Le Jardin, un camaïeu di verdi..

lejardin1Dopo il Café des Épices e La Terrasse des Épices, due oramai storici café-restaurant  della Medina di Marrakech, ecco Le Jardin; un patio ombreggiato da una lussureggiante vegetazione, in una dimora del XVII° secolo, a qualche minuto dalla Medersa Ben Youssef.

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 Le Jardin è un luogo incantato, conviviale e amico; ci si riunisce intorno a piatti prelibati o semplici insalate, sempre “maison” e si discorre. Poi alla sera, seduti per un dinner ecco la Cultura, con sguardi ammirati davanti ad un film proiettato open air, magari un cult movie egiziano degli anni ’50.

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Un camaïeu di verdi rinfrescanti, un concept dell’amico Kamal Laftime, fucina vivente di idee uptodate e proprietario del luogo, e della decoratrice Anne Fautier, che hanno completamente restaurato, con gusto e fantasia non usuali, questo angolo storico di Medina. Chicca del luogo: un corner vintage dove poter acquistare legumi e frutta freschissimi, uova e olive e un assortimento invidibile di olio d’oliva,  tutto assolutamente made in Bled o, come è scritto sull bilancia ”EAT LOCAL”. 

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 Le Jardin

32,Souk El Seld Sidi Adelaziz

Marrakech Medina

00212 (0) 524378295

L’arte antica della passamaneria in Marocco

passamaneria1 L’arte della passamaneria custodisce in sè un savoir-faire antico e prezioso. Prima dell’introduzione della seta esisteva in Marocco una forte tradizione di passamaneria berbera, realizzata con dellelane colorate in verde, giallo e arancio. Inizialmente le trecce e i bottoni servivano ad ornare degli abiti femminili chiamati “Thhmel“, una sorta di gilet ancora oggi indossati dalle donne berbere, decorati con pietre o paillettes. Furono gli andalusi, cacciati dalla Reconquista spagnola nel XV°secolo, che portarono in Marocco la tradizione del filo di seta lavorato. Gli artigiani ebrei introdussero in seguito l’uso del filo d’oro e d’argento abbinato alla seta, sviluppando una tecnica di lavorazione rimasta per lungo tempo un loro monopolio esclusivo. La passamaneria non è altro che un intreccio di fili che dimostra come la manualità artigianale sia un arte, che nasce in secoli e secoli lontani da noi. Solo recentemente i passamantieri si sono riuniti in corporazioni , proprio come nell’Europa del Medio Evo, e intorno alle loro attività gravitano un numero imprecisato di altre specializzazioni, sempre nell’ambito del filo di seta, perpetuando cosi’ quest’arte meravigliosa e unica. A Marrakech sono decine gli artigiani che svolgono questa attività, installati generalmente nei souks della Medina antica, principalmente nel souk Kchechbia, che si trova nel quartiere di Mouassine. La maggiorparte di questi lavori sono opera di una moltitudine di donne che lavorano nelle loro abitazioni e sono divise secondo la tipologia del lavoro che devono svolgere. Le prime sono chiamate “Houlates” e si occupano di dividere le bobine di sabra con l’aiuto di un arcolaio in legno per ottenere un filo pulito e lineare. Seguono poi le “Oukadates“, che confezionano i bottoni per i jellaba e  i caftani, o ancora gli “sfifa“, una sorta di galloni riccamente decorati e intrecciati finemente. Altre ancora realizzano dei piccoli ricami da decoro, pompons e embrasse per i tendaggi. Gli uomini confezionano generalmente delle splendide cinture femminili, molto alte e riccamente decorate con filo d’oro e d’argento. Sovente considerata come puro elemento decorativo, la passamaneria gioca un ruolo importante nell’arredamento di interni. passamaneriacopertinaCuscini, tende, lenzuola, nappe, runner, tovaglie e altro ancora, dai più semplici ai più stravaganti, in un ventaglio di creazioni pressochè infinito, adattandosi ai più svariati gusti, sia tradizionali che contemporanei. Se l’arredamento da lungo tempo fa uso di questi prodotti anche i grandi nomi della moda internazionale hanno regalato a questi oggetti una certa nobiltà, indispensabile per certe finizioni di alto livello, che rivestono borse, cinture, sacchi, bijoux e caftani, in abbinamento a rafie e cotoni pregiati. La materia prima, nobile e preziosa, è la seta, che rimane l’elemento indispensabile per la passamaneria di lusso. Verso gli anni ’60 la seta venne colorata con i pigmenti naturali, direttamente nei souks dei tintori, raggiungendo sfumature e toni sino ad allora impensabili. Con l’aumento dei costi della materia prima, importata dalla Cina, la seta venne sostituita progressivamente dalla sabra, una seta vegetale elaborata a partire dalle fibre del legno di sisal. Queste fibre vengono cardate, tessute e poi colorate. Quest’ultima operazione è la più complicata in quanto il fissaggio del colore è una operazione tecnica molto particolare e fu cosi’ che verso la fine degli anni ’80, la sabra inizio’ ad essere importata già con il finissaggio finale. Elastica al 15%, la sabra è praticamente indistruttibile ed è lavabile in lavatrice a 30°, quindi ideale per la decorazione di interni e per il prèt-à-porter. Altro straordinario valore aggiunto di questa seta “artificiale” è la sua straordinaria gamma di colori e sfumature, dovuta anche alla sezione triangolare delle sue fibre che riflettono la luce donandole anche una morbidezza impalpabile. Per acquistare delle belle passamanerie basta tuffarsi nei souks della medina e curiosando tra i vari negozi troverete sicuramente l’oggetto del vostro desiderio, da mettere in valigia e regalare magari agli amici smaniosi di esotismo. Personalmente amo molto i segnalibri costruiti con sottile lamine incise che terminano con delle splendide nappe  o ancora certi modelli di embrasse per tendaggi che hanno inseriti dei lavori in metallo battuto, ovali o rettangolari, che diventano degli importanti “quadri” da appendere alle pareti,  senza  dimenticare i tessuti in sabra, a telaio, di diverse misure e dai colori incredibili, per rivestire divani, poltrone, oppure da usare come copriletti o come tovaglie etniche.

I Musicisti Gnaoua: tra spiritualità e paganesimo

gnawaAlla più parte delle persone non è dato comprendere il reale significato di questa particolare musica che, di anno in anno, recluta nuovi appassionati e adepti. L’immagine che il Festival di Essaouira rimanda al mondo intero è quella di una “Woodstock” musulmana. Pace, danze e canti condivisi, gioia di vivere e convivialità contagiosa (con un tocco spirituale in più) sono oramai i marchi di fabbrica di questo, che gli iniziati chiamano semplicemente, “Festival“. Vero è che in questi tempi di terrorismo e di confronto ideologico mondializzato è  bene ricordarsi che l’Islam, nella sua versione più pop, non promette niente altro che la pace e la fraternità. Ed è bello pensare che tutto questo arriva dal Marocco, da Essaouira e da nessuna altra parte. Gli Gnaoua furono deportati dall’impero della Guinea (attualmente il Senegal, Guinea e Mali) nel XVI° secolo e divennero gli schiavi che in seguito si unirono alle tribù berbere e ai cittadini di Marrakech o Fés. Anche se vissero sotto lo stesso sole marocchino ci vollero secoli prima che vennero accettati dalla popolazione locale. La ragione? In primis la loro musica. Strana e enigmatica, ambigua e provocante, è alla volte l’espressione di una volontà di libertà ma anche volontà di esorcizzare i loro dolori ancestrali nati dalla schiavitù. Secondo: i loro riti, che molti considerano come pagani. Ma chi sono veramente gli Gnaoua? Loro si considerano gli intermediari tra i Mlouk (chi possiede) e i Mamloukines (i posseduti). Durante una Lila (notte rituale) gli Gnaoua invocano Dio, il suo profeta Maometto, i grandi santi dell’Islam (in particolare Moulay Abdelkader Jilali e Moulay Brahim). Il loro scopo? Riuscire a stabilire un dialogo tra una persona posseduta e lo spirito di chi la possiede. Con l’incessante suono del guembri suonato da un maâlem, la persona in questione entra in uno stato di trance e non può più fermarsi. Ho assistito personalmente ad una Lila vera, non per turisti, unico occidentale tra un centinaio di persone presenti. Totalmente affascinato e a tratti intimorito, ho passato una serata e una nottata a cercare di capire, con ragionevoli dubbi e buoni propositi, ma questo rituale tocca le frontiere dell’irreale quindi è inutile porsi delle domande; basta cercare di viverlo senza barriere e analisi sociali, al meglio. Il rito Gnaoua si identifica, per certi aspetti, ad altri movimenti creati dagli schiavi africani deportati verso altri continenti.È il caso per esempio del rito Woodo ad Haiti o al Candoblé in Brasile. In effetti i cugini degli Gnaoua sono riusciti a salvaguardare una parte del loro patrimonio africano attraverso questi riti particolari. Sull’isola di Haiti, il woodo è un movimento piuttosto violento, che comporta dei rituali invocanti la morte sul fondo di percussioni pesanti. I canti Woodo (come quelli Gnaoua) sono pregni di una grande emozione e di un soffio di rivolta mai sopito. Questi canti furono al centro della rivolta di Haiti nel 1791 che pose fine alo stato di schiavitù dei suoi abitanti qualche anno più tardi. Ma la musica Gnaoua ( o tagnaouite) è anche un percorso musicale che accomuna per esempio, il blues. Se si ascolta e si paragona i due ritmi si possono incontrare molte similitudini. In effetti i loro autori principali sono di origini africane e tutti discendono dagli schiavi deportati a suo tempo. Anche se gli Gnaoua non hanno lasciato il loro Paese e il continente africano, la loro musica è pregna della situazione di schiavi, come i bluesmen. Sola differenza: gli strumenti utilizzati; se i bluesmen hanno accettato, a partire da un certo periodo, di suonare diversi strumenti come le chitarre o il pianoforte, gli Gnaoua sono stati costretti a costruirsi i loro strumenti partendo da materiali rudimentali. È il caso del Guembri, costruito in un solo pezzo con legno intagliato. Dopo il debutto, il Festival Gnaoua di Essaouria ha favorito l’incontro, naturale, tra gli Gnaoua e i musicisti blues per il grande piacere della platea in ascolto. Inconvertibile il fatto che la nuova scena musicale marocchina è largamente influenzata dalla musica Gnaoua e tutti i gruppi attuali di Fusion rivolgono con attenzione i loro sguardi a questi musicisti d’eccezione. Darga, Hoba Hoba Spirit o ancora i Ganga Fusion integrano dei tocchi più o meno importanti di musica Gnaoua nei loro pezzi. Sono sopratutto i krakebs ad essere più presenti nei gruppi alternativi attuali, in totale armonia con chitarre elettriche, batterie e strumenti moderni. Basta fare un salto a Casablanca durante il Festival L’Boulevard per vedere che la maggioranza dei gruppi in competizione nella categoria Fusion si rifanno, sovente, al patrimonio musicale marocchino e alla tagnaouite; prova provata che attualmente la musica Gnaoua è molto popolare tra i giovani marocchini. Ci sono voluti secoli ma alla fine gli Gnaoua sono riusciti a far accettare la loro musica all’unanimità ma, quello che è sicuro, è  che oggi gli Gnaoua sono considerati come i veri portabandiera della musica tradizionale marocchina. Il Festival di Essaouira, Musica dal mondo, si svolgerà quest’anno dal 20 al 23 giugno 2013.

La magia di El Khorbat

Sono tornato l’altro ieri da un tour da me organizzato per un gruppo di 11 italiani che mi avevano richiesto espressamente un viaggio che racchiudesse cultura, tradizioni e paesaggio. Questo tour è durato 8 giorni ed è iniziato da Casablanca proseguendo poi per Rabat, Meknes, Fés, Volubis, deserto dell’Erg Chebbi, valle del Dades e quella del Todra con le splendide gole, la strada delle mille kasbah e infine due giorni pieni a Marrakech….l’immagine che più mi ha colpito…un fuori programma che ho regalato ai partecipanti: El Khorbat, nella valle del Draa, nei pressi di Tinejad. Una galleria infinita immersa dalla luce e dalle ombre, uno ksar del XIX° secolo, unico e completamente restaurato grazie alla cooperazione internazionale, dove vivono ancora molte famiglie che si tramandano tradizioni e usi. Immerso in una splendida oasi questo ksar è poco conosciuto e visitato da pochi turisti…

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Medhi-Georges Lahlou, l’uomo dai tacchi rossi.

Nelle sue creazioni, il fotografo pittore Medhi Georges Lahlou prova a rispondere alle tante proibizioni del sesso e della religione, con humor e leggerezza. Zoom su di un artista che fa dell’ambiguità il suo marchio di fabbrica.

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Lahlou ha preso l’abitudine di percorrere decine di kilometri sui suoi tacchi a spillo rosso fuoco ; qualcuno potrà pensare che sia una forma di provocazione o di eccentricità ma in realtà è un suo puro divertissement. Questo giovane artista, che presenterà i suoi lavori quest’anno al Daba Maroc (una stagione artistica dedicata all’arte contemporanea marocchina a Bruxell), si serve delle sue prestazioni per regalare al suo pubblico un universo meraviglioso e spostato. E piace. Nato da una madre spagnola cattolica e da un padre marocchino musulmano, trascorre la sua infanzia tra il Marocco (Casablanca) e la Francia. Diplomato alla scuola regionale di Belle Arti a Nantes prosegue i suoi studi al St. Joost Accademy di Breda, in Olanda, confrontando con il suo lavoro i paradossi quotidiani delle sue due culture, arabo-musulmana e giudeo-cristiana. Una sintesi che vuole perseguire senza affronti. ”Raccolgo delle immagini opposte che, alla fine, non lo sono. Ma capisco l’incomprensione delle immagini nuove“. Le sue immagini sono provocanti. Prima dei ”Tacchi di Allah“, ha messo in scena nel ”Cocktail o autoritratto in società“, alcune scarpe con tacco a spillo, di un rosso vivissimo, sexy e diaboliche, nel bel mezzo di un tappeto da preghiera davanti al quale si allineano diverse scarpe maschili. In altre rappresentazioni l’artista si denuda o si traveste, servendosi del suo corpo per costruire un ponte tra due estetiche precise. ” Il mio lavoro è autobiografico e parla di me“. tacchispillo4Lui è il personaggio principale delle sue creazioni e non esita a mettersi in scena con modalità burlesche e ironiche. In una frase Mehdi respinge i suoi limiti, brucia e trasforma le frontiere culturali, identitarie e religiose per ricreare il suo mondo, decostruendo clichès e tradizioni, decomponendo la sua identità, multipla. Con le sue danzatrice del ventre si traveste e rivisita la mascolinità nel mondo arabo ma il pubblico non è mai sicuro che si tratti di un affronto. Il suo segreto ? L’ambiguità. È la base e la forza del suo lavoro prorompente; è quella che crea tensioni nel pubblico, che scava nei diversi sentimenti personali. Questa ambiguità diventa la sua linea di difesa contro le eventuali controversie; il ridicolo e l’humor sono presenti per consolare i  sentimenti che deragliano. Se le sue creazioni portano il pubblico a farsi domande, l’artista rifiuta l’idea di veicolare un messaggio qualunquista. È nell’immaginario e nella meraviglia che desidera restare; ”Nulla è reale, tutto è immaginario“, questo il suo karma. Il risultato del suo lavoro spinge inevitabilmente a farsi delle domande senza risposte. Ognuno ha la sua interpretazione. Ad oggi Medhi ha esposto principalmente in Europa e dichiara: ”Non espongo le stesse cose in Marocco; le culture sono differenti e le immagini non hanno la stessa storia“. Già, la prova provata, una delle sue opere che rappresenta il suo corpo nudo su cui appaiono versetti del Corano ha creato una feroce polemica durante il Marrakech Art Fair del 2011. Questo lavoro, pubblicato su Internet, non doveva essere esposto in Marocco perchè, secondo Mehdi, l’artista può zommare su dei temi delicati come la sessualità, l’omosessualità o la religione, ma deve farlo diversificando in funzione del luogo dove saranno esposti i lavori. ”Non sono qui per criticare o per essere irrispettoso; prima di iniziare un lavoro devo sapere dove esporrò e non procedo nello stesso modo se preparo una esposizione in Marocco o in Europa ». Un rispetto profondo dunque che contraddice la sua personale storia, i suoi lavori e le sue peculiarità, che tracciano visivamente un percorso di vita in bilico tra due culture e due religioni contrapposte al suo essere artista controcorrente, che hanno però forgiato in lui l’espressione più vera delle abusate parole Rispetto dell’Altro, qualsiasi Altro sia.

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