo in guardia nel frequentare certi luoghi poco sicuri e malfamati. A Meknès, dove la delegazione venne ricevute dal Re del Marocco nel mese di marzo, Delacroix si confrontò, per la prima volta, con l’aggressività della folla e conobbe qualche “incidente di percorso”. “Gli abiti e le figure dei cristiani sono antipatici a questa gente e bisogna sempre essere scortati dai soldati (…) salire su di una terrazza equivale ad esporsi a lanci di pietre o a colpi di fucile. La gelosia dei Mori è estrema e sulle terrazze sono presenti le donne che si recano a prendere il fresco“. Nella città di Meknès si recò in visita ad una piccola sinagoga per dipingere degli ebrei che accettarono di posare per lui. Nel corso del suo periplo verso Meknès, Delacroix assistette ad una Laab el Barode, la Fantasia spettacolare data in onore degli ospiti del Reame per divertirli. Cavalcate, “balletti bizzarri di burnos, di caftani e di cappe, scoppiettanti cavalieri brandiscono le loro armi fiammeggianti, in un carosello di stendardi e di drappi volteggianti“. Le salve dei fucili lasciavano lunghe scie di polvere e di fumo, niente più di questa immagine rimase impressa e si concretizzo nelle sue opere che questi giochi di polveri. Dopo il suo viaggio in Marocco, Delacroix fece esplodere sulle tele l’esaltazione e la bellezza che appassionatamente visse in Marocco.
Testimoni sono le opere come “La presa di Costantinopoli“, “Fantasia araba”, “Il combattimento di Giaour e del Pacha” (1856) e ancora i “Zuffa di cavalli arabi nella scuderia” (1860), “‘Attila e i Barbari in massa ai piedi dell’Italia e le arti” della biblioteca del Palazzo Bourbon. Spettacolare “‘Apollo vincitore del serpente Python” su di uno dei plafond del Louvre. Delacroix ammirò a Meknès “le mura ocra sotto di un cielo cangiante leggermente azzurrato, alla Paolo Veronese“. Vero è che in Marocco l’artista si costruì un ricco repertorio di immagini, di paesaggi e di colori che non smise mai di ricordare nelle sue opere, sino alla fine della sua vita. A causa della difficoltà, tangibili, non gli fu mai possibile sistemare un cavalletto per strada e dipingere seduta stante quello che vedeva, anche pêr la difficile preparazione dei colori ad olio e, per questo motivo, Dellacroix durante tutto il suo viaggio in terra nord-africana abbozzò solamente degli schizzi, che divennero poi delle opere in Francia. Che furono realmente molte: “Il mercante di aranci” (1852), “Il ritratto dell’imperatore Abd Al- Rahman”, “Il marocchino che sella il suo cavallo” (1855), “Il cavallo all’abbeveratoio” (1862) e il famoso “Nozze ebree in Marocco” (1837-41. Il Marocco ha donato all’artista la matrice della luce, la fiammeggiante bellezza dei suoi colori e la foga a tratti “barbara” delle sue pennellate. Questa tappa capitale nel percorso di vita di Delacroix ebbe la capacità di far dimenticare le ombre terrose a cui era molto legato nella sua giovinezza artistica “romantica“. Come sottolineò Renè Huyghes, a proposito di Delacroix: “il sole caccia le ombre fumose dei romantici“. Il breve ma intenso passaggio in terra marocchina fu per il pittore una doppia rivelazione: quella della natura e quella della luce. Ma, senza dubbio, se ne puo’ contare una terza, più interiore in questo caso; quando venne a conoscenza del progetto di alcune rivolte e agitazioni politiche, in Francia, scrisse ai diretti interessati una lettera datata 5 luglio 1832: “Bene!, voi vi battete e cospirate, quanto siete ridicoli! Andate in Barbaria ad apprendere la pazienza e la filosofia“. Baudelaire scrisse di lui:” il pittore più originale dei tempi antichi e dei tempi moderni“, senza mai essere il capo fila di una scuola di pittura, anche se le sue opere sono l’annuncio di nuove tendenze artistiche: l’impressionismo e l’arte moderna. Delacroix ha dipinto la sensualità, la voluttà, la passione, la rabbia e la violenza miscelati a quel che di più dolce puo’ esistere nelle pieghe dell’essere umano; un sublime inno alla Bellezza, quella vera.


Credits: Maurice Arama, “Le Maroc de Delacroix” -Jaguar 1987/ Charles Baudelaire, “Salon de 1845″/ “Eugène Delacroix” in “Curiositès esthétiques”, Garnier, 1962,1986/ “Delacroix au Maroc”, colletif, éditions Rabat, 1963/ Maurice Sérullaz,” Delacroix”, Fayard, 1989/ Guy Dumur, “Delacroix e le Maroc”, Herscher, 1989.
Claudio Bravo, un iperrealista in Marocco
Follemente innamorato del Marocco, visse dividendo i suoi giorni, per 37 anni, tra Tangeri e Tarouadant, dipingendo splendidi ritratti, nature morte, e in ultimo studi di animali, nella fattoria che elesse a sua dimora stabile qualche anno fa. Il grande artista cileno Claudio Bravo, morto il 4 giugno 2011 a Taroudant (sud del Marocco) è un iperrealista. I suoi colori si ispirano al Rinascimento italiano e al barocco spagnolo. La sua opera è cosmopolita, essendo stato un amante dei viaggi e delle scoperte e avendo attraversato il mondo, per approdare infine in Marocco, sua terra di elezione. Dopo gli studi artistici a Santiago, si stabilì in Spagna, all’età di 35 anni, studiando le tele dei grandi artisti esposte al museo del Prado. Rapidamente si fece conoscere a livello internazionale come ritrattista. Ma è a Tangeri che si installò definitivamente nel 1972, all’età di 46 anni, acquistando una casa costruita nel XVIII° secolo e trasformandola dipingendone tutti i muri di bianco, per fare entrare quella luce mediterranea che si ritrova nelle sue tele. Sedotto dalla luce, i colori e lo charme del Marocco, sviluppò una coloritura simile in audacia a quella dei più grandi pittori coloristi della storia dell’arte. Claudio Bravo affermava che “un artista puo’ essere alle volte moderno e alle volte orientalista“, difendendosi sempre dalla parentela attribuitagli con gli orientalisti dell’XI° secolo. È attraverso l’esplorazione dei colori che Claudio Bravo ha costruito i suoi dipinti. Le sue tele non sostengono nessun discorso, nè morale, nè politico. La sua unica preoccupazione è stata quella di rappresentare il mondo così come appariva ai suoi occhi. Il Mediterraneo con le sue strade dei quartieri popolari di Marshan a Tangeri, che osservava dalla finestra della sua casa, restano le sue muse supreme. Dopo aver costruito una fattoria a Taroudant, nel 2005, prese sovente come modelli gli animali. L’artista si considerava come un pittore classico, adepto dell’arte europea e dei grandi coloristi. Riuscì anche ad imporre uno stile proprio, che i critici chiamarono “realista, vedi iperrealista“, anche se quel termine lo imbarazzava. Non ha mai utilizzato macchine fotografiche perchè diceva, quello che conta è la matrice del disegno.
La sua opera è luminosa, complessa e sorprendente e oltrepassa i limiti della rappresentazione. La scenografia disegnata attraverso le opere di Claudio Bravo è un percorso sensibile, propizio alla poesia e alla meditazione, che permette di apprezzare la semplicità e la sorprendente pertinenza di ogni oggetto, la perfezione sottile, delicata e raffinata allo stesso tempo. Alcune sue opere sono state acquistate dai più importanti musei del mondo tra cui il Museum of Modern Art e il Metropolitan Museum of Art di New York. Nella sua carriera ha dipinto diverse personalità come Marcos e la moglie Imelda, Malcom Forbes e Francisco Franco. In una intervista-documentario sul suo personaggio del regista Philippe Aubert e presentato a New York nel novembre 2010, confidò il suo amore totale e incondizionato al Marocco, volendo così rendere a quel paese tutto quello che gli aveva donato.


Jacques Majorelle all’asta e in mostra a Marrakech.
Quattro quadri « d’eccezione » del celebre pittore francese Jacques Majorelle saranno esposti, dal 23 al 25 aprile a Marrakech, in previsione della loro messa all’asta che si terrà a Parigi nel mese di giugno, presso laMaison Artcurial Briest-Poulain-F. Tajan. Quattro dipinti tra cui figura la celebre “Kasbah rouge de Marrakech”, esposta una sola volta dal 1924, anno della sua creazione . Conservata da quella data presso la famiglia Majorelle, questo quadro è stimato intorno ai 600.000/800.000 euro (catalogo) e quindi sarà il pezzo forte dell’asta che avrà come titolo “Tableaux Orientalist”, prevista per il 9 giugno, con una sezione dal titolo “Jacques Majorelle e i suoi contemporanei”. Questo quadro fu riproposto come copertina della guida turistica di Marrakech nel 1926 ed occupa un posto particolare nei cuori dei grandi appassionati di orientalismo, raggiungendo lo status di icona. Félix Marcilhac, storico d’arte e specialista di Jacques Majorelle riassume con queste parole l’opera in questione: “in questa grande composizione del 1924, con un semplice gioco di piccole superficie posate in piatto e a mosaico, Jacques Majorelle traduce pienamente la plenitudine del suo soggetto trattando sottilmente la trasparenza e la purezza dell’aria, la diversità dei colori che vengono trascinati in una gamma di ocra rossi e di bruni, che avvolgono il paesaggio circostante e la folla, con dei mezzi talmente semplificati e naturali che si raggiunge l’esperienza di ascoltare i rumori e sentire gli odori”. Jacques Majorelle (Nancy, 1886 – Parigi, 1962) è l’esempio illustre del folto gruppo di pittori orientalisti francesi che si sono arresi allo charme della Ville Rouge, che ha donato loro la strada per percorrere al meglio i propri talenti e realizzare le loro opere migliori. Nel 1919 Majorelle si installo’ a Marrakech acquistando un terreno che divenne in seguito la base dei famosi giardini Majorelle, aperti al pubblico nel 1947 e che raggruppa una delle più importanti collezioni di piante della sua epoca. Oggi il suo atelier è diventato grazie a Yves Saint Laurent e a Pierre Bergé un piccolo museo che ospita una preziosissima collezione di arte islamica. Sulle opere di Majorelle, il romanziere francese Jérôme Tharaud scrisse: “E’ pazzo per Marrakech e per l’Atlas, pazzo dei suoi orizzonti del sud e quindi io posso testimoniare che è una verità, una giustizia, una sincerità pura delle sue osservazioni. Tutto quello che ha visto, reso con la forza e la semplicità della sua strana barbarie”. Questi quadri saranno esposti al Es Saadi Gardens & Resort, insieme a decine di altre opere minori che saranno poi inviate alle casa d’aste parigina. Nel capitolo riservato a “Jaques Majorelle e i suoi contemporanei”, si potranno ammirare tele di José Cruz Herrera, Edy Legrand, Jean-Gaston Mantel e Henri Rousseau. Altri pezzi forti di questa asta saranno le tele di altri artisti come Etienne Dinet, Félix Ziem, Georges Washington, Alfred Chataud e Alexandre Roubtzoff, che permetterrano al visitatore di avere un panorama completo del mondo arabo, dal Marocco all’Egitto. Queste opere in particolare saranno oggetto di una esposizione a Parigi, dal 6 al 9 giugno, data della loro messa all’asta presso l’Hôtel Marcel Dassault.
Mariano Fortuny i Marsal
Il pittore spagnolo di origini catalane, uno dei più rilevanti del panorama artistico spagnolo nacque nel 1838 a Reus, in Catalogna, da una famiglia di umili origini. All’età di dodici anni rimase orfano di madre e venna assegnato alla tutela del nonno. Quest’ultimo capi’ immediatamente le grandi capacità artistiche del nipote e lo iscrisse alla scuola di Domènec Soberano. Nel 1852 si trasferi’ a Barcellona e venne notato per la sua abilità manuale che gli diede la possibilità di una borsa di studio dalla Diputacion Provincial, per frequentare la Scuola di Belle Arti. Grazie ad un altro finanziamento termino’ gli studi a Roma, nel 1858. Arrivando nella città eterna non ne rimase entusiasta e, in una lettera inviata al nonno, scrisse: “Roma è un vasto cimitero, visitato dai turisti stranieri“. Questo preambolo poco felice venne rapidamente sostituito dalla felicità che provo’ davanti agli affreschi di Raffaello nei Musei Vaticani, oltre a numerosi altri tesori artistici che facevano ( e fanno) di Roma uno dei centri artistici più ricchi del mondo. Nella capitale italiana strinse una forte amicizia con il pittore romano Attilio Simonetti con il quale viaggio’ a Napoli ed entro’ in contatto con i salotti pittorici napoletani. Insieme divisero l‘atelier in via Ripetta e poi in via Flaminia, seguendo dei corsi di disegno all’Accademia Gigi, in via Margutta.
Quando nel 1860 scoppio’ la guerra ispano-marocchina, le autorità di Barcellona incaricano Fortuny di recarsi in Marocco per imprimere le scene delle battaglie. Fortuny salpo’ dalla Spagna verso l’Africa del nord, accompagnato dal suo futuro cognato, Jaime Escrin. Il pittore assistette alla battaglia di Wad Ras, il 23 marzo e, qualche giorno dopo, venne fatto prigioniero durante un imboscata marocchina. Si salvo’ spacciandosi per un inglese. Durante tutto il suo soggiorno in Marocco, il pittore abozzo’ disegni a matita, ad olio, acquarello, studiando i soldati arabi e il loro capo, Moulay Abbass, oltre ai volontari catalani, ai paesaggi, all’habitat e agli animali allora presenti. In aprile torno’ in Spagna e nel mese di giugno dello stesso anno espose alcune delle sue opere africane. In quella frangente gli venne commissionato un grande quadro sulla battaglia di Tetouan e, per la sua prepazione, i commandatari richiesero a Fortuny un tour nei principali musei europei: Parigi, Monaco, Berlino, Bruxell, Firenze e Milano. Il pittore si reco’ soltanto a Parigi dove incontro’ Reginaul e Hèbert ed ebbe l’occasione di ammirare, a Versailles, la tela di Horace Vernet consacrata alla battaglia di Smalah.Al suo ritorno a Roma inizio’ gli studi preliminari della Battaglia di Tetouan basandosi sui schizzi africani e sulla collezione di oggetti che aveva portato dal Marocco. Fortuny torno’ in Marocco per la seconda volta nel 1862. Questa volta adotto’ i costumi arabi e mise in pratica il suo talento appredendo anche l’arabo. Entro’ a tutto campo nella vita locale ed esegui’ numerosi schizzi che ebbero come soggetto gli abitanti nella loro vita comune.
Uno di questi, Herador marroqui (1863) mette in scena un laboratorio artigianale, oggi al Museo d’Arte Moderna di Barcellona. Fortuny si appassiono’ all’artigianato del Paese e adorava entrare nei souks e nei giardini di Tetouan. Nel mese di dicembre torno’ in Spagna e dipinse, tra gli altri, Sentinella araba. Nel 1871 torno’ nuovamente in Marocco e al suo ritorno incontro’ il pittore orientalista Georges Clairin, che organizzo’ una festa araba in suo onore. Riparti’ subito dopo per Tetouan e di ritorno a Roma, passando dalla Spagna, ammalandosi di malaria. Mori’ nella sua villa romana il 21 novembre 1874. Alcuni dei suoi studi mostrarono inequivocabilmente che il pittore stava iniziando a concentrare la sua attenzione sulle strutture interne dei paesaggi, con dei cieli più vasti e meno dettagli superficiali. La sua influenza si fece sentire in Roma per molto tempo ancora dopo la sua morte. Alcuni critici dichiararono che la sua influenza fu’ nefasta sui giovani e numerosi artisti italiani, storditi dal suo stile apparentemente facile, copiarono servilmente. Il “Fortunysmo” divenne un termine leggermente peggiorativo, ma nessuno potè nascondere il dono straordinario che l’artista possedeva. Per tutta la vita ebbe una vera empatia con il colore e con lo spirito del mondo arabo. Un buon numero delle sue opere fanno parte di collezioni visibili in Europa e non solo, USA, Russia, al Museo del Prado di Madrid, alla Corcoran Gallery of Art di Washington, al Fogg Art Museum di Cambridge (Massachussetts), al museo Poldi-Pezzoli di Milano e infine all’Ermitage di S.Pietroburgo.

