I Giochi Olimpici di Londra arriveranno a giorni. Contrariamente ad altre nazioni, i rappresentanti dei paesi musulmani avranno problemi che non saranno quelli di arrivare sul podio, o stabilire un record. Se per tanti atleti le Olimpiadi coincidono con il periodo luglio-agosto, per altri concidono con il Ramadan con tutto quello che comporta in termini di privazioni ed è riconosciuto il fatto che digiuno non si sposa con buone prestazioni; non bisogna certamente essere medico o dietologo per decretarlo. Scientificamente, un corpo non idratato o poco alimentato, che sostiene sforzi importanti, si stressa nel giro di 40 mn; in più il rendimento sportivo è debole e la performance impossibile oltre al rischio di ipoglicemia o di perdita dei sensi. A qualche giorno dall’inizio delle Olimpiadi di Londra, è tempo che il Consiglio degli Oulema dia un avviso per non parlare di fatwa, termine divenuto ridicolo grazie ad una pletora di mufti improvvisati. Il Consiglio degli Oulema deve giocare d’anticipo per tranciare ogni sorta di interpretazione prima che questi pseudo-mufti richiamino l’attenzione nella loro triste maniera di proporsi. Ricordo che il Raja di Casablanca disputò nel 1999 la finale della Coppa dei Clubs contro l’Espérance di Tunisi in pieno Ramadan e i dirigenti dell’epoca ebbero l’idea di sollecitare un certo Zemzmi che non esitò a dispensare i giocatori dal digiuno. In Egitto, pare siano ispirati in questo senso e il mufti ufficiale della repubblica ha già autorizzato gli sportivi egiziani che saranno presenti a Londra a non osservare il digiuno, perchè “saranno in viaggio”. “Chiunque sarà malato o in viaggio dovrà digiunare per lo stesso numero di altri giorni. Allah desidera facilitarvi (…)” dichiara espressamente la Sourate Al Baqara.
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Il Cavallo Berbero: cavallo mitico o mito equino?
Ho tradotto questo interessante articolo dell’amico Yassine Jamali (troverete un altro post su di lui e i suoi Sloughi, binomio perfetto) apparso sulle pagine del prestigioso quotidiano L’Economiste che parla del cavallo berbero. Un articolo specialistico e d’autore in quanto il Dott. Jamali alleva con successo cavalli arabo-berberi oltre agli Sloughi.
Razza emblematica dell’Africa del nord, il cavallo berbero gode sin dall’antichità di una eccezionale nomea. Struttura adatta alla guerra, alla caccia, alla corsa, il berbero si è rivelato come una eccellente razza per il miglioramento di tutte le popolazioni equine con cui è stato incrociato. Si ritrovano delle origini berbere in quasi tutte le razze di cavalli da sport e in qualche razza da traino. Curiosamente, questa influenza è poco rivendicata come quella del purosangue arabo.
Standard e stud-book: Referenze e stato civile
Dopo aver conosciuto quasi l’estinzione, il cavallo berbero ha ripreso vita e dovrà trovare un immagine e uno sbocco. Creare o ricreare una razza consiste nell’elaborare il suo standard (descrizione delle sue caratteristiche morfologiche). Lo standard deve servire come referenza per decidere quali individui appartengono a questa razza e quali sono più conformi al modello ideale. Poi arriva lo stud-book: si tratta di una sorta di stato civile dove sono iscritti da un lato i cavalli scelti sulla base della loro apparenza, dall’altro i puledri nati da cavalli già iscritti. Uno standard non è però una verità imprescindibile. La sua elaborazione è il frutto di una riflessione collegiale che sfocia in un consenso, riflette delle opinioni dei coredattori e delle idee che si trasmettono su di una razza. Questo pone un quesito: da dove deriva il nome berbero? Il berbero è una razza di cavalli dell’Africa del nord; la descrizione della sua morfologia e delle sue qualità è rimasta praticamente invariata da oltre 2.000 anni e una delle più antiche menzioni risale al 168 A.C. e in questo scritto si ricorda la vittoria di alcuni cavalli del re numide Mastranabal. Un primo apporto di sangue berbero ai cavalli inglesi ha luogo verso il 70 D.C. quando l’imperatore romano Settimo Severo decise di importare degli stalloni berberi in Gran Bretagna. Un secolo dopo, Oppio descrive i cavalli di Mauritania (attuale Marocco e Algeria) come i più resistenti e i più forti di tutto l’impero romano. Più significativo ancora, M’rou’ou l’Qays, uno dei più celebri poeti ante-islam; in un suo scritto sfida un rivale in una corsa dove cavalca un cavallo berbero comparando il berbero al cavallo arabo della penisola arabica. Secoli dopo, gli arabo-andulusi Ibn el Awwam e Ibn Hodaï descrivono il cavallo ideale insistendo sulla finezza dei tessuti, la qualità delle membra, l’attaccatura del collo, l’attitudine alla velocità e alla resistenza. Solleysel e La Guérinière, grandi cavallerizzi della corte di Francia nel XV° e XVI° secolo compareranno il cavallo berbero al cavallo andaluso. Il berbero fu da loro descritto come più piccolo, più rapido e più resistente dell’andaluso; il suo temperamento più freddo e la sua immagine meno elegante. Prima di quell’epoca, il berbero e l’andaluso iniziarono a divergere; l’andaluso guadagnava in taglia e in potenza dopo l’apporto di sangue nordico e napoletano per soddisfare la moda del “pesante” arrivata dall’Italia. Questi incroci, e la fine dell’infusione di sangue berbero in seguito alla Reconquista portarono a quello che i due autori spagnoli Cabrera e Castejon chiamarono “il declino dell’andaluso”. Questa evoluzione verso un modello da parata ci ricorda quello del cavallo da Fantasia dei nostri giorni. Nel 1665, Luigi XIV° scelse ufficialmente il cavallo berbero come la sola razza di stalloni per la riproduzione dei cavalli da sella. Tuttavia, la fama del berbero non è strettamente legato alla sua discendenza andalusa nè alla sua produzione francese.
L’ancestro del purosangue inglese
È in Inghilterra, nel XVI° secolo, che il cavallo berbero conobbe il suo apogeo. Dopo l’Antichità, alcuni riproduttori dell’Africa del Nord, in diverse riprese, contribuirono a migliorare l’allevamento britannico. Verso il XII° secolo, le corse dei cavalli divennero uno sport estremamente popolare in Inghilterra che venne regolamentato nel 1603; da allora, i cavalli del Maghreb e del Machreq (attuale penisola arabica) furono ricercati per produrre dei cavalli da corsa. Diverse missioni furono inviate in Arabia, in Turchia e nel Maghreb per cercare di costituire due nuclei: i Royal Mares e i Berberi Mares. A Sidney, un autore inglese, dichiarò che il berbero aveva creato il purosangue inglese così come l’arabo. Il colonnello Eblé, del Cadre Noir, trovò dei berberi e degli arabi nel pedigree di Eclipse, leggendario purosangue inglese. Gli inglesi seguirono l’avviso del duca di Newcastlle che scrisse nel 1667: “inoltre vi consiglio il berbero che, a mio avviso, è il migliore per fare dei cavalli da corsa e da velocità”. Tutte queste descrizioni e citazioni del cavallo berbero, disegnavano in maniera unanime lo stesso modello: piuttosto piccolo, fine, rapido, resistente, membra secche, temperamento piuttosto freddo: un corridore di mezzo fondo. Poi arrivarono i secoli XVIII° e XIX° e con loro la selezione metodica delle specie domestiche in Europa e la stagnazione e/o il declino della rive sud del Mediterraneo e dei suoi cavalli; non si parlerà più del cavallo berbero se non per la sua rusticità. La guerra di Crimea e poi la Prima Guerra Mondiale (battaglia di Uskub) riporteranno brevemente agli onori i berberi nel microcosmo dei cavalieri militari. Nel XX° secolo, la modernità rivolterà le società maghrebine e il ruolo del cavallo ne risentirà: da cavalcature utilitarie per la guerra, la razzia, il viaggio, diventeranno nella migliore delle ipotesi una cavalcatura di prestigio, al peggio un cavallo da carretto.
Verso un modello da parata
Per una montatura da parata, la funzionalità è secondaria; il cavaliere non ha più bisogno di un atleta ma vuole semplicemente mostrare la sua ricchezza. Per questo motivo deve possedere un cavallo grande, quasi obeso. Le foto datanti la fine del XIX° secolo e l’inizio del XX°mostrano un cavallo totalmente diverso dal cavallo di Fantasia d’oggi. Si passo’ da un altezza di 1,50 mt al garrese a 1,60 o 1,70 mt, il peso di conseguenza aumento’ a causa di membra appesantite. Si passò da un maratoneta ad un lottatore di sumo in una cinquantina di anni. Con quali mezzi? L’alimentazione? Sicuramente ha giocato un ruolo importante. La disponibilità alimentare non ha mai cessato di migliorare permettendo un vero surplus al cavallo da Fantasia e dal regime orzo-paglia-fieno si sono aggiunti la polpa di barbabietola, il grano, la soia. La selezione dei riproduttori ha ugualmente giocato un ruolo. Ma la selezione e l’alimentazione non possono essere le sole a spiegare un tale cambiamento. Un altro fattore è interventuo: l’incrocio con delle razze straniere, quindi razze da traino. Questo spiega quello che si incontra oggi sui cavalli da Fantasia che presentano membra e incollature tipiche del Percheron. Gli stalloni da traino bretoni sono stati largamente utilizzati; altri cavalli, spagnoli, portoghesi, frisoni, hanno partecipato a questa diversità.
Il cavallo da Fantasia, una nuova razza
Questi incroci non sono discutibili. Numerose razze sono nate da tali melting-pots, anarchici in principio, poi armonizzati e codificati. Il cavallo da Fantasia corrisponde ad un bisogno, ad un mercato, che lo hanno creato empiricamente e una nuova razza equina sta nascendo. La domanda che ci si pone è quella relativa alla sua identità. Il cavallo da Fantasia non era un berbero, che nome dunque donare a questo colosso? Regolarmente, durante le procedure di iscrizione al titolo iniziale, si produce un dilemma: qualche descrizione presentata è inclassificabile. La commissione puo’ allora attribuire sia un documento di berbero sia quello di arabo-berbero (e procedere ad una iscrizione a titolo iniziale nello stud-book) oppure un documento di RNC ovvero Razza Non Conosciuta. Ovvio che il documento di RNC è mal accettato dal proprietario che desidera uno status corrispondente al valore di mercato del cavallo allevato e al suo prestigio tra gli addetti ai lavori della Fantasia.
L’alternativa è quindi semplice :
A) iscrivere un cavallo come berbero quando non lo è
B) ghettizzare un magnifico cavallo da Fantasia nel ghetto dei RNC, cosa inaccettabile per i suoi proprietari
C) è possibile creare una terza via per uscire dall’impasse, quella di elaborare un nuovo standard e l’apertura di uno stud-book per accettare un fatto compiuto: la creazione di una nuova razza che si chiamerà cavallo da Fantasia ( o di Thourida) marocchino o un altra denominazione da determinare. In questo modo il cavallo da Fantasia potrà continuare ad espandersi conformemente ai gusti in vigore di questa disciplina e il “vero” berbero potrà ritornare al suo piccolo formato autentico e alla sua vocazione di sempre: la resistenza.
Avvenire del berbero
I risultati onorabili del berbero nelle corse di endurance confermano la sua reputazione. C’è una opportunità per migliaia di cavalli berberi o arabi-berberi, che si trovano oggi non sul terreno delle Fantasie ma tra le merci dei carretti urbani e rurali. E’ a partire da questi cavalli, chiamati in modo peggiorativo keïdars che si potrà ricreare la razza berbera attorno alla sua prima vocazione: la corsa di resistenza o endurance. La funzione crea l’organo. E crea anche le razze. Il berbero è stato creato per la caccia, la corsa e la guerra di movimento. Sta sparendo in seguito all’annullamento delle sue funzioni e, destino beffardo, un altra razza equina sta comparendo, creata esclusivamente per la Fantasia. Questa razza ha un lontano rapporto con il berbero e per il loro bene queste due razze devono essere nettamente distinte e separate, su basi scientifiche e storiche perchè ognuna possa svilupparsi nel proprio spazio, seguendo la sua propria vocazione.
Il Sahel, un altro vivaio della razza
Il berbero e i suoi prossimi discendenti non si trovano esclusivamente nel gruppo delle razze nord-africane o, sotto forma ingrandita, sulle rive nord del Mediterraneo. In effetti, se gli scambi e i conflitti trans-mediterranei hanno largamente contribuito all’irradiamento del berbero, non bisogna dimenticare gli scambi trans-sahariani, non meno importanti. Stabiliscono di fatto l’ancoramento africano del berbero e spiegano la loro presenza in Mali, in Mauritania, nel Niger, tra le popolazione equine inventariate dai veterinari dell’ex Sudan francese sotto il nome di berbero del Sahel e berbero Dongolaws. Le condizioni assai estreme della rive sud del Sahara hanno conservato nel berbero saheliano il suo piccolo formato e le sue qualità mantenendolo puro da tutti gli incroci con le razze europee che nel XX° secolo si diffusero nel Maghreb. Questa evidenza, meriterebbe uno studio sui marcatori genetici del cavallo berbero iniziato in Marocco, tenendo in considerazione anche qualche migliaio di soggetti conservati presso le tribù soninke, mauri, haoussa, toubous; queste popolazioni rappresentano una riserva di geni per la rigenerazione del cavallo berbero e l’importazione di qualche riproduttore dal Sahel, rispettando tutte le norme sanitarie in vigore, equivarrebbe ad un viaggio verso il XVIII° secolo, alle radici del cavallo berbero.
La principessa Ruspoli, gli Sloughi e Marrakech.
Nata a Roma, la principessa Francesca Ruspoli si sentiva italiana ma cosmopolita. Dichiarava: “Sono irlandese e americana da parte delle mie nonne, austriaca, inglese e italiana dai miei genitori“. Questo mix di sangue colava letteralmente in lei facendola diventare una cittadina del mondo che ha però sempre vissuto in Italia, in Francia, in Svizzera e in Inghilterra, salvo poi fermarsi definitivamente davanti alla sua Marrakech, dove ci arrivò per caso, alla ricerca del sole. Con suo figlio Giancarlo Rocco di Torre Padula, nato dal suo primo matrimonio, si installò al Mamounia. “Passavo le mie giornate al sole, uscivo raramente per visitare la città e i suoi dintorni“, raccontava la principessa. Dopo qualche tempo fu sedotta dalla favolosa valle di Ourika, dove sui figlio trovò per lei una proprietà e, entusiasta, gli propose di acquisirla. Dopo la sorpresa iniziale la principessa accettò la proposta iniziando nel ottobre 1970 la costruzione della sua futura dimora, su di un terreno situato a 1.000 mt di altitudine, in un oliveto con 4.000 alberi circondato dalle montagne dell’Atlas, le più alte del nord Africa. La principessa stabilì le linee guida della casa aiutata da un capo cantiere della Martinica, Monsieur Virapin. I lavori durarono due anni e mezzo e fu necessario installare l’acqua potabile e l’elettricità, inesistenti. Tonnellate di terra furono trasportate sul sito per rassemblare e livellare tutta la superficie della casa su di una profondità di oltre un metro e mezzo, dopo aver scoperto l’argilla a due metri e mezzo di profondità. Avendo sempre preferito la campagna alla città, Francesca Ruspoli volle la sua “maison” semplice, calda e rustica, privilegiando ambienti spaziosi dove la luce e lo spazio, la texture e il colore, la forma e le linee, fossero privilegiate. Tutti i mobili inseriti ebbero un impronta naturale e funzionale, scaturiti dalle mani di artigiani marrakchis. Basti pensare che la tavola in cedro della sala da pranzo, con un diametro di oltre tre metri, richiedette la costruzione di una colonna in cemento armato per posizionarla. Immense le camere e stravagante è il dressing simile ad una tenda caïdale dove la proprietaria inserì le sue eleganti toilettes principesche, preferendo di gran lunga jeans ed espadrilles.
Una ventina di domestici e giardinieri sono serviti per la manutenzione del dominio dove sono state impiantati oltre mille alberi da frutto, cinquemila piante di rose e centinaia di alberi della Giudea. Nel momento in cui la villa divenne abitabile, spinta dall’amore smisurato per gli animali (i cani in particolare), decise di consacrare la sua vita alla salvaguardia dello Sloughi, il levriero del deserto, in quell’epoca minacciato realmente di estinzione, incrociato con cani non puri, i barhouchs. Giorni e notti (siamo nei primi anni ’70), con tutta una equipe a sua disposizione, attraversò con la sua Land Rover le piste desolate e splendide del sud marocchino, alla ricerca degli ultimi sloughi che portò nella sua casa, iniziando un esclusivo allevamento. Aiutata da esperti, determinò le origini e i pedigree degli sloughi che non erano ancora stati stabiliti; un lavoro enorme (che neppure i francesi colonizzatori per decine di anni NON fecero mai) che riuscì a salvaguardare la razza, tanto che ancora oggi si parla di lei in Marocco a riguardo degli sloughi. Della sua crociata conservò sino alla sua morte una collezione di immagini, collari e guinzagli d’epoca, oltre ai tanti trofei vinti dai suoi sloughi. Visse gli ultimi anni della sua vita con i suoi amati levrieri arabi, curando il giardino, leggendo e tricottando indumenti per i bambini dei suoi dipendenti e ricevette solo i pochi intimi. “Mi sento marocchina, e quando sono obbligata, una volta all’anno, a ritornare a Londra, non ho che un desiderio, quello di rientrare a casa, in Marocco“. Si spense nei primi anni ’90 lasciando le sue esperienze cinofile e i suoi cani all’amico veterinario marocchino Ali Miguil, grande conoscitore dello sloughi.


Angelina Jolie in Marocco
L’attrice americana Angelina Jolie, girerà il suo nuovo film in Marocco, sotto la direzione del regista americano Ridley Scott. Il film sarà realizzato nelle regioni sud del reame marocchino. Il film racconta la storia di Gertrude Bell, braccio destro di Lawrence d’Arabia, e descrive le avventure di questa pioniera inglese nel mondo arabo, dove realizzò le frontiere della Giordania e dell’Irak con il mitico avventuriero. La scenografia, firmata da Jeffrey Caine, descrive un ritratto dei più completi su questa donna che collaborò all’inizio del XX° secolo con i servizi inglesi prima di sostenere la rivolta araba contro l’impero Ottomanno. Anche l’attrice americana Sigourney Weawer sta girando in Marocco, precisamente a Ouarzazate, un sequel di Alien sempre con il regista Ridley Scott, oramai un aficionados degli studios open air marocchini.
Il Marocco turistico in pole position
SAR Mohammed VI, accompagnato da SAR Principe Moulay Rachid e SA Sceicco Hamad Bin Khalifa Al-Thani, Emiro di Stato del Qatar, SA Sceicco Mohamed Bin Zayed Al-Nahyan, Principe ereditario di Abou-Dhabi, capo di Stato Maggiore aggiunto delle forze armate degli emirati, e lo Sceicco Mustapha Jassem Al-Chamali, ministro delle Finanze rappresentante dello Stato del Kuwait, hanno presieduto a Rabat alla cerimonia della firma per un accordo di patnerariato che porterà alla creazione dell’Autorità di Investimenti turistici in Marocco (Wessal Capital). In questa occasione, il Direttore generale del Fondo marocchino per lo sviluppo turistico, M. Tarik Senhaji, ha presentato un documento sul patnerariato nel settore turistico tra il Marocco e gli Stati del Qatar, Kuwait e degli Emirati Arabi. Il direttore generale del Fondo ha sottolineato che il settore turistico ha operato un salto di qualità durante questi ultimi decenni grazie all’ambiziosa strategia dello sviluppo turistico “Vision 2010”, lanciato sotto l’impulso di SAR Mohammed VI. Il settore turistico contribuisce annualmente ad innalzare il PIL di 10 punti nel reame marocchino, con un tasso di crescita annuale di 12 punti percentuale sugli ultimi dieci anni, attestando a dieci milioni i turisti presenti annualmente sul territorio. Al termine della cerimonia si è proceduto alla firma di un accordo che porterà alla creazione dell’Autorità marocchina per l’investimento turistico, con Salahedine Mezouar, ministro uscente dell’Economia e della Finanza, Abdelouhed Kabbaj, presidente del direttorio del Fondo Hassan II per lo sviluppo economico e sociale, Ahmed Mohamed Al-Sayed, presidente esecutivo della Qatar Holding, Khaden Abdallah Al-Qubaissi, presidente del CDA della società “Aabar” per l’investimento (Abou Dhabi) e Badr Al-Ojail, presidente del CDA del Fondo di investimenti Al-Ajil. SAR Mohammed VI, accompagnato da SAR Principe Moulay Rachid e l’Emiro dello Stato del Qatar, il principe erede di Abou Dhabi e il ministro kuweitano delle Finanze, hanno visionato i due faraonici progetti di sviluppo turistico che si stanno realizzando a Ouarzazate (studios cinematografici open air più grandi nel mondo) e sulle vette dell’ Oukaimdem (oltre i 3.000 mt altitudine). Il primo progetto porta alla costruzione di una stazione a vocazione cnematografica comprendente un insieme di stabilimenti hôteliers, residenze e studios, un museo del cinema e un centro di attività cinematografiche con un campo internazionale di golf. Il secondo progetto prevede la realizzazione di una stazione di sport invernali ad un ora da Marrakech, che comprende diversi hôtels, una medina, un centro di conferenze, un complesso cinematografico, alcuni ristoranti, campi da golf (ad oltre 3.000 mt di altitudine) e residenze turistiche. Ha preso parte alla cerimonia il capo del governo uscente, Abbas El Fassi (Partito Istiqal), alcuni membri del governo oltre a diversi rappresentanti del mondo della finanza e dell’economia del Marocco e del Golfo Arabo.
“Il Despota è morto, La Libia è Libera!”
Vi ripropongo (riaprendo i posts), considerato il momento storico, una serie di informazioni estrapolate da diversi giornali arabofoni, per coprire alcune lacune della stampa internazionale che si è limitata a sparare nelle prime pagine enormi foto e video del corpo di Khadafi martoriato e offeso, issato su di un pick-up come un trofeo di caccia, tribale. Questo epilogo è da condannare, senza se e senza ma, per un rispetto dell’Essere Umano, anche se questo essere umano ha commesso le più atroci nefandezze contro il suo popolo (e non solo). Un tribunale internazionale avrebbe dovuto giudicare e condannare i suoi misfatti, non con un colpo alla testa, segnale di una giustizia sommaria e di una anarchia che non combacia con la parola democrazia. Solo così la credibilità di questi uomini si sarebbe potuta salvare. Ma purtroppo è andata diversamente: violenza chiede violenza. Mi domando se questi sono i presupposti per un futuro democratico di un paese. Ho dei dubbi ma spero di sbagliarmi.

”Il despota è morto, la Libia è libera“, ha gridato ieri un cameriere di un hotel a Tripoli, gli occhi fissi sulla televisione che diffondeva una foto del leader libico Mouammar Kadhafi coperto di sangue. “Non credo ai miei occhi. E’ finita, è finita..Allah Akbar. Venite a vedere ! E’ lui! ”, ripeteva ai suoi colleghi di lavoro. Fuori, i combattenti partigiani della nuova Libia festeggiavano la notizia a loro modo, sparando in aria con diversi tipi di armamenti, dai kalachnikov all’artiglieria pesante. L’interdizione delle autorità di Tripoli a questi scoppi d’arma da fuoco (di gioia) è saltata. Molte automobili che circolavano ieri a Tripoli annunciavano con i megafoni che gli spari di gioia erano “haram” (proibiti dall’Islam), secondo una recente fatwa pronunciata da Sadok Ghariani, un dignitario religioso molto rispettato dai tripolini. “Non ci credo ancora. Devo vedere qualche video”, gridava un uomo armato che era stato al fronte, nella città di Ben Walid, uno dei bastioni roccaforte di Khadafi, liberata lunedì scorso. “Sono molto contento che è morto. Poteva da vivo rappresentare ancora un grosso pericolo per la Libia”, ha dichiarato Anis, un autista di 20 anni, ad un giornalista dell’AFP. “Adesso dobbiamo trovare Seif Al-Islam, uno dei figli di Khadafi, ricercato dalla giustizia internazionale e che ha avuto un ruolo importante nella repressione omicida della rivolta libica”, aggiunge il ragazzo. Sulla piazza dei Martiri, ex piazza Verde, migliaia di tripolini si sono riuniti, sventolando la bandiera della nuova Libia, dai colori rosso, nero e verde. A Zaltan, (140 km da Tripoli), alcuni manifestanti isterici hanno letteralmente “rapito” un giornalista dell’AFP dalla sua vettura quando hanno appreso che era francese, per portarlo in trionfo sulle loro spalle in mezzo ai colpi dei mitragliatori puntati verso l’alto, urlando “Grazie alla Francia!, grazie a Sarkozy!”. Ovunque i “thowar” (combattenti rivoluzionari) distribuivano cibarie alle auto che attraversavano i ceck-points. Altri hanno dato vita ad uno spettacolo pirotecnico che ha illuminato la notte di Tripoli. A Zoura (120 km ad ovest di Tripoli) impossibile è stato parlarsi a causa dei kalachnikov e dei cannoni antiaerei che sparavano ovunque. La strada costiera che porta alla capitale è stata bloccata da un ingorgo pauroso verso le 22.00 di ieri sera, ingorgo che inutilmente i thowar hanno cercato di far defluire. Si sono riviste le donne, a centinaia, che hanno sflilato con le bandiere della nuova Libia, per mano i loro bambini, scandendo slogans del tipo: “Tu sei finito Khadafi!”, mentre gli uomini scaricavano le loro armi verso il cielo. La stessa isteria regnava a Sabratha (70 km ad ovest della capitale) e nei viali della capitale. “Khadafi è morto! Questo cane ha distrutto la mia vita, ma ho vissuto sino ad oggi per vedere la sua fine! Allah Akbar!”, urlava un anziano con la barba grigia sino al momento dell’arrivo di un camion carico di giovani che suuonavano tamburi, coprendo la sua voce rauca dalla sforzo. Mohammed, 24 anni, dichiara la sua speranza nelle forze politiche che dovranno velocemente mettersi d’accordo sul futuro della Libia, nel momento in cui tante voci si rincorrono su un eventuale lotta al potere tra le tribù, regioni e tra gli islamisti radicali (salafisti) e i liberali. Più ottimista Afa, un insegnante, che dichiara: “I libici hanno una grande speranza nell’avvenire. È in atto un cambiamento e il domani sarà sicuramente migliore. Un sentimento di libertà attraversa il paese e tutti criticano tutto. È normale che ci siano delle differenze!”.
Credits: AFP – AufaitMaroc-
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