Mahmoud Darwich, il poeta della Palestina

Mahmoud Darwich è nato in Galilea (Palestina sotto il mandato inglese), il 13 marzo 1941, nel villaggio di Al-Birwah, ed è morto il 9 agosto 2008 a Houston, in Texas. Massimo esponente della poesia palestinese, erudito e filosofo, è stato sempre, profondamente, un attivista della lotta del suo popolo, senza mai smettere di sperare e credere nella pace. Ha pubblicato venti libri di poesie, sette opere in prosa ed è stato redattore di diverse pubblicazioni, come Al-Jadid (Il Nuovo), Al-fair (L’Alba), Shu’un filistiyya (Affari palestinesi) e Al-Karmel. La sua figura è riconosciuta universalmente dalla sua poesia che si concentra sulla nostalgia della patria perduta e le sue opere sono state tradotte in oltre venti lingue. Negli anni ’60, Darwich si iscrisse al partito comunista di Israele, ma è più noto il suo interesse in seno all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). Venne eletto membro del comitato esecutivo dell’OLP nel 1987 lasciando poi l’incarico nel 1993, per protesta contro gli accordi di Oslo. Dopo oltre trent’anni di esilio, raggiunse la Palestina sotto condizioni, e si stabilì a Ramallah. Mahmoud Darwich è il secondogenito di una famiglia musulmana sunnita, proprietari terrieri, con quattro fratelli e tre sorelle. Il suo villaggio venne raso al suolo nel 1948 e la famiglia fuggì in Libano, dove vi restò un anno, per rientrare poi clandestinamente in Palestina, scoprendo che sui resti dei loro villaggio fu costruito un nuovo villaggio ebreo. Si trasferirono dunque a Dair Al-Assad. Qui il poeta iniziò i suoi studi primari, in perenne allerta per non essere scoperto dalla polizia israeliana e più tardi, terminò gli studi secondari a Kufur Yasif. Poi partì per Haifa. La sua prima raccolta di poesie venne pubblicata quando aveva appena 19 anni (Asar bila ajnjha – Uccello senza ali). Nel 1964 sarà riconosciuto internazionalmente come la voce della resistenza palestinese grazie a Awraq Al-zaytoun (foglie d’olivi); qQuesta raccolta raccoglie la slendida poesia Carta d’Identità. Alla fine dei suoi studi, Mahmoud iniziò la pubblicazione delle poesie e degli articoli in giornali e settimanali come Al-Itihad e Al-Jadid, diventandone poi il redattore. Nel 1961 raggiunse segretamente le fila del partito comunista d’Israele, il Maki e sarà imprigionato diverse volte a causa dei suoi scritti e alla attività politica tra il 1961 e il 1967. In quel periodo Darwich sognava la rivoluzione e cantava la sua patria, la difesa dell’identità negata e la solidarietà internazionale. La poesia Identità (io sono arabo), la più celebre nella raccolta Rami d’olivo, pubblicata nel 1964, uscì dalle frontiere palestinesi per diventare un inno cantato in tutto il mondo arabo. Durante l’estate del 1982, il poetasi trova a Beirut, città che è oggetto di bombardamenti dal 12 giugno al 13 agosto. L’armata israeliana stava cercando di catturare i membri dell’OLP e Darwich guidò la resistenza palestinese nella sede israeliana del Qasidat Bayrut e Madih al-xill al’ali. In seguito si auto-esigliò prima al Cairo, poi a Tunisi e infine a Parigi. Nel 1987 venne eletto nel comitato esecutivo dell’OLP. Un anno più tardi, nel 1988, una delle sue poesie, Attraversando le parole passanti, venne discussa alla Knesset : era accusato di incitare la fuoriuscita degli ebrei da Israele;  Darwich si difenderà spiegando che dovevano uscire dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania. La poesia esclamava: “Allora, lasciate la nostra terra. Le nostre rive, il nostro mare. Il nostro grano, il nostro sale, le nostre ferite”. Nel 1995 fece ritorno a Ramallah, con un visto per visitare l’anziana madre e riuscì in seguito ad installarsi in città. Ramallah divenne poi nel 2002 un campo di battaglia . Nel marzo del 2000, il ministro israeliano dell’Educazione propose di inserire nei testi scolastici alcune sue poesie, senza successo. Morì nel 2008, il 9 agosto, in seguito a diversi interventi chirurgici al cuore, in un ospedale di Houston, in Texas. Le sue spoglie arrivarono dagli Stati Uniti e ricevette gli onori sia ad Ammam, in Giordania, che a Ramallah. I funerali videro la presenza delle più alte cariche dello Stato palestinese tra cui Abbas. È sepolto in un terreno adiacente il Palazzo della Cutura di Ramallah. L’opera di Darwich, essenzialmente poetica, è una vera difesa alla sua terra, al suo popolo, ad una cultura millenaria. Una sola idea, un solo corpo:la Palestina! La solitudine dell’esilio esprime appieno l’accettazione nobile e coraggiosa della disperazione più profonda che generò arte, una carica poetica intensa e sofferente. Il fantastico Trio Joubran (la mia passione da quando gli ho scoperti e ancora oggi ascoltandoli mi commuovono) ha accompagnato con il suono dei loro Oud alcuni recitals di Mahmoud Darwish, di cui l’ultimo ad Arles nel luglio 2008. Nel 2002, la cantante Dominique Devals e la Compagnia Laccarrière misero in musica “Undici astri sull’epilogo andaluso”, undici poesie che evocavano la partenza degli arabi dalla Andalusia. La musica di questa produzione fu firmata da Philippe Laccarrière, contrabbassista jazz. In musica venne poi trasportato il discorso/poema in omaggio agli Indiani d’America del poeta, interpretato per la prima volta in presenza di Darwich nel novembre 2006 nella sede dell’UNESCO. Sulla sua lapide è inciso:

In questa terra,

la signora di tutte le terre

qualcosa che merita la vita

Poesia “CARTA D’IDENTITÀ”

Ricordate! Sono un arabo e la mia carta d’identità è la numero cinquantamila

Ho otto bambini e il nono arriverà dopo l’estate. V’irriterete?

Ricordate! Sono un arabo, impiegato con gli operai nella cava

Ho otto bambini, dalle rocce ricavo il pane,i vestiti e i libri.

Non chiedo la carità alle vostre porte né mi umilio ai gradini della vostra camera

Perciò, sarete irritati?

Ricordate! Sono un arabo, ho un nome senza titoli e resto paziente nella terra la cui gente è irritata.

Le mie radici furono usurpate prima della nascita del tempo

prima dell’apertura delle ere, prima dei pini, e degli alberi d’olivo e prima che crescesse l’erba.

Mio padre… viene dalla stirpe dell’aratro, non da un ceto privilegiato, e mio nonno era un contadino

né ben cresciuto, né ben nato!

Mi ha insegnato l’orgoglio del sole prima di insegnarmi a leggere, e la mia casa è come la guardiola di un sorvegliante

fatta di vimini e paglia: siete soddisfatti del mio stato?

Ho un nome senza titolo!

Ricordate! Sono un arabo. E voi avete rubato gli orti dei miei antenati

E la terra che coltivavo insieme ai miei figli, senza lasciarci nulla se non queste rocce,

E lo Stato prenderà anche queste, come si mormora.

Perciò! Segnatelo in cima alla vostra prima pagina:

Non odio la gente né ho mai abusato di alcuno ma se divento affamato la carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.

Prestate attenzione! Prestate attenzione!

Alla mia collera ed alla mia fame!

Omar Khayyam, Cantore delle Libertà.

Conobbi questo personaggio carismatico alcuni anni orsono a causa di una mia passione: le rose botaniche e antiche. In una mostra a Masino, organizzata da F.A.I. (3 giorni per il giardino), a caccia di rarità, mi imbattei in una rosa incredibilmente bella, di una purezza unica, color rosa chiarissimo. Il suo nome era Omar Khayyam. Scoprii che i suoi semi vennero portati dalla tomba di questo saggio scrittore, sepolto a Nashipur in Persia (attuale Iran) e piantati nel 1893 sulla tomba di Edward Fitzgerald (curatore delle sue opere in Inghilterra) nel Sulfolk. Volli capirci qualcosa in più (come sempre) e dopo alcune ricerche conobbi la storia appassionante di questo uomo nato  verso il 1040 dell’era cristiana e morto il 4 dicembre del 1113. La vita di Khayyam è circondata dal mistero e pochissime informazioni sono disponibili per tracciare la sua vita. I ricercatori sono dell’idea che Omar Khayyam sia nato da una famiglia di artigiani di Nichapur (suo padre era un fabbricante di tendaggi). Trascorse la sua infanzia nella città di Balhi dove studiò sotto la direzione dello sceicco Mohammed Mansuri, uno dei più celebri ricercatori del suo tempo. Nella sua gioventù Omar Khayyam divenne allievo dell’Imam Mowaffak di Nishapur considerato come uno dei migliori professori di Khorasan (regione della antica Persia). Terminati gli studi e dopo l’ascesa al potere dell’amico Nizam Al-Mulk, Gran Vizir della Persia, Khayyam ricevette una pensione di 1200 mithkals d’oro dalla tesoreria reale e, non essendo particolarmente ambizioso, si ritirò per studiare le scienze e la preghiera. Se si decifra con il sistema abjad il suo nome risulta il termine Al-Ghaqi, il dissipatore di beni, espressione che nella terminolgia sufi è attribuita  a “colui che distribuisce o ignora i beni del mondo che costituiscono un fardello nel viaggio che si intraprende sul sentiero sufista“.  Omar Khayyam è considerato, a ragione,  come uno dei più grandi matematici del Medio Evo ma i suoi lavori algebrici furono conosciuti in Europa solo nel XIX° secolo. Scrisse “Dimostrazioni dei problemi di algebra” nel 1070 dimostrando appunto che le equazioni cubiche potevano avere diverse radici e costruì delle tavole astronomiche conosciute sottoil nome di Zidj-e’Malikshahi. Nel 1074 divenne direttore dell’Osservatorio di Isahan e riformò, dietro precisa richiesta del sultano Malik Shah, il calendario persiano (riforma Jelaléenne). Introdusse un anno bisestile e misurò  la lunghezza dell’anno come 365,24219858156 giorni. Questa tipologia di anno è più corretta rispetto all’anno gregoriano creato cinque secoli dopo. Oggi l’anno è calcolato in 365,242190 giorni. I suoi poemi sono chiamati Rubayat (quartine). Le quartine di Khayyam sono delle perle mistiche che fanno di quest’uomo un Sufi. Nella pratica, Khayyam, si mostrò fortemente critico nei confronti della religione del suo tempo. La parola “vino“ è menzionata frequentemente nelle sue quartine, “il vino divino che inebria e invade di dualità, insieme alla compagnia di giovani donne“. Khayyam è un “disperato” che maschera con un sorriso questa sua “serenità dolorosa“, senza ferite. In tutta la sua vita cercò senza sosta la Verità nelle scienze, nella filosofia, nei piaceri della vita. La serenità di questi abusi non assomiglia alla calma olimpica di Ghoete e neppure alla insignificante quiete di Orazio, poeta che troppe volte Khayyam è stato paragonato. La sua cultura universale, e le sue delusioni, di ordine puramente trascendentale, hanno conferito al poeta una sprezzante indifferenza e un amarezza che non accetta un piacere per cambiarlo in dolore. Il suo coraggio è rimarcabile quando proclamò l’inedia dei dogmi religiosi e delle conoscenze umane tra i suoi contemporanei fanatici e intolleranti. Khayyam indicherà, come farà poi più tardi Jalal Ud Din Rumi, che l’uomo sul cammino di Dio non ha bisogno di luoghi dedicati per venerare il suo Dio e che la frequentazione di Santuari religiosi non è una garanzia di un contatto con Dio, ne un indicatore di rispetto verso una disciplina interiore. Questa visione spiega perché molte delle sue quartine sono state censurate dal regime odierno iraniano che non apprezza, ovviamente, questa visione “liberaldell’Islam. Molti agnostici occidentali vedono in questa figura uno dei loro fratelli, tanto che molti musulmani, per sconfessare questa tesi, perseguono nelle sue opere la parte  simbolica dell’ esoterismo e le profonde radici sufiste. Ma queste visioni esoteriche di Khayyam sono state altresì ferocemente combattute da quelli che vedono in lui il precursore delle filosofie materialiste. In effetti se per alcuni l’uso che fece della figura del vino, una sorta di manna celeste, un presagio divino, altri rifiutano questa interpretazione e lo considerano come un vero materialista, cantore della libertà individuale e difensore strenuo dell’individualità davanti al destino e l’apologia del piacere.

Accontentati di sapere che tutto è  Mistero: la Creazione del mondo e la tua, il Destino del mondo e il tuo. Sorridi a questo Mistero come ad un pericolo che tu disprezzerai. No credere che tu saprai qualcosa quando ti affrancherai alla porta della Morte. Pace agli uomini nel nero silenzio dell’Aldilà“.

Allah è grande! Il grido del Muezzin rassomiglia ad un immenso lamento. Cinque volte al giorno, è la Terra che geme verso il suo Creatore indifferente?”

Esser, non esser, salvezza, destino. Cielo, Inferno e Misteri….Oh Parolai!! Con tutto il mio studiare io non trovai che una cosa quaggiù: il vino“.

Khalil Gibran, poeta Libero.

Era un arabo che parlava in inglese, un libanese di montagna che, creandosi il suo cammino nell’esilio, trovò la Libertà e scoprì una passione senza moderazione per il suo Paese. Era un lettore della Bibbia che parlava come un Soufi, un cristiano che adorava la Gloria dell’Islam, un amante di donne mature che cercava nello specchio delle sue opere la purezza della sua anima. Fu anche pittore. Khalil Gibran nacque nel 1883 e morì  nel 1931 scoprendo, dopo un viaggio a Boston, la letteratura e le arti. Tra il 1902 e il 1903 affermò il suo talento artistico scrivendo e dipingendo. Protetto da Mary Haskell intraprese  una fitta corrispondenza con ella che si fermerà solo alla sua morte. Nel 1905 era, a tutti gli effetti, “l’avvocato degli scrittori” che rompeva con la tradizione scritta araba. Nel 1908 venne alla luce  il libro “Spiriti Ribelli” che la Chiesa maronita giudicò eretico. Gibran decise allora di trasferirsi a Parigi per studiare alle Belle Arti, poi nuovamente si trasferì, definitivamente, a Boston, da dove ebbe inizio una importante corrispondenza con lo scrittore libanese May Ziyada che viveva in Egitto. Gibran fondò con altri scrittori arabi Il Cenacolo, destinato a soccorrere la “lingua” e tradurre tutti gli autori arabi meritevoli. Nel 1923 pubblicò il libro che lo fece conoscere al mondo intero: “Il Profeta“. Morì il 10 Aprile 1931 dopo aver scritto dei poemi e delle meditazioni che ebbero in seguito un enorme risonanza in Occidente e in Oriente. Questi testi esprimono una forte spiritualità che spingono il lettore verso il suo IO profondo e inducono alla saggezza. Di se stesso amava dire: “Io sono arrivato qui per vivere nella gloria dell’Amore e nella luce della Bellezza, che sono riflessi di Dio. Su questa Terra io vivo e nessuno potrà cacciarmi dalle Sfere della Vita. Perché attraverso le mie parole cambio la vita, e continuerò ad esistere, anche da morto“.

Alcune sue citazioni:

L’amico è il vostro bisogno corrisposto. […] nell’amicizia, senza parlare tutti i pensieri e desideri e aspettative nascono e vengono condivisi con gioia acclamata.  […] Quando lasciate l’amico, non rattristatevi; perché ciò che più amate in lui può sembrarvi più chiaro durante la sua assenza, […] che amico è mai è il vostro che lo dobbiate cercare nelle ore da ammazzare? Cercatelo sempre nelle ore da vivere.”

I meriti di un uomo risiedono nella sua conoscnza e nei suoi atti e non dal colore della sua pelle o dalla sua religione.”

La Terra è la mia Patria e l’Umanità la mia Famiglia.”

La vostra vita quotidiana è il vostro tempio e la votra religione.”

Titus Burckhart e le Medine da salvare.

Nessuno oggi può non esserne certo: malgrado i rimarcabili sforzi compiuti nella salvaguardia e nella ristrutturazione, una parte importante del patrimonio architetturale marocchino è in gravissimo pericolo. Le medine, sotto la pressione dell’esodo rurale, dell’aumento demografico e della legittima tentazione dei conforts moderni, si trasformano in zone iperpopolate, caotiche, con i pedoni in serie difficoltà a muoversi per causa di una motorizzazione selvaggia e indiscriminata. Certo, non è il caso di tentare di museificare le medine, ma preservare questa eredità storica, che è il cuore stesso della cultura marocchina, è più che mai una necessità imperativa. Questa presa di coscienza non è nuova, e Titus Burckhart (1) è stato uno dei precursori più lungimiranti. Nato a Firenze nel 1908 e morto a Losanna nel 1984, questo intellettuale raffinato, alle volte fotografo, storico d’arte, pittore, scrittore e filosofo, si innamorò molto presto del Marocco, dove risiedeva sovente, e più in generale dell’l’Islam, traducendo, tra gli altri, alcuni importanti trattati di sufismo, L’Uomo Universale di Abd al-Karim al-Jili, e La Saggezza dei Profeti di Muhyî ad-din Ibn Arabi. Il ruolo che egli giocava nella salvaguardia della medina di Fès, per il quale fu ambasciatore dell‘Unesco, illustra ammirabilmente l’altezza morale delle sue idee e la sua conoscenza profonda della cultura islamica. Il ciclo di conferenze che tenne tra 1972 e il 1978, conferenze che Jean-Louis Michon e Edith Burckhardt hanno racchiuso in un libro dal titolo “Fès e l’urbanismo musulmano”, riportano un quadro chiaro e completo della situazione. Ottima l’iniziativa Medinas 2030, finanziata dalla Banca Europea di Investimenti, ambizioso programma di riabilitazione dei centri storici urbani mediterranei, messo in atto per per salvare le medine marocchine, tra cui quella di Casablanca, che però ha di fatto tralasciato una della medine più importanti del Marocco, in termini storici e di capolavori: la medina di Marrakech. Deplorevole e condannabile fatto che deve essere sempre tenuto in forte considerazione  dai sostenitori di questa splendida realtà, anche in questa sede. Ma per Titus Burckhardt, nessun programma di salvaguardia, l’esempio di Fès può essere esteso a tutte le medine del Marocco, non ha alcuna chanse di poter essere messa in opera senza l’accordo degli abitanti. Se si vuole preservare il carattere autentico di una antica città, bisogna tener conto dei bisogni moderni oltre ad assicurare lo spirito che una medina costituisce, una cornice di vita-modello per la religione. Leggenda o realtà, è sempre per un Re del Diritto Divino, “che esiste dunque un urbanismo tipicamente islamico che si fonde sull’idea che l’uomo e il rappresentante, il califfo, di Dio sulla terra e che vuole la città come luogo propizio all’appello dell’unità divina (tawhid)”, scrisse Jean-Louis Michon. La casa tipica della medina, quasi totalmente chiusa e di apparenza povera verso l’esterno, tutte somiglianti e di una raffinatezza a volte sorprendente al suo interno, “aperte sul cielo, manifestano una certa attitudine spirituale“, scriveva Titus Burckhardt. La sconvolgente omogeneità delle medine è dovuta al fatto che sono costituite a partire da una unità di base, il beït, uno spazio abitabile rettangolare; diversi buyut raggruppati attorno ad una corte centrale o ad un giardino, formano una casa più o meno grande e infine, “l’insieme di case di un quartiere, o della città, darà esattamente l’impressione di un agglomerato di cristalli di rocca perchè gli elementi della stessa struttura e delle proporzioni si ripetono con diversi scalini di grandezza“. L’architettura tradizionale, che riceve l’aria e la luce dalla corte interna (patio), permette da fuori una agglomerazione più compatta degli edifici. “Inoltre, le stradine non sono altro che dei corridoi d’accesso, che preservano gli abitanti dagli sguardi, dal rumore e dall’inquinamento. Infine, nella struttura stessa, la medina separa nettamente gli spazi della vita famigliare e quelli della vita pubblica, che hanno ognuno i loro quartieri specifici.Le due dimensioni non si amalgamano. C’è la vita personale, sacrosanta, e c’è la vita collettiva, necessaria, che si sviluppa tanto più facilmente se la prima si accantona nel suo spazio. Al contrario dell’urbanismo moderno, la medina esprime una sintesi, saggiamente equilibrata, di bisogni materiali, psicologici e spirituali dell’uomo. Si può constatare che l’urbanismo musulmano corrisponde ad una visione globale dell’uomo e della società, e che i suoi principi obbediscono a delle necessità materiali come a necessità e convinzioni spirituali tout court. Titus Burckhardt ha intavolato una discussione che annulla il caso specifico di Fès e che può non solamente guidare il lavoro della salvaguardia in toto delle medine maghrebine, ma molto più in avanti, aiutare a risolvere i numerosi problemi che, ovunque nel mondo, assillano gli urbanisti moderni.

(1) Titus Burckhardt consacrò  tutta la sua vita agli studi e alla esposizione dei differenti aspetti della Saggezza e della Tradizione. Nell’età della scienza moderna e della tecnocrazia, Titus Burckhardt fu uno dei più sottili e potenti interpreti della verità universale, nel campo della metafisica, della cosmologia e dell’arte tradizionale. In un mondo dove regnava l’esistenzialismo, la psicanalisi e la sociologia, divenne un dei più importanti porta-parola della philosophia perennis, saggezza che si esprime nel Platonismo, nel Sufismo e nel Taoismo.

World Sacred Music Fès 2012: reincantare il Mondo

Si può considerare oggi che il muro della ragione pura, sul quale si basa la modernità, si sta crepando e minaccia di affondare?  In una maniera sorprendente il razionalismo consegnato a se stesso pare che abbia tramato nel corso del tempo, in parallelo con  una straordinaria inventiva teconologica,  uno strano totalitarismo efficace quanto invisibile. Da mesi, dopo “l’orrore economico”, si parla con insistenza di una dittatura finanziaria che ci tocca quotidianamente, senza comprendere bene le sue leve. Sempre più persone sono disposte a considerare tutto questo come una fatalità, chiamata mondializzazione, con la quale i politici devono rassegnarsi ad accettare, senza speranza di superarla. Perchè la fatalità qui non è solo economica; è una conseguenza sociale, culturale e umana, che non si può disconoscere.  Reincantare il mondo è vedere le possibilità di nuovi rapporti dove la fatalità, e quindi la dittatura di fatto compiuta, non ha più spazio. È riprendere la ripulitura dei processi attuali di delegittimazione per restituire il posto dell’Uomo, della Cultura, della Spiritualità; svincolarsi dal diktat dell’economia e ritrovare la libertà dello spirito. Questo potrà essere il frutto di una prossima ondata di indignazione globale che sommergerà quelle già avvenute. Qui la poesia, la quiete della Bellezza, l’art de vivre, che bisogna tenere in considerazione come livello di Vita, come una ricchezza materiale, laddove  esiste, del vivere insieme riprendendosi tutti i diritti. Come iniziare una tale epopea alle volte individuale e collettiva senza incappare nelle mille trappole tese dalle diverse forme di ricerca del potere, sia materialista o idealista, politico o fondamentalista?  Sono frammenti di insegnamenti che potranno ispirarci; frammenti di un personaggio fuori dal comune e in un certo modo, fuori dal tempo. Omar Al Khayyam, poeta, uomo di scienza, filosofo, spirito libero, che da più di dieci secoli ispira con la sue Rubyat (quartine); folgore poetica che ha tanto da insegnarci. Il Festival di Musiche Sacre dal Mondo di Fès, dedica la sua 18a edizione, dall’8 al 16 giugno,  al poeta filosofo, e vedrà quest’anno la partecipazione di innumerevoli artisti tra cui Bjork, Mory Djely Kouyaté, l’Ensemble Gipsy Sentimento Paganini dall’Ungheria, Anuj Mishra con la sua danza Kathrak dall’India, l’Ensemble Nour dall’Iran, Sanam Marui dal Pakistan, Archie Sheep e il Gospel Blues Ensemble dagli Usa, Joan Baez, Cantica Symphonia con il Mito Settembre Musica dall’Italia, Cherifa dal Marocco, Wadie El Safi dal Libano, Lofti Bouchnak dalla Tunisia, Terra Maïre dalla Francia, e molto altri ancora. Momenti di alta spiritualità in un contesto magico come quello della medina medievale di Fès, concentrato puro di anime raccolte per qualche giorno alla ricerca dell’essenza umana. Un Forum con innumerevoli ospiti dal titolo “Un anima per la mondalizzazione” vedrà diverse tavole rotonde tra cui “Il poeta e la città, “Dopo la Primavera Araba, che avvenire”, “Spiritualità e Impresa” e “Crisi finanziaria o crisi di civilizzazione?”.