Gli Idan, i primitivi cani dell’Atlas.

Dopo aver scritto sullo Sloughi, e ricevendo tantissime visite (questo mi procura un enorme piacere, essendo un cinofilo estremo), posto sulla seconda (e ultima)  razza di cani del Marocco, riconosciuti dalla FCI. L’Aïdi o cane dell’Atlas. È un cane strettamente correlato all’Atlas . Qui si dice che “non è una razza pensata e creata dagli allevatori di cani“. Il Dott. Michel Gaudois, presidente del Club Francese dell’Aïdi, non ha fatto altro che constatare la sua esistenza e studiare le caratteristiche che si sono fissate nel corso dei secoli. Questo signore ha fatto in modo che la razza venisse omologata e, con uno sparuto numero di seri allevatori, sia marocchini che stranieri, sta cercando di farlo conoscere in Europa, Francia e Spagna in prima posizione. Questo cane ha dunque uno standard preciso e chiaro, ed alcuni di questi splendidi e rari cani sono visibili nelle principali esposizioni canine. Questo cane è intimimamente legato alle popolazioni berbere delle montagne e dei pianori dell’Atlas che praticano, ancora oggi, un modello di vita agro-pastorale semi-nomade. E’ un cane primitivo, dall’intelligenza vivace,con degli istinti primordiali ancora intatti. E’ il frutto di una selezione naturale che comporta, per i cuccioli che sopravvivono, intelligenza, agilità, prudenza e un fisico solido. L’Aîdi è molto legato al suo circolo famigliare, alla casa, all’accampamento o al villaggio dove vive: conosce ciascun membro del gruppo umano e animale, rispettando le gerarchie stabilite a priori. Protegge i bambini, gioca con loro, è  gentile e disponibile, e si comporta con i cuccioli di uomo come con i suoi. Nella sua gerarchia i capi sono il padrone e l’eventuale padrona della casa. Tutti gli intrusi, che siano umani o animali estranei, sono considerati per gli “Idan” come un pericolo potenziale e cacciati in modo militaresco. Alla sera poi, pattuglia instancabilmente il Douar o l’accampamento e si dedica alla caccia. Nelle loro regioni d’origine, gli Idan vivono in piccole mute di circa una dozzina di individui,  saldamente legati all’accampamento. Questi gruppi sono fortemente gerarchizzati e sono prevalentemente costituiti da maschi. I conflitti, clamorosi ed eclatanti, si svolgono regoralmente, ma è un caso eccezionale constatare lesioni importanti tra i rivali. L’Aîdi è un cane che sa di poter contare sulla sua forza e sulla sua autorità. Gli Idan, plurale in lingua amazigh di Aîdi, sono per natura, molto solitari. Evitano di istinto il contatto con esseri umani sconosciuti e non si avvicinano agli accampamenti “stranieri“. Possono correre con ostinazione e rapidità su lunghe distanze, per compiti che sono a loro  affidati. Il lavoro importante dell’Aîdi è costituito dalla sorveglianza e la protezione delle persone, del bestiame e dei beni. Lo fà con un efficacia incredibile, forgiato da millenni di selezione e di utilizzazione, conoscendo il suo lavoro d’istinto. Sono testimone dell’approccio che ha questo cane con gli intrusi: avvicinandomi ad un accampamento dove alcuni pastori stavano accudendo le loro pecore, ho udito un abbaiare rauco e, in lontananza, ho intravisto un cane ingiallito dal sole, accucciato, un Aîdi. A questo rauco abbaio arrivò, in risposta l’abbaiare di cinque, sei, sette Idan che parevano usciti da una foresta e che, continuando con il rauco abbaio, si interposero tra me e i pastori. Se fossi avanzato entrando in una seconda “zona, gli Idan mi avrebbero letteralmente circondato mostrandomi chiaramente la loro possente dentatura. Se, per ipotesi, fossi poi entrato nel “santuario” che forma il cerchio dell’accampamento o il cortile della casa, e nessuna autorità mi avesse protetto, i cani sarebbero passati all’azione, secondo una tecnica ancestrale, con una tipologia di guerra particolare. Gli Idan procedono con un  ”attacco tangenziale“, uscendo allo scoperto non importa da dove, infliggendo al passaggio una morsicatura, potente e dolorosa, mettendosi nuovamente in traettoria sparsa per iniziare con un nuovo attacco. Agilità e mobilità sono le due parole chiave: se l’intruso insiste e la battaglia scopre tutti i suoi istinti, le formidabili mascelle dell’Aîdi diventano implacabili. In questo scavalca nettamente lo sciacallo. Per tutta questa serie di fattori l’Aîdi necessità, nell’ambito famigliare, di una gerarchia chiara e precisa, dei comandi semplici e rapidi, con un capo incontestabile, con il quale creerà una alleanza forte, abbinata ad una fedeltà senza falle. Del suo lato “ primitivo“, l’Aîdi che vive sull’Atlas, ha mantenuto una grande vivacità di spirito, un senso acuto di osservazione ed una comprensione rapida. Il suo apprendistato è molto veloce, in quanto si integra immediatamente alla sua nuova famiglia, comprendendo al volo le parole e i comandi, i gesti e le abitudini, tutto in brevissimo tempo e con facilità. La FCI ha inserito gli Idan nel gruppo 2 dei cani da montagna e bovari svizzeri, giustamente, fissando la sua altezza al garrese tra i 52 e 62 cm.

Il Re dell’Atlas

Si racconta  che dei leoni erano presenti alla corte dei sultani e dei re del Marocco, come segno di obbedienza per i nobili e per il popolo berbero che era parte dell’Atlas, come gli ultimi leoni di Barberia (Panthera leo leo). Nel 1953, quando il sultano  Sidi Mohammed Ben Youssef ( e più tardi il re Mohammed V) venne costretto ad abdicare e messo in esilio, i leoni reali (21 in totale) persero il loro domicilio al  Palazzo, nella foresteria reale. Tre di loro furono inviati allo zoo di Casablanca e il resto del gruppo venne trasferito allo zoo di Meknès. Quando il  re rientrò dall’esilio in Madagascar  nel 1955, i leoni rientrano a Rabat. Durante tutto questo tempo, il mondo continuò a credere che il leone di Barberia era estinto: questa convinzione prematura divenne quasi un fatto accertato quando una malattia respiratoria colpì il re dei leoni alla fine degli anni ’60. A quel punto, SAR Hassan II, allora proprietario dei soggetti, decise di ridurre i rischi di mortalità e di apportare delle migliorie alla vita dei leoni. Un nuovo parco cintato venne costruito a Temara, nei pressi di Rabat, nella casa rerale dei leoni, verso la fine degli anni ’60. Nel 1973 questa struttura venne assorbita dall’amministrazione del Ministero dell’Agricoltura, e divenne lo zoo di Rabat. Nella storia antica gli egiziani furono i primi a cacciare questo superbo animale, con arco e frecce. I Berberi, che vivevano in piccoli villaggi arroccati sulle montagne dell’Atlas e dell’Africa del nord, circa 3.000 anni fa, si difendevano dagli attacchi dei felini ma non costituirono mai una minaccia per la popolazione dei leoni di Barberia. È nell’Impero romano che la popolazione dei leoni di Barberia diminuì drasticamente. Gli imperatori romani cercavano di divertire la popolazione rassicurandoli sul fatto che la loro civiltà aveva il controllo sulla natura. Gli antichi romani esportarono migliaia di leoni dall’Africa del nord per utilizzarli nei giochi del Colosseo a Roma e in altre arene sparse nell’Impero. I leoni vennero trucidati dai gladiatori e la mattanza terminò soltanto verso la fine del VI° secolo, ma i problemi per i leoni di Barberia non erano ancora terminati. Con l’invasione  degli arabi nell’Africa del nord, sempre più numerosi, i leoni si ritirarono progressivamente a causa di una caccia spietata, in quanto rappresentavano un pericolo. Per ogni leone ucciso era prevista una lauta ricompensa. Con l’avvento poi dei cacciatori europei nel corso dell’ultimo secolo, il numero dei leoni crollò. Le guide locali nelle montagne della Tunisia e del Marocco permisero agli europei di cacciare i leoni per sport e per le collezioni dei musei naturalistici, oltre al catturarli vivi per rinchiuderli negli zoo europei. I leoni di Barberia si estinsero in Tripolitania (ovest della Libia) nel 1700. L’ultimo leone di Barberia visto in Tunisia venne ucciso nel 1891 a Babouch, tra Tabarka e Aït-Draham. L’ultimo leone conosciuto in Algeria venne ucciso nel 1983 presso Batna, a 97 km da Costantino. I turchi contribuirono notevolmente a questa carneficina perchè pagavano profumatamente le pelli dei leoni per abbellire l loro palazzi. Numerosi francesi in Africa del nord divennero cacciatori professionisti di leoni, attività molto redditizia all’epoca.  In Algeria, oltre 200 leoni di Barberia vennero uccisi tra il 1873 e il 1883. I leoni sparirono dal lato del confine marocchino nella metà del 1800. In Marocco, alcuni gruppi di leoni sono esistiti sino al XX° secolo e si estinsero alla fine degli anni ’40. L’ultimo animale venne ucciso nel 1942 sulla costa nord del colle del Tichka, in prossimità della strada tra Marrakech e Ouarzazate. Le cause della sua estinzione sono molteplici, ma sicuramente la più importante è la mano dell’uomo. La caccia quindi ma anche i cambiamenti dell’ecosistema indotto dalla coltura intensiva e dai pascoli. Le foreste sono state distrutte per lasciare spazio ai pascoli di bestiame, sempre più numerosi e anche i cervi e le gazzelle (principali nutrimento dei leoni di Barberia) vennero a mancare. Oggi un programma è avviato tra il governo marocchino  e un ONG di scienziati oxfordiani, ma  stenta a decollare. Si tratta di un lavoro di reintroduzione su dieci anni che comporterà diversi fasi di lavori, tra cui una zona protetta di oltre 10.000 ettari in una regione poco popolata, che sarà cintata e protetta. Saranno introdotti alla sua creazione cervi, mufloni, ungulati, scimmie e gazzelle, che dovranno acclimatarsi nella nuova zona. Parallelamente, gli scienziati di Oxford dovranno selezionare i  capostipiti della nuova generazione di leoni di Barberia che verranno inseriti nell’area protetta, poi soggettati ad un programma di riproduzione in cattività. Al governo marocchino tutto questo piace in quanto sarà fonte di reddito per il mercato del turismo ecologico, creando nuovi posti di lavoro. I finanziamenti saranno apportati da alcune sovvenzioni europee. Ma è necessario fare i conti con l’oste: la popolazione locale non sembra essere entusiasta davanti a questo progetto; la reputazione sulla ferocia del leone dell’Atlas suscita molta inquietudine. Anche il bracconaggio potrebbe riprendere il suo corso, a meno che la riserva sia controllata professionalmente. E ancora, il Marocco non giova di una buona reputazione in materia di protezione dell’ambiente. Nello spazio di un secolo, centinaia di specie animali e vegetali si sono estinte nell’indifferenza generale. A titolo di esempio, il coccodrillo del Nilo si estinse in Marocco nel 1930, mentre negli anni ’50 la campanella d’allarme suono’ per lo struzzo, l’oryx e l’addax. Attualmente la pantera è da inscrivere nella lista degli animali estinti in Marocco, anche sono state segnalate in diverse zone del paese, senza però prove tangibili di un loro riconoscimento. In serio pericolo la iena, il ghepardo, il lynx caracal, il gatto delle sabbie, il gatto gigante, il fennec e lo sciacallo. Per chiudere, anche gli ambienti naturali sono nella stessa misura in pericolo. Il deserto avanza e il bestiame non controllato si avventura nelle foreste, causando gravissimi danni irreparabili all’ecosistema. L’estinzione del superbo e magnifico leone dell’Atlas (estinzione prevista entro venti anni se nulla sarà fatto) costituirà una tragedia supplementare alla biodiversità e alla conservazione delle specie, ma le condizioni di reintroduzione del superbo re delle montagnenon sembrano  idilliache.

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Marocco: uno sviluppo rurale è prioritario.

I movimenti di protesta pacifici  in favore del cambiamento in Marocco (vedi 20 Febbraio) non hanno risparmiato le comunità rurali. Malgrado gli sforzi del governo per aiutare le campagne in questi ultimi anni, gli esperti e gli agricoltori stimano che sono necessarie misure molto più forti e performanti. Il settore continua a soffrire di molte insufficienze, in primis legate ai servizi di base in materia di educazione e di salute, oltre all’isolamento naturale che molte zone vivono da sempre. I deficit accumulati nel filo degli anni non possono essere riassorbiti in qualche anno soltanto e quindi le misure di sostegno alle regioni rurali devono essere raddoppiate, meglio ancora triplicate, per eliminare un ritardo cronico che peggiora la situazione attuale con margini di rischio sociale molto alti. Il governo ha budgettato 20 miliardi di Dh nel 2011 per accellerare i programmi esistenti, vedi il rafforzamento delle infrastrutture e dei servizi di base in materia di educazionesalute, acqua potabile e elettricità, oltre ai collegamenti stradali. Secondo il ministero delle Finanze, l’obiettivo è quello di ridurre i deficit che affligono le regioni rurali, in primi piano le regioni montagnose che dispongono di entrate finanziarie estremememente deboli. Il tasso di approvigionamento dell’acqua potabile in queste regioni è aumentato del 6% in tre anni, attestandosi globalmente sul territorio al 91% nel 2010. Il tasso di copertura elettrica è del 98% su base nazionale nel 2010 contro il 93% del 2006, secono il ministero. Il ritmo di realizzazione del secondo programma nazionale delle strade rurali è stato accellerato, per portare le linee stradali annuali realizzate da 1500 km a 2000 km, per poter arrivare all’80% di copertura stradale all’orizzonte 2012 anzichè il 2015. Il governo, in questo caso, dovrà assicurare una formazione adattata alla gioventù rurale perchè possa lanciare delle attività generatrici di guadagno. Questo percorso dovrà essere concertato con gli eletti locali perchè possano usufruire di patners esterni sia a livello nazionale che internazionale, per un serio sviluppo sociale e economico della loro regione. La sensibilizzazione, in questo contesto, si impone, perchè succede spesso che molte campagne abbondano di risorse ma che purtroppo non sono intelligentemente sviluppate. Fondamentale è assicurare l’equilibrio dello sviluppo tra le città e le campagne, lottando all’unisono contro i gravi  problemi che affliggono il mondo rurale marocchino. In tutto questo, lo Stato deve garantire ai cittadini i servizi di base in una forma equa e lontana dalle speculazioni, per evitare ogni forma di malumore sociale che pregiudicherebbe lo sviluppo democratico del paese.

Oukaïmeden: una sciata in Djellaba..

oukaimeden-una-sciata-in-jellaba-L-R10X0sUna bella settimana bianca a Marrakech ? Perchè no! A soli 75 km dalla Villa Rouge è possibile sciare in tutta tranquillità, lontani dagli standard europei, certo, ma con il vantaggio della discreta affluenza di pubblico e l’autenticità dei luoghi. Il Marocco si sa è il paese dei contrasti e dei paradossi e, come scrisse il giornalista Marcel Carpozen in uno dei suoi articoli consacrati alle stazioni di ski e agli sport invernali negli anni ’50,  “è difficile per le persone d’oltre mare immaginare di sciare in Marocco, Paese del sole“. Difficile ma provateci! La storia della stazione sciistica dell’Oukaïmeden inizia nel lontano 1936, quando il CAF (Club Alpino Francese) costruì il primo modesto rifugio, che permise una frequentazione più regolare del sito e l’organizzazione dei primi corsi di sci. Nel 1938 venne impiantato il centro militare e nel 1941 uno chalet più spazioso gestito sempre dal CAF. I Campionati di sci del Marocco furono organizzati per la prima volta all’Oukaïmeden nel febbraio 1942. Nel 1948 la prima strada carrozzabile che partiva da Marrakech via Tahannaoute e Sidi Farès, venne aperta e cinque anni dopo due Hôtels e una trentina di chalets privati furono costruiti. Nel contempo alcune strade interne alla valle vennero progettate con gli scavi e il passaggio dell’acqua e l’elettricità e infine le prime due seggiovie; la prima chiamata del “Chouka” ( lunghezza di 1100 mt con un dislivello di 380 mt) e quella “Media” ( lunghezza di 297 mt con un dislivello di 78 mt). Con queste due opere furono costruiti due trampolini di salto. Nel 1963 la stazione dell’Oukaïmeden si dotò di una seggiovia lunga 1960 mt con un dislivello di 620 mt, capace di trasportare 600 persone all’ora e nel contempo vennero intrapresi numerosi lavori di consolidamento e un nuovo centro nazionale di elettricità che, incoraggiò la costruzione immobiliare e la frequentazione turistica. Nel 1965 la nuova strada d’accesso dalla valle di Ourika venne inaugurata e permise di raggiungere facilmente la stazione che venne dotata di altre due seggiovie supplementari nel 1967 e di un segnale telefonico automatico. Nel 1992, la cima dell’Oukaïmeden venne dotata di un teleski con uno chalet ristorante e una serie di tavole di orientamento. Le piste dell’Oukaïmeden oggi coprono una superficie di 300 ettari concentrate sul fianco nord della montagna, situate tra i 2620 e 3270 mt di altitudine. Gli impianti sono praticabili da metà dicembre sino al fine marzo ma è bene informarsi prima dello stato di innevamento della montagna, non sempre garantito. Il 75% delle piste hanno grandi difficoltà tecniche, quindi sono indirizzate esclusivamente a ottimi sciatori; il resto è dedicato ai principianti e agli sciatori di media capacità. Quest’anno più di 2000 giornalisti provenienti da tutto il mondo si daranno appuntamento sulle cime dell’Oukaïmeden, grazie all’iniziativa dello Ski Club Internazionale dei Giornalisti (SCIJ). L’edizione sarà organizzata congiuntamente dal Marocco e dal Belgio. Secondo gli organizzatori dell’evento, la scelta del Marocco si giustifica per la vicinanza geografica con l’Europa ma anche per la sua stabilità politica e per la sua sicurezza. Il vice-presidente del SCIJ ha spiegato che le montagne marocchine sono ancora poco conosciute in Europa e che la scelta dell’Oukaimeden trova ugualmente il suo fondamento nelle caratteristiche tecniche, infrastrutturali e logistiche della stazione ( un ora da Marrakech). oukaimedenasiniOvviamente le piste e le risalite non sono ancora numerose, idem per i cannoni sparaneve che saranno a presto sistemati lungo le piste e la città di Marrakech ha garantito il suo sostegno economico per attuare il progetto del SCIJ. La cosa più importante da sottolineare credo sia il contrasto totale di una città come Marrakech, esotica e calda, e la possibilità di sciare ad un ora appena di auto. Per chi cerca luoghi “Fashion”, l’Oukaïmeden non è il posto giusto; S.Moritz, Cortina o il Sestriere non hanno nulla da condividere con questi luoghi. Qui la natura regna sovrana e si possono scoprire villaggi di terra innevati, gente umile che vive con poco, panorami mozzafiato e cordialità. Alle partenze degli skilift ci sono i muli, bardati alla berbera, e con pochi dirham potrete farvi trasportare sulle piste, rivivendo tempi passati e lontani, tempi carichi di atmosfera e serenità dove il legame con la natura era forte e coinvolgente. Proprio come oggi sull’ Oukaïmeden e non si sà sino a quando. In seguito ad una convenzione firmata tra gli Emirati Arabi e il Governo marocchino il 29 marzo 2006, a Casablanca, un grande progetto è in fase di sviluppo, con un investimento di 1,4 miliardi di dollari (avete letto bene!); 11 Hotels e un campo da golf 18 buche che verrà qualificato come il più alto campo da golf esistente. Quando questo progetto verrà alla luce tutto cambierà, anche i prezzi. Attualmente l’ingresso alla stazione costa circa 20 dh ( meno di un euro), il semigiornaliero per gli impianti costa 30/50 dh (meno di 3 euro), il parking auto giornaliero costa circa 3 dh ( meno di 30 centesimi di euro) e un buon pasto a base di tajine costa 50 dh.  Speriamo che il faraonico progetto abbia tenuto conto di tutti gli aspetti inerenti ad  buona gestione sociale e ecologica del territorio.

Oukaimeden

Informazioni pratiche:

Gestore del Rifugio CAF - Michèle – tel. 024 319036   Prezzo adulti per notte 110 dh ( 10 euro) – il rifugio dispone di 158 posti letto di cui 76 in camere da 4/8 persone, docce e servizi igienici, salone bar, refettorio, TV, biblioteca, sala giochi.

Hotel Le Courchevel – Oukaimeden - 90 euro la doppia con prima colazione. All’interno del parco sono in fase di ultimazione una serie di bellissimi bungalow in legno con grandi vetrate sulla montagna.

Morocco on the Road..

Ho voluto personalmente percorrere questo tracciato per verificare la fattibilità di un eventuale Tour per gli ospiti del Riad Amazighen dalla durata di tre giorni scoprendo luoghi e fuori pista unici e emozionanti. Adrenalina a mille ! Questo percorso per alcuni tratti è facile e poco impegnativo pero’ la parte di fuori pista nel deserto dell’ Ergh Chebbi (dune) e la pista di montagna da Ait Benhaddou (altezza oltre i 2.000 mt su mulattiera) per arrivare al colle del Tichka sono impegnativi e per stomaci semi forti.  Saltare da una duna all’altra  trovandosi immersi in una tempesta di sabbia o percorrere una pista a volte interrotta da massi e quant’altro è spettacolare ma le dune e  gli strapiombi sono vertiginosi.Ero al settimo cielo e devo dire che il 4×4 si è comportato veramente bene… oltre a questa parte emozionante ho visitato per la seconda volta la valle del Jebel Sagro e devo dirvi che è incredibile..kilometri le..kilometri e kilometri immersi nel verde della palmeraie, massicci montuosi color ocra sorprendenti, il tutto costeggiato dal Oued Drâa e dalla visione improvvisa della splendida Kasbah Tamnougalt. Nel fuori pista sull’Atlas, partendo dalla medioevale Ait Benhaddou,  lungo circa 50 km (4 ore) si arriva ad alcuni villaggi berberi come quello di Tamadaght, Achachoud e Anemiter, nel vallone dell’Ounila. Luoghi magici, gente semplice che vive con niente, bambini felici che si sistemano ai bordi della pista appena sentono il rombo di un 4×4. Non posso descrivervi tutto questo, è impossibile. Alcuni momenti critici quando il percorso è diventato molto impegnativo a causa della pista (in salita) ostruita da massi dove il 4×4 è passato al cm. Questa pista è percorsa solo dalle guide che da Marrakech raggiungono Ouarzazate e grazie ad alcuni punti di osservazione è possibile sapere se stanno arrivando, in direzione opposta , carovane di 4×4 e in che numero, per fermarsi e attendere per proseguire poi senza incroci di auto sulla pista (sfortuna mia ho trovato in due punti un paio di 4×4 in direzione opposta e ho dovuto ridiscendere in retro alcuni km per lasciarli passare, sempre con strapiombi mozzafiato a lato). Da Anemiter a Telouet si viaggia con catramato per arrivare alla spettacolare Kasbah omonima, ultima residenza del Pacha di Marrakech;  alcuni parti della Kasbah sono visitabili con una guida che ha le chiavi di ingresso e devo dirvi che ne vale la pena anche se il 60% dell’edificio è in rovina (pare che sia stata costituita una Associazione voluta dai discendenti della famiglia del Pacha per recuperare l’intera proprietà e restaurarla). Quando sono arrivato a Marrakech, ero stanco ma con gli occhi affogati in migliaia di immagini che portero’ sempre nel cuore e nell’anima; volti, occhi, mani, odori, colori, panorami,  una sensazione di assoluta libertà che mi hanno lasciato un segno indelebile e che vorro’ rividere presto, molto presto.

 

 

 

 

 

I° giorno: Marrakech – Tizi-n-Tichka – Ouarzazate – Skoura – El Kelaâ M’Gouna – Valle del Dades – Gole del Todra- Er Rachidia – Erfoud – pernottamento

II° giorno – Fuori pista nel deserto dell’Erg Chebbi - visita ad una miniera di fossili e pranzo all’Auberge du Sud, di proprietà di un giovane berbero molto bravo e professionale. Rissani – Zagora – Tazzarine – Jebel Sagro - Agdz (passando per Mellal, Nekob e Imi-n’Kefm) – Kasbah Tamnougalt – Ouarzazate- pernottamento

III° giorno: Ouarzazate- Ksar Ait Benhaddou – pista per Tamadaght – Achachoud – Anemiter (valle di Ounila) – Kasbah di  Telouet - Tizi-n-Tichka – Marrakech

I granai-fortezze dell’Atlas

Se in tutte le piane del Marocco la conservazione del grano avveniva nei silos, nell’Anti Atlas e sul versante sud dell’Alto Atlas i cereali, insieme ad armi e munizioni, avevano un posto d’onore in architetture monumentali a picco su degli strabiombi: i granai collettivi fortificati, un istituzione fondante nella vita comunitaria della montagna.

La storia di questi importanti monumenti minacciati dal tempo. Il cuore pulsante dell’Atlas conosce da secoli delle impervie condizioni atmosferiche, specialmente durante i suoi lunghi inverni: la terra sparisce sotto la coltre di neve, il ghiaccio paralizza gli scambi, i souks settimanali sono inesistenti.  La tradizione vuole che per salvaguardare dalle intemperie i raccolti si costruissero dei vasti edifici divisi in loggette individuali, messi sotto la tutela di un guardiano. Ma dopo gli anni ’70, con le mutazioni che conobbe il mondo rurale, l’istituzione di questi granai-fortezze venne a mancare. L’Atlas marocchino, particolarmente vasto e con picchi di oltre 4.000 mt, è da secoli impenetrabile ai più. Queste popolazioni non si sottomisero ai sultani e ai colonizzatori e soltanto le guerre interne mettevano a repentaglio la stabilità di queste terre difficili. Convenne quindi organizzarsi contro l’insicurezza degli attacchi e cercare di proteggere le  ricchezze progettando architetture difensive. Trecentododici siti di granai-fortezze sono stati censiti oggi in Marocco, dalle frange presahariane dell’Anti Atlas sino ai contrafforti settentrionali dell’Alto Atlas centrale. In armonia con il paesaggio circostante questi edifici furono costruiti in pietra rozzamente prelevata dai fianchi delle falesie ed erano predisposti alla difesa contro il nemico e contro l’umidità, restando quasi invisibili dalle vallate. Integrati ai villaggi dietro a delle cinte murarie comuni erano di difficile accesso e presentavano dei volumi che variavano secondo le regioni di appartenenza. I granai dell’Anti-Atlas occidentale, chiamati “Agadir” con una forma allungata e provvisti di torri per la guardia, si erigevano sino a venti metri d’altezza e loro mura, fortificate, erano provviste di una sola porta d’accesso, a volte rinforzata da un arco di pietra e terra secca. All’interno potevano custodire sino a 600 loggette per il grano, unite tra loro da lunghi corridoi a cui si accedeva da scale in legno grezzo e pietra. I granai dell’Anti-Atlas, chiamati “Ighrem“, erano ugualmente di forma quadrangolare, ma il piano interiore era organizzato attorno ad una corte centrale. Gli angoli erano muniti di torri difensive o garritte e sui muri della cinta erano esposti i cadaveri dei nemici. Il massiccio del Siroua e il versante nord dell’Alto Atlas orientale conta ugualmente di diversi granai circolari, sorta di bastiglie con un piano architettonico impreciso, e alcuni importanti granai/falesia che sono il prototipo arcaico di questi granai collettivi. L’acceso era arduo e semplicemente si doveva camminare su dei tronchi intagliati che formavano una sorta di minuscolo marciapiede. Aggrappati alla roccia donano l’impressione di essere un tutt’uno con la montagna, lungimirante e non cosciente esempio di costruzioni ecofriendly, rispettoso dell’ambiente (in realtà dovevano mimetizzarsi per non essere visti). Molte di queste fortezze possedevano una cisterna per la raccolta di acqua piovana e le più grandi anche una piccola fonderia e la moschea. Tutte queste strutture erano guardate a vista da un responsabile che alloggiava nei pressi del muro di cinta e che veniva retribuito con una percentuale di ricavo dello stock presente nella fortezza. I granai-fortezza non sono stati solo un modello di ingegneria architetturale formidabile, studiati per la montagna, ma costituivano l’assise dei principi d’ordine, di stabilità e di coesione dell’organizzazione tribale delle epoche passate. Gestiti da una comunità di associati dai diversi strati sociali, che avevano ognuno la loro proprietà individuale di una o più parcelle, secondo il bisogno, furono per lungo tempo il simbolo di una sorta di repubblica ugualitaria. Un consiglio di notabili formato il più delle volte da sei membri, amministrava la comunita e dovevano attenersi ad una rigida carta interna, a volte scritta in arabo, a cui dovevano aderire tutte le tribù dell’Anti Atlas occidentale e centrale. Era di fatto una istituzione esclusivamente maschile essendo la gestione di un granaio extra-domestica, che dava luogo a diverse riunioni comunitarie e dove, ovviamente, le donne erano bandite.  Contrariamente al Sahara, dove le chiavi delle loggette per il grano, erano date in esclusiva alle donne, qui gli uomini detenevano le chiavi e solamente loro avevano il diritto di accesso. In generale i granai non servivano da abitazione ma in alcuni casi gli “Ighrem” fortificati, più piccoli di uno “Ksar” comprendevano una decina di abitazioni destinate ai famigliari dei montanari poco fortunati che, in inverno, si separavano dalla famiglia in cerca di lavoro altrove. La decadenza dei granai-fortezza collettivi inizio’ con la pacificazione francese degli anni ’30. Il movimento di scomparsa accellero’ negli anni ’70, nello stesso momento che la società si evolveva e le mode abitative prendevano piede. Influenzati dai gusti cittadini per le case in cemento, anche i montanari, a poco a poco, inziarono a non più considerare il loro patrimonio rurale, in primis l’architettura in pietra, in completa regressione. Oggi i granai collettivi non sono più funzionali, ovviamente, ma la loro dimensione affettiva resta importante nella memoria dei valligiani e qualche opera di recupero ha visto l’inizio con progetti budgettati dalle casse dello Stato.

Agadir o Ighrem? I due termini sono berberi e designano lo stesso edificio: il granaio collettivo fortificato. “Agadir” (o Tagardit) è il nome utilizzato dalle tribù Chleuhs in tutto l’Alto Atlas occidentale. In lingua Tamazight, parlata nella parte orientale della catena, si preferisce il termine “Ighrem” la cui radice sottolinea l’idea di fortezza. All’incrocio delle strade tra Taroudant e Tata, un borgo rurale porta il nome di “Ighrem”. Il suo granaio, edificato nel 1745, è ancora gestito da un consiglio di anziani, come esige la tradizione. Pertanto la sorveglianza dell’edificio è stato recentemente affidato ad un guardiano che, regolarmente, causa le collette di foraggio per il bestiame, riunisce una comunità di donne predisposte, da sempre, alla cura degli animali. Un innovazione sociologica che merita attenzione considerato appunto che alle donne era proibito l’accesso a questi luoghi considerati di puro predominio maschile.

Da leggere: Granai collettivi dell’Atlas – di Salima Naji – Edizioni Edisud 2007