Il suicidio di una ragazzina di 16 anni, contraria a sposare l’uomo (la Bestia) che l’aveva violentata, ha di fatto creato un elettrochoc in Marocco (ma sarà vero ?), dove si sono moltiplicati gli appelli alla riforma, vedi abrogazione, di una legge che fa dello stupro un semplice delitto e premia lo stupratore piuttosto che la sua vittima. Il fatto raro è che a causa dell’emozione suscitata, il governo ha consacrato la sua riunione settimanale all’esame di questo dramma umano e sociale. “Questa ragazza è stata violentata due volte, l’ultima quando hanno cercato di farla sposare”, ha dichiarato alla stampa il porta parola del governo e del ministro della comunizione Mustapha El Khelfi. Amina Al Filali si è suicidata sabato scorso nella sua città natale, Larache, nelle vicinanze di Tangeri, ingerendo veleno per topi. Questo gesto estremo per rifiutare di sposare l’uomo che l’aveva violentata quando aveva solo quindici anni. Sposandolo, il suo violentatore era salvo, grazie ad un articolo del codice penale. In termini di legge, il violentatore è punibile con diversi anni di carcere, nel caso di violenza su minori, a meno che la vittima e il suo aggressore non contraggano il matrimonio, cosa che protegge il deliquente dalla prigione (!). Questo affare è rivelatore delle contraddizioni di una società tradizionalista e sovente poco civile, contro la sua aspirazione alla modernità, come prevede la nuova Costituzione adottata a luglio, che dichiara l’uguaglianza dei sessi e bandisce tutte le “discriminazioni”. Questo tipo di violenza è classificata come “ordinaria” in Marocco, paese dove questo tipo di violenza è costume, ma dove però le statische sono assenti, senza suicidi o atti clamorosi che mettano in evidenza il dramma. Il ministro filo-islamico della Famiglia Bassima Hakkaoui, unica donna membro del governo islamista di Benkirane, ha riconosciuto un “vero problema” e ha chiesto un dibattito per riformare questa legge. “E’ un grido della società”, ha dichiarato l’ex ministro Nouha Skalli, che occupava lo stesso seggio nel governo precedente. “La legge considera il minore violato come un criminale anche se vittima della violenza”, ha dichiarato ancora M.me Skalli, rammaricandosi sull’assenza di una “protezione in favore dei minori”. Il dramma di questa giovane ragazza ha provocato una vasta mobilizzazione sulla blogosfera e nei media nazionali. Una petizione per l’abrogazione dell’articolo “criminale” è stato intitolato “Siamo tutti Amina Al Filali” e messo in rete su Facebook. Il quotidiano L’Economiste ha scritto nel suo editoriale che “Al di là dell’aspetto legislativo, è un problema di morale, di percezione della donna-oggetto che perdura, di mancanza d’educazione e di civiltà, di educazione sessuale in primis”. In numerose famiglie dove il peso della tradizione e della religione è molto forte (e sono realmente una percentuale altissima), la perdita della verginità prima del matrimonio è considerata come un disonore intollerabile per la famiglia. Sovente, con il contributo della giustizia, si trovano delle soluzioni alfine di dare in sposa la fanciulla al suo agressore; dare in pasto al carnefice la sua vittima. Il Marocco non è il solo paese del Maghreb in questa situazione. In Tunisia e in Algeria se la vittima stuprata accetta di sposare il suo violentatore, la legge non interviene. Il fatto poi più incredibile che alcune correnti di pensiero filo-islamiche condannano con insistenza maniacale la pedofilia “portata”, a loro dire, dagli europei, mentre le statiche ufficiali riportano una percentuale che supera l’85% di stupri e incesti famigliari.
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Marocco: violenze sui bambini, la legge del Silenzio.
Il quartiere di Aïn Borja, a Casablanca, è ancora ricco di vestigia dell’ex zona industriale che fu, negli anni ’40, sede di numerose aziende straniere. In questo quartiere, molte testimonianze attestano che l’imam della moschea Younes avrebbe violentato una ragazzina di 13 anni che vive nella stessa zona. E’ tutto? No, non esattamente. Il fratello della vittima rifiuta categoricamente questa tesi spiegando: ”Siamo stati dal medico che ha dichiarato con un certificato che non è stata violentata”. Ma allora perchè questa precauzione? Il ragazzo non risponde. Le testimonianze ascoltate nella moschea indicano che lo stupro c’è stato, eccome ! Le conferme arrivano da alcuni fedeli della moschea e dall’imam che ha preso il posto del sospettato, resosi irreperibile da cinque giorni. Barba e kamis di rigore, i due testimoni sono atterriti: “E’ veramente una brutta storia. Sono i vicini che hanno visto la ragazzina nell’appartamento dell’imam, situato all’interno della moschea. Uno dei vicini ha scritto un foglio anonimo, messo sotto la porta di casa dell’imam, dove affermava che l’avrebbero denunciato se non se ne fosse andato”. Nel suo rapporto effettuato nei tribunali degli affari famigliari del Marocco, l’ONU ha stabilito che oltre il 68% delle donne che sono vittime di violenze domestiche preferiscono risolvere il problema in famiglia. Una cifra che avvalla la teoria dei tabù e della legge del silenzio che circonda i fenomeni legati alle differenze forme di violenza. Nella profusione dei dettagli, i testimoni evocano la visita che la ragazzina avrebbe subito dal medico precisando che“le sono stati praticati tre punti di sutura”. Questo dettaglio è ripreso da altri testimoni, come l’agente di sicurezza che conferma la versione secondo la quale sono stati i vicini, il cui appartamento affaccia sul cortile della moschea, ad aver visto l’uomo di fede attirare la ragazzina nel suo appartamento, aprofittando dell’assenza della moglie. Per il gerente di un cyber cafè situato davanti alla moschea, la famiglia adottiva della bambina non vuole scandali. Ma cosa ne è del giovane imam 35 enne dalla forte corporatura? Una giovane donna che vive nella zona ha dichiarato che “ non posso dire grandi cose su questa storia ma posso affermare che questo imam aveva uno sguardo pesante e passava molto tempo a fissare le donne”. Pare che in fretta e furia l’imam si sia trasferito, con le sue cose, traslocando alle due di mattina. Raccogliendo testimonianze dirette nel quartiere, viene a galla che non sarebbe la prima volta che la moschea Younes è segnata a dito per delle situazione simili. Qualche tempo fa, il muezzin fu preso in flagranza di reato con un giovane ragazzo minorenne… I luoghi di culto non sono più le oasi di pace che dovrebbero essere? Sarebbe troppo azzardato confermare un simile sospetto, ma un silenzio generalizzato di questi affari rendono le cose ancora più faragginose. L’Associazione “Touche pas à mon enfant” è categorica: “Questo silenzio è giustificato dall’aspetto morale e culturale legato agli affari di violenza sessuale. La società marocchina tratta ancora questi casi con una certa indifferenza, malgrado le gravi ripercussioni di questo fenomeno sulle vittime. Non ci sono ancora le capacità nè il coraggio di bruciare queti tabù e gettare le basi di una nuova cultura che si faccia carico di proteggere le vittime delle aggressioni sessuali. Soltanto con questo genere di cultura si potrà garantire una miglior implicazione della società per lottare contro questo flagello e mettere un freno a questi abusi”. Questa denuncia di silenzio è condivisa dal capo della polizia giudiziaria della Prefettura di Hay Mohammadi, che dichiara di non avere ricevuto nessuna denuncia a carico dell’imam. “Le famiglie delle vittime preferiscono in generale non denunciare credendo cosi’ di garantire a loro una vita di coppia normale peggiorando di fatto la situazione“. Le aggressioni sessuali a carico di minori quindi non sono testabili e in realtà si tratta di numeri impressionanti. L’Associazione “Touche pas à mon enfant” dichiara che solo nel 2008 le aggressioni sesssuali su minori sono state 306. Questa cifra moltiplica per sei le cifre dichiarate nel rapporto della Colazione contro gli abusi sessuali sui bambini nel primo semestre del 2007, con una crescita del 536% che prova l’inquietante propagazione del fenomeno in Marocco.
Interviste raccolte da Samir Benmalek per AuFait Maroc
Marocco: Dati Allarmanti sui Matrimoni con Minori.
Per tutti quelli che pensano sia un fenomeno lontano, le cifre che vengono pubblicate dal ministero della Giustizia, sono la prova provata che il fenomeno anzichè regredire è in costante aumento in Marocco. Il matrimonio tra e con minori è in progressione nel 2010 con 41.098 atti conclusi, contro i 33.253 nel 2009, con un aumento del 23,59%. E’ stato il ministro della Giustizia in persona a rendere pubblici queste cifre durante una conferenza dal titolo “Il matrimonio dei minori in Marocco e l’applicazione sana del Codice della Famiglia”. Il ministro ha precisato, durante la conferenza, che i casi di matrimoni autorizzati dai tribunali dietro una inchiesta sociale si stabilizzano a 14.486, quelli autorizzati dietro una visita medica (attitudine psichica) arrivano a 7.419, mentre le richieste non accettate sono state 3.474. Per i minori nati tra il 1993 e il 1994 le domande approvate sono nell’ordine del 98,49%. Queste cifre catastrofiche (che danno adito poi a una certa tolleranza e a un diffuso lassismo riguardo la lotta contro la pedofilia), non inglobano tutti gli altri matrimoni conclusi con la semplice lettura della fatiha, una tradizione ancora ben radicata in diverse località del paese. Molte testimonianze parlano di bambine con appena 9 anni date in spose con il tacito accordo dei genitori. Questa triste realtà che è uscita ancora una volta allo scoperto sta suscitando un grande scalpore nell’opinione pubblica marocchina che si dichiara disgustata da questi fatti. Molte associazioni puntano il dito contro le autorità accusandole di restare a braccia conserte davanti a questo doloroso fenomeno e di non fare nulla per questi minori. Ovviamente si tratta di una vera e propria violazione dei Diritti dei Bambini come convenuto da tutte le convenzioni internazionali di cui il Marocco è signatario. D’altro canto, le misure preventive come la visita psicologica per assicurasi di una “eventuale maturità” della bambina, come l’inchiesta sociale per motivare la decisione del matrimonio, non sono quasi mai rispettate. E’ un lavoro colossale di sensibilizzazione che attende le ONG per invertire la tendenza prima di poter mettere fine a questa pratica vergognosa. Una azione trasversale riunirà diversi dipartimenti ministeriali che si compirà in diverse regioni, in primis nel Medio Atlas dove si registrano il maggior numero di questi matrimoni di minori. Sanzioni penali dovranno essere applicate per arrestare il fenomeno che le associazioni di difesa dei bambini assimilano, giustamente, ad una forma di pedofilia autorizzata. Ma il lasciar passare, la permissività e la non applicazione della legge mette il paese al bando della comunità internazionale che denuncia la sopravvivenza di queste unioni. Il campanello d’allarme è stato suonato da tempo, è indecente vedere il numero degli atti di matrimonio con minori in costante evoluzione, anno dopo anno. Stesso discorso del lavoro minorile che dovrebbe essere semplicemente proibito da una società che non sembra ancora aver compreso tutta la portata di questo dramma dalle pesanti conseguenze.
Le spose-bambine dell’Atlas.
In molti villaggi del Medio-Atlas, come Anegfou, Imilchil e Tounfit, bambine di 7 anni sono date in matrimonio con una semplice lettura della Fathia (formula del Corano per i matrimoni religiosi) e iniziano a procreare all’apparizione delle loro prime mestruazioni. In queste regioni del Marocco è l’Ôrf che comprova l’avvenuto matrimonio; il Codice della Famiglia, la Moudawana, è superbamente ignorato. Questa forma di schiavismo pedofilo ha delle conseguenze molto forti: violenza, scolarizzazione azzerata, ripudio, bambini non riconosciuti quindi senza diritti legali. Anegfou è un douar che conta circa 300 famiglie. Questo piccolo villaggio, arroccato sulla catena dell’Atlas è uscito dall’anonimato nel 2007 quando un ondata di freddo anomalo aveva causato la morte di una ventina di persone, donne e bambini in primis. Anegfou divenne allora il simbolo del Marocco profondo, dimenticato e arcaico. Oggi il villaggio non è più isolato, alcune strade di collegamento sono state costruite e si raggiunge tranquillamente sia Imchil che Tounfit con bus e auto. Alcune infrastrutture sono state costruite sia a livello sociale che sanitario; un laboratorio artigianale di falegnameria è stato inaugurato, cosi’ come una piccola scuola. Ma la precarietà è palpabile.E’ in questo villaggio a 41 km da Imilchil che i volontari della Fondazione Ytto hanno deciso di piantare le loro tende per procedere ad una campagna di sensibilizzazione e di regolarizzazione dei matrimoni “tradizionali”, molto frequenti nella regione. Campagna a cui si sono unite altre Associazioni tra cui la AEDH (Associazione per l’educazione ai Diritti Umani). Nel mese di aprile 2010 si decise, a livello governativo, di prolungare di cinque anni l’articolo 16 del Codice della Famiglia, che permette alle coppie sposate in ambito tradizionale di regolarizzare la loro situazione. L’articolo 16 ha creato molte resistenze da parte del consiglio dei Joumouê delle tribù presenti nella regione. Secondo questi “saggi” se “una ragazza arriva all’età di 14 anni e non ha ancora trovato marito, è la fine per lei, è cosi’ da noi”. Due anni fa un matrimonio collettivo nella regione ha visto 94 bambine/ragazze dai 7 ai 17 anni date in spose ai contendenti. Le ragioni? “E’ la povertà che spinge le persone a questo genere di cerimonie e le ragazze generalmente sono molto più giovani” precisa il capo degli Joumouê.
Il Codice della Famiglia, voluto fermamente da SAR Mohammed VI, proibisce il matrimonio prima dei 18 anni e, sola eccezione, è necessaria una autorizzazione del giudice per avvallare il matrimonio prima dei 15 anni sino ai 18 compiuti (nel 2006 il 90% dei matrimoni tra minorenni sono stati dichiarati validi). E’ chiaro: la rivoluzione voluta dal Codice non ha avuto gli effetti sperati, dopo oltre sei anni dalla data di avvio della nuova Moudawana (Legge di Famiglia). Codici ancestrali sono presenti a tutt’oggi in Marocco e se si è contrari, si viene espulsi dalle tribù di appartenenza. Nessuno parlerà più con questi “ribelli” e meno ancora saranno avviati commerci cercando inoltre di espropriare i loro terreni.La Fondazione Ytto ha riempito 128 dossier di regolarizzazione ,dossier che contengono le storie, a volte ignobili, di queste bambine/spose. Come quella di una ragazza sposata per ben tre volte, con due bambini (non riconosciuti per la legge) avuti dai due precedenti matrimoni, che per vedere convalidato dallo sceicco il terzo matrimonio è obbligata a risposarsi e a divorziare con i primi due, divorziare dall’attuale e risposarlo. Storie che fanno piombare il Marocco nel Medioevo più profondo, a discapito delle grandi e belle città turistiche, moderne e tecnologiche, sparse per il Paese. A Tamaloute, ragazze con meno di 18 anni, sposate e divorziate rappresentano la maggioranza del villaggio. “Avranno difficoltà a trovare marito perchè non sono più vergini”, dicono al villaggio.
Molti uomini, non più giovani, confidano che si sono sposati con la semplice lettura della Fatiha per ben dieci volte e ogni volta hanno passato non più di un mese con le loro spose/bambine. Un modo per cambiare patner in tutta legalità, legalità religiosa si intende. La maggiorparte di queste spose/bambine divorziate si riducono a diventare prostitute o a mendicare per le strade delle grandi città, ripudiate da tutti perchè non più vergini e con bambini a carico. La regione di Imilchil non è la sola toccata da questa pratica ancestrale. Nelle provincie di Béni-Mellal e Azilal, nei douars di Tamda Noumerside, Aît Mhamed e Aît Abbas, i matrimoni secondo l’Ôrf, Ôrfi come lo chiamano in queste regioni, sono innumerevoli. Centinaia di dossiers sono in attesa di regolarizzazione presso i tribunali di Midelt, Errachidia e Azilal. Ci si chiede come fare per sdradicare questa medioevale e barbara usanza religiosa e la sola risposta è quella di un cambio di mentalità, avvinandosi ai villaggi e parlare spiegando i cambiamenti in corso nelle società civili. Una vera stategia che includa anche i dipartimenti ministeriali (Interno, Giustizia, Sviluppo Sociale) per arrivare ad una legalizzazione di questi “sans papier” dell’Atlas, mantenendo fermo il principio di condanna per tutti quei matrimoni stipulati in età minore senza un ponderato e serio avvallo giuridico e civile
Credits: La Vieéco – Telquel – Le Matin
Leggi anche http://myamazighen.wordpress.com/2008/09/24/matrimoni-borderline/

