L’Angola di Dulce Pontes

Dulce Pontes la conobbi con  ”O primerio Canto“, un album che mi ha fatto scoprire il fascino incredibile della sua voce. Credo sia l’album più bello e completo tra tutti quelli di Dulce Ponte, un lavoro che le costò tre anni di fatiche e di ricerche, di studio, di approfondimento che resero la voce e lo stile della musicista portoghese ancora più personale e unica. Accanto a lei ci sono personaggi musicali del suo livello, come il sassofonista Wayne Shorter, la cantante Maria Joao, l’incredibile percussionista indiano Trilok Gurtu, Waldemar Bastos, insieme per un viaggio musicale che non conosce confini. Pochi album hanno la forza emotiva, la ricchezza musicale, la potenza evocativa di questo. Un gioiello di passione e sentimento cantato in una lingua, il portoghese, che nelle sue mani diventa uno straordinario esperanto del cuore. Oggi vi regalo una canzone che amo profondamente, mi commuove e mi fa pensare alle tristi realtà del mondo, alla sofferenza, alle ingiustizie della politica, al chiasso ostinato di certe regole, all’immane abisso in cui è sprofondato l’essere umano. “Velha Chica“, del grande musicista angolano Waldemar Bastos, uomo che ha conosciuto bene la violenza, la repressione, l’esilio dall’Angola e l’omicidio del figlio José Alfonso. Oggi la situazione in Angola si è stabilizzata, una parvenza di democrazia è in atto, ma tutto questo costò tante vite umane. E’ una storia triste, struggente, umanamente toccante e vibrante; ho provato a tradurla e spero sia comprensibile. Felice settimana, sognando la Bellezza e allontando per il tempo di una canzone le volgarità del Mondo.

La Vecchia Chica

Un tempo la vecchia Chica
vendeva cola e zenzero
e poi, di pomeriggio, lavava i vestiti
per un padrone importante,
e noi i bimbi della scuola
chiedevamo a nonna Chica
qual era la ragione di quella povertà,
di quella nostra sofferenza.
“Zitto, bimbo, non parlare di politica,
non parlare di politica, non parlare di politica”.

Eppure la vecchia Chica, avvolta nei pensieri,
lei la sapeva, ma non la diceva, la ragione di quella sofferenza.
“Zitto, bimbo, non parlare di politica,
non parlare di politica, non parlare di politica”.

Il tempo passò e la vecchia Chica divenne solo più vecchia,
tutto ciò che riuscì a costruire era una capanna, col tetto di zinco,
col tetto di zinco.
“Zitto, bimbo, non parlare di politica, non parlare di politica”.

Ma chi vede adesso
il volto di quella signora, di quella signora,
vede solo rughe di dolore, di dolore, di dolore!
E tutto ciò che lei dice, ora è:
“Sai bimbo, quando morirò, voglio vedere l’Angola vivere in pace!
Sai bimbo, quando morirò voglio vedere l’Angola e il Mondo in Pace!”.

14 Kilometros

Continueranno a vivere e a morire, perchè la storia ha dimostrato che non c’è muro capace di contenere i sogni“; il regista di 14 kilometros, Olivares, prende in prestito una riflessione della scrittrice spagnola Rosa Montero, e  la pone a chiusura del suo lavoro affidando ai sogni il ruolo di unica certezza possibile. Dal Mali al Marocco, passando per Niger e Algeria, un odissea dei giorni nostri, speranza frustrata e disperata, viaggio impossibile di morte e improbabile resurrezione. 14 kilometros è il film dei migranti, girato nella terra dei migranti, con la sabbia tra le narici e l’acqua sempre mancante. Quattordici chilometri corrispondono alla distanza che separa l’Africa dall’ Europa, ma rappresentano anche la barriera che separa i sogni di milioni d’ africani che vengono in Occidente; la loro unica via di fuga per scappare dalla fame e dalla miseria. Attraverso la guida di tre giovani, Violeta, Buba e Mukela, si percorre un lungo e pericoloso viaggio attraverso il Sahara per conoscere tutto ciò che i mezzi di comunicazione non hanno mai svelato. Buba, ragazzotto del Niger che palleggia e dribbla bene il pallone bianco del calcio; Violeta, giovane in fuga perchè promessa sposa di un vecchio pastore maliano. Sono loro ad attraversare mezza Africa, da sud a nord, a patire il freddo, la fame, il disorientamento (mortale per il fratello di Buba).  Le incessanti immagini televisive delle imbarcazioni che cercano di raggiungere le coste delle isole Canarie ci hanno reso insensibili davanti a questo dramma e le immagini di visi esausti che vediamo testimoniano la durezza del viaggio; un viaggio che ha origine a mille chilometri di distanza e che può durare anche anni.  Questo è quello che vuole rendere noto 14 kilometros. Questo film è un omaggio per tutti coloro che hanno trionfato e per coloro che hanno fallito; per tutti coloro che ancora vivono e per coloro che sono morti nella loro impresa. A tutti loro la nostra ammirazione e il nostro  rispetto. Olivares percorre  la tragica illusione dei disperati  che credono siano i 14 chilometri dello Stretto a separarli dall’ agognata felicità. La macchina da presa stringe su Buba e Violeta, è a loro che rivolge il suo sguardo discreto ma presente, li segue passo passo nella loro estenuante odissea. Dell’onirico continente europeo vedremo solo la punta più meridionale, Tarifa, la città andalusa dove sbarcheranno i due ragazzi; oltre a questi pochi flash, l’Europa è data solo come riflesso nei sogni dei migranti, al regista non interessa metterla a fuoco. È l’Africa che interessa ad Olivares, con le sue contraddizioni e la sua disperazione, è sull’Africa che investe e sembra voler disperatamente gridare che anche i suoi abitanti dovrebbero farlo. La pellicola trasuda amarezza da ogni inquadratura, l’amarezza della fuga dalla propria origine, del voler recidere le radici in nome di un’utopistica vita migliore. La vivida fotografia fatta di tramonti in controluce e spazi naturali incontaminati (che custodiscono tragiche realtà di vita) contribuisce alla preziosa poesia di una film che non perde mai la delicatezza di una storia di giovani anime che credono in un sogno che forse, resta ancora possibile. La storia di Buba e Violeta mi ha lasciato addosso la spietata  durezza del deserto, quel deserto che al contempo allontana e imprigiona a sé. Colonna sonora da brividi. Ve lo consiglio davvero, lo trovate in videonoleggio o in PPVsul web.

 

WikiLeaks, Sarkozy e la Françafrique..

Nuovi files raccolti da Wikileaks e pubblicati martedi’sul Guardian, descrivono i primi passi di Nicolas Sarkozy come presidente con i suoi patners del continente africano. Oltre a diverse ”gaffes” protocollari del presidente francese, sono esposti i motivi per il quale, secondo Washington, Parigi non puo’ mettere fine alla “Françafrique“, come invece era stato annunciato. Datati ottobre 2007 e agosto 2008, relazionano una visita ufficiale in Marocco il primo file e il secondo giudica il bilancio delle velleità nelle riforme della “Françafrique” del presidente francese, un anno circa dalla sua elezione. Lo stile del presidente è dettagliato. Nei primo file si afferma che ”Sarkozy non ama perdere tempo e ama tirare dritto al punto, forse un po’ troppo“, il secondo rapporta tra le altre cose lo sviluppo di una visita del presidente della Guinea Teodoro Obiang Nguema all’Eliseo nel novembre 2007. Siccome le equipes dei due dirigenti ”erano lente a organizzare l’apertura dei lavori (…) Sarkozy non ha atteso ed ha iniziato il suo intervento quando le delegazioni stavano occupando i loro posti in modo progressivo (…) l’incontro fini’ in qualche minuto, davanti allo stupore dei partecipanti“. Secondo i contatti della diplomazia americana all’Eliseo, ”Nicolas Sarkozy  avrebbe dovuto fare degli sforzi per essere più diplomatico” e si domanda ”se avesse avuto il coraggio di trattare cosi’ un capo di Stato occidentale“. Un mese dopo Nicolas Sarkozy si fece riconoscere per la sua « attitude » a Marrakech, durante un incontro con il re Mohammed VI al Palazzo reale, primo file relativo al Marocco. ”Erano presenti molti ospiti nei saloni marocchini  dove il presidente era un po’ troppo  rilassato, spaparazzato sulla sua sedia“, riporta la comunicazione. ”Il presidente appariva seduto con le gambe incrociate puntando le sue calzature verso il re“. Questo, secondo la diplomazia americana è stato ”un gesto irresponsabile, considerato tabù nel mondo musulmano“. Secondo gli americani l’analisi che “la mondializzazione e l’affondamento della colonizzazione e delle sensibilità postcoloniali, unite alle realtà politiche e economiche, dovranno formare un nuovo modello di relazioni con i paesi africani, marcate dalla minor dipendenza e dal paternalismo francese”. La politica africana di Sarkozy ”è stata, puo’ essere, un cambiamento destabilizzante per gli africani, ma non una sorpresa per noi “, nota il diplomatico americano. Poche righe in basso e si dettaglia gli antecedenti di Nicolas Sarkozy : le sue proposte come ministro degli Interni sull’insicurezza nelle banlieus, durante la campagna sull’immigrazione, nel periodo del famoso ”discorso di Dakar”. Washington valuta il successo, i riscontri e i fallimenti della visita del presidente a Luanda, il 23 maggio 2008. Una vista che ha sbloccato le relazioni con l’Angola imprigionata dall’affare Falcone. O ancora l’errore di Sarkozy nell’approcciarsi con la vedova del giudice Borel, troppo brutale, afferma la diplomazia americana. Eccessi come con il Rwanda, malgrado l’ottimo  lavoro del ministro degli Affari stranieri Bernard Kouchner: le relazioni diplomatiche, frantumatesi a suo tempo, erano nuovamente in fase di deterioramento e servi’ attendere ancora un anno per vedere le cose ristabilizzarsi. Infine Washington qualifica ”una capitolazione abbietta“, la decisione di Parigi di richiamare il diplomatico francese Gildas Le Lidec dall’Ambasciata di Antananarivo (Madagascar) perchè Marc Ravalomanana, allora presidente, era in disaccordo totale con la politica (nascosta) colonialista della Francia. Nel documento di analizza la difficoltà della Francia di ”uccidere” la “Françafrique”. ”E’ più facile a dirsi che a farsi“, scrive il rapporto. La “Françafrique” ”ha una vita propria, con degli interessi acquisiti che i francesi  possono aver sottostimato. I ”dirigenti africani possono manipolare la Françafrique per i loro propri interessi fintanto che i francesi lo vorranno e lo potranno“, conclude il diplomatico, non prima di aver lanciato l’allarme che ”Parigi   dovrà fare molta attenzione a prendere gli africani sul serio“.   Per Washington , questo primo tentativo di porre fine alla “Françafrique” è di fatto un fallimento ma ”l’energia di Sarkozy (…)  si abbina favorevolmente con la stagnazione che a caratterizzato la politica africana degli ultimi anni di Chirac. E ancora ”Sarkozy si è lanciato nella rottura senza aver completamente integrato la lezione che doveva apprendere“. Gli Stati Uniti della fine dell’era Bush avevano sperato in un rinnovamento delle relazioni tra la Francia e l’Africa, ma sono stati ampiamente delusi.

L’Africa Violentata di David LaChapelle.

Questo progetto del grande e inimitabile fotografo americano David LaChapelle è stato presentato nel 2008 ed è dedicato interamente al continente africano, saccheggiato, mercificato, violentato continuamente, allo stremo delle sue forze. L’immagine che da il titolo all’opera è  una esplicita reinterpretazione del famoso dipinto di Botticelli “Venere e Marte”. I soggetti sono in una posa che rimanda ad un’atmosfera fashion, molto glamour e  quindi prettamente inerente al mood di LaChapelle, con dei posizionamenti forzati ma armonici, che si  compensano fra loro, con luci diffuse ovunque. Una Venere che prende le sembianze di Naomi Campbell dallo sguardo criptato ed un Marte scultoreo ed assopito, il cui elmo e le cui  armi gli vengono sottratte dai bambini soldato, che in Botticelli erano dei fauni,  figure mitologiche irriverenti. Venere, dea dell’amore, Marte, dio della guerra, due opposti che in realtà da sempre stanno a rappresentare “l’armonia dei contrari”, concetto filosofico del neoplatonismo in auge tra il 400 e il 500. Una differenza sostanziale tra l’opera del vsionario LaChappelle e l’opera del Botticelli riguarda la funzione di Venere nella immagine. In “Rape of Africa” la Venere ha la veste lacerata che scopre un seno, come se qualcuno avesse abusato di lei, e  induce lo spettatore a pensare ad una vera e propria violenza fisica.  La presenza del gallo che sovrasta, in altezza, la bella Venere, puo’ essere interpretato come simbolo della virilità maschile e dell’aggressività (il termine gallo in slang anglosassone, risulta esser ambiguo e traducibile anche come membro maschile). L’agnello infine, assorto, puo’ alludere ad una purezza e ad un candore persi con l’inganno, ma presenti. Presenze eccessive di oggetti tendono a riempire ad ogni costo l’immagine  senza lasciare alcun spazio vuoto. Alcuni di questi oggetti sono la croce, i lingotti, la bomba a mano, un osso,  tutti oggetti totalmente in oro massiccio, simbolo quindi di ricchezza occidentale, bianca.  Come sempre LaChapelle gestisce  i suoi percorsi emozionali con apparentente superficialità, rendendolo ogni sua opera volutamente  kitsch e disturbata. Senza mezza misure il fotografo punta il dito sugli inganni colonialisti verso un continente ricco, ma derubato di ogni suo avere da secoli. Lo fa con ironia tipica del suo stile, amara, a volte difficile e incomprensibile, ma basta soffermarsi qualche istante in più sulle definizioni dei particolari, inseriti ovunque, per carpire i suoi segreti, i suoi rimorsi, le sue angosce più profonde, quelle che attanagliano tutti noi e le nostre coscienze.

La Grande Muraglia Verde

Undici paesi dell’Africa dell’ovest e del Sahel hanno deciso di intraprendere un progetto faraonico per cercare di frenare l’avanzata del deserto attraverso la “Grande Muraglia Verde”, una operazione di rinboschimento su una fascia di 15 km di larghezza e un estensione di 7600 km che attraverserà il continente africano da est a ovest. L’idea di un muro d’acacia e baobab per fermare la desertificazione è stata lanciata per la prima volta durante la 7a Conferenza dei capi di Stato della comunità sahelo-sahariana (CEN SAD) nel 2005. Riprendendo l’idea di questa barriera vegetale, il presidente senegalese Abdoulaye Wade ha rilanciato la proposta durante il Summit dei governi dell’Unione Africana.  ”La velocità con cui la desertificazione avanza ci obbliga a riunire gli sforzi e i mezzi in una sinergia d’azione. Non abbiamo più il diritto di guardare, impotenti, la distruzione dell’Africa”,  ha dichiarato ricevendo molti applausi dalla platea di governatori presenti al Summit. L’appello non ha lasciato indifferenti nessun paese e undici di questi hanno deciso di intraprendere questo progetto faraonico, che Wade ha ribattezzato ”La Grande Muraglia Verde“. Questa grande muraglia verde africana attraverserà il continente da est a ovest (da Dakar a Djibouti) passando per undici paesi : Burkina Faso, Djibouti, Eritrea, Etiopia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Soudan e Tchad. Davanti all’avanzata del deserto che ogni anno inesorabile distrugge migliaia di ettari di queste zone sub-sahariane, minacciando seriamente la sicurezza alimentare e l’equilibrio demografico in vaste aree, i capi di Stato e dei Governi di questi undici paesi hanno deciso di passare all’azione e federare i loro sforzi per questo progetto che passerà allo storia come uno dei progetti più importanti del Millennio in Africa. Dopo la riunione del giugno scorso a N’Djamena (Tchad) per un primo summit sul progetto, i capi di Stato di questi paesi hanno annunciato solennemente l’apertura del lavori, creando di fatto l’Agenzia Panafricana della Grande Muraglia Verde (GMV), un organismo che supervisionerà i cantieri che si svilupperanno nel corso della operazione di rimboschimento. Al ritmo di 2 milioni di ettari persi ogni anno, due terzi della superficie del continente nero sono oramai classificate in zone desertiche o degradate, secondo uno studio della FAO. Stando ai rapporti di numerose ONG internazionali la Regione più colpita è situata lungo l’Africa dell’ovest e del Sahel con una popolazione di 80 milioni di persone che è minacciata direttamente dall’avanzata del deserto. In ragione di questa desertificazione la banda del Sahel è attualmente toccata da una grave crisi alimentare, la peggiore degli ultimi trent’anni, che si sta incancrenendo apoco a poco in tutta la Regione. Questa desertificazione porterà ad un esodo ineluttabile di popolazioni verso altre Regioni con risorse già limitate, quindi tutto questo provocherà inevitabilmente tensioni e conflitti per conquistare della terra fertile, conflitti che minacceranno la stabilità dei paesi della Regione, e non solo. Le cause di questa situazione drammatica sono senza alcun dubbio dovute al cambiamento climatico che è in atto nel continente africano,  già vulnerabile prima di questo evento. Il costo globale del progetto si aggira intorno ai 600 milioni di dollari spalmati nell’arco di dieci anni. Gli undici paesi stanno cercando di coinvolgere i loro vicini settentrionali e in primis i paesi del bacino forestale del sud e in particolate il Congo, secondo polmone al mondo dopo l’ Amazzonia, bacino forestale che è minacciato di scomparire. La scelta delle varietà di alberi e piante è una tappa decisiva per il successo della GMV. Una trentina di specie,  tutte indigene, sono state identificate dai patners scientifici del progetto. Ogni paese dovrà scegliere gli alberi con un forte potenziale di resistenza all’aridità del terreno, chiamando in causa le popolazioni perchè aderiscano al progetto. Con diversi sistemi nazionali di ricerca agronomica, il Senegal, il Mali, il Burkina Faso e il Niger, hanno già selezionato degli alberi in funzione del loro potenziale remunerativo per le popolazioni. Si tratta del baobab e del jujubier dai frutti ricchi di vitamine e minerali, il karitè dalle virtù medicinali, o ancora il tamarindo alimentare o l’acacia. Al di là del finanziamento, lo scoglio maggiore da superare è quello di rendere compatibile queste pratiche di rimboschimento con gli usi e le pratiche locali, nella prospettiva di conciliare le attività delle popolazioni totalmente dipendenti dalla terra e la salvaguardia dell’ambiente.

 

Stregoni, Fkihs e compagni.

Lucertole appese, volpi imbalsamate, trecce di capelli, serpenti arrotolati, camaleonti in gabbia, gusci di tartarughe: questa è la vetrina di Jamal, venditore di cadaveri animali di diverse taglie  sospesi nell’apertura del piccolo negozio sulla Place delle Epices dove questi animali sono fortemente richiesti e la domanda supera abbondantemente l’offerta. “Tutti i miei prodotti sono efficaci, chiedi ai miei clienti” mi dice orgoglioso Jamal. Il ragazzo si converte sovente in fkih e prepara delle misture magiche. “Vostro marito vi tradisce?. Non siate inquieti, traccero’ velocemente la strada della felicità“, promette il furbetto. Dopo aver appreso qualche ricetta di stregoneria, mescola sapientemente un po’ di miele, un cucchiaio di pelle di lucertola grattugiata, qualche capello e alcuni grani di incenso…il composto è pronto per essere inserito in un pezzo di stoffa nera dove scriverà alcuni versetti del Corano, in bianco. “Mettete questo sotto il letto e mi faro’ mozzare una mano se vostro marito non arriverà da voi più innamorato che mai“, insiste il fkih. Prezzo del servizio, fisso, su queste cose non si gioca a fare mercato, 120 dh. In un ambiente waltdisneyano dove la luce vacilla, il giovane uomo vende i suoi animali e le sue erbe in nome della….truffa. Ad ogni buon conto il mago-erborista viaggia con il vento in poppa e la sua clientela è per la maggiorparte di sesso femminile. Lo psicologo Mohcine Benyechou mi spiega che molte persone ricorrono alla stregoneria per spiegare dei fenomeni strani e per cercare di porre rimedio a tilt sessuali o a crisi di epilessia.

Tutto questo spiega è proveniente dalla cultura beduina ancestrale. “La magia mette in discussione le cure terapeutiche e le persone non vogliono capire che le crisi di epilessia possono avere come causa primitiva un tumore“, incalza il dottore. Da una ricerca poi si deduce che la magia nera e le altre pratiche di stregoneria non attirano solo gli analfabeti e i meno istruiti. “Ho dei clienti agiati con un livello intellettuale importante  che credono di potere arrivare al successo grazie a talismani e a pozioni“, conferma Jamal. I filtri d’amore locali e il “viagra divino“, sono parte dei musts che la società marocchina consuma dalla notte dei tempi. Secondo un sociologo affermato anche le persone più altolocate e i potenti dell’élite nazionale hanno i loro personali fkihs. Aggiunge che la società marocchina è conosciuta a livello internazionale grazie ai suoi veggenti e ai suoi guaritori tradizionali, malgrado le sopraggiunte mutazione sociologiche che il paese sta conoscendo. Le decine di medium che pullulano quotidianamente la Place Jemaa el Fna di Marrakech, provano che la stregoneria in Marocco non è un fenomeno recente. Ma come fanno questi venditori di irrazzionale a guadagnare delle fortune?. La risposta è semplice: potere, soldi e amore. Le donne consultano soventi i fkihs per delle storie d’amore, per sedurre e per essere sedotte. In Marocco la magia “d’amore” incontra un successo incomparabile. Ed è soltanto questione di..cervello di iena. Si, avete letto bene, cervello di iena essiccato, ed è per questo che il piccolo animale è in via d’estinzione in Marocco. Il potere di questo animale è quello di aiutare le donne a non perdere la seduzione e in primis il potere sugli uomini. Ecco perchè il famoso cervello di iena è richiesto senza limiti e il prezzo di una iena è salito a 1500 dh. Qualche grammo di cervello è venduto nelle botteghe a partire da 500 dh. La legislatura marocchina considera la stregoneria come un reato sanzionato con un ammenda da 10 a 120 dh, secondo gli articoli 609 e 610 del codice penale. In caso di decesso (e credetemi succede spesso) in seguito al consumo di un prodotto commercializzato e venduto da uno stregone, l’atto è considerato come omicidio volontario. L’avvelenamento da pozioni stregate è raramente denunciato in quanto è difficile valutare il pericolo di questo o quel prodotto. La società marocchina, dichiara sempre l’amico sociologo, si è sviluppata conservando tanti tabù;  storie di incesti, di pedofilia, di violenze, paura di scandali, e le famiglie toccate non osano (raramente si),  presentarsi davanti ad un tribunale. La stregoneria “consumata” provoca nel 95% dei casi effetti secondari permanenti, in particolare sul sistema digestivo. Sono medicine inspiegabili ma le conseguenze sono terribili: bruciori, nausee, vomito, eczemi, caduta dei capelli, sterilità, impotenza, cancro, emofilia, diabete, danni irreversibili ai reni o alle ovaie, acqua nei polmoni. Tutto questo prova che la stregoneria non ha limiti ed alcuni addirittura ricorrono  alla sottrazione di uno o più organi di cadaveri. In questa cornice diabolica la pratica più frequente resta la mano di un morto per mescolare della semola. Secondo i fkihs, questa pratica è destinata alle donne sterili che desiderano assolutamente un figlio. Il senso esatto di Fkih è “sapiente“. Un fkih reputato non dovrà mai chiedere aiuto ai veggenti, agli stregoni e ai ciarlatani,  prescrivendo alcuni rimedi-miracoli del Corano. Tra talismani, incensi e pozioni, scaccia i Djinns (spiriti), guarisce le turbe sessuali e prepara dei rimedi per le storie di cuore. Sovente si tratta di semplice magia bianca dove il fkih estorce profitto dai credenti e le offerte materiali consistono in candele, latte, henne e pulcini vivi colorati. L’Aâchoura e Lailat al Kadr (notte del destino) restano i momenti propizi per le pratiche di magia e ci si chiede come si possa scrivere versetti del Corano su tessuti che contengono liquidi impuri come sangue mestruale, sperma e quant’altro.