Il Cavallo Berbero: cavallo mitico o mito equino?

Ho tradotto questo interessante articolo dell’amico Yassine Jamali (troverete un altro post su di lui e i suoi Sloughi, binomio perfetto) apparso sulle pagine del prestigioso quotidiano L’Economiste che parla del cavallo berbero. Un articolo specialistico e d’autore in quanto il Dott. Jamali alleva con successo cavalli arabo-berberi oltre agli Sloughi.

Razza emblematica dell’Africa del nord, il cavallo berbero gode sin dall’antichità di una eccezionale nomea. Struttura adatta alla guerra, alla caccia, alla corsa, il berbero si è rivelato come una eccellente razza per il miglioramento di tutte le popolazioni equine con cui è stato incrociato. Si ritrovano delle origini berbere in quasi tutte le razze di cavalli da sport e in qualche razza da traino. Curiosamente, questa influenza è poco rivendicata come quella del purosangue arabo.

Standard e stud-book: Referenze e stato civile

Dopo aver conosciuto quasi l’estinzione, il cavallo berbero ha ripreso vita e dovrà trovare un immagine e uno sbocco. Creare o ricreare una razza consiste nell’elaborare il suo standard (descrizione delle sue caratteristiche morfologiche). Lo standard deve servire come referenza per decidere quali individui appartengono a questa razza e quali sono più conformi al modello ideale. Poi arriva lo stud-book: si tratta di una sorta di stato civile dove sono iscritti da un lato i cavalli scelti sulla base della loro apparenza, dall’altro i puledri nati da cavalli già iscritti. Uno standard non è però una verità imprescindibile. La sua elaborazione è il frutto di una riflessione collegiale che sfocia in un consenso, riflette delle opinioni dei coredattori e delle idee che si trasmettono su di una razza. Questo pone un quesito: da dove deriva il nome berbero? Il berbero è una razza di cavalli dell’Africa del nord; la descrizione della sua morfologia e delle  sue qualità è rimasta praticamente invariata da oltre 2.000 anni e una delle più antiche menzioni risale al 168 A.C. e in questo scritto si ricorda la vittoria di alcuni cavalli del re numide Mastranabal. Un primo apporto di sangue berbero ai cavalli inglesi ha luogo verso il 70 D.C. quando l’imperatore romano Settimo Severo decise di importare degli stalloni berberi in Gran Bretagna.  Un secolo dopo, Oppio descrive i cavalli di Mauritania (attuale Marocco e Algeria) come i più resistenti e i più forti di tutto l’impero romano. Più significativo ancora, M’rou’ou l’Qays, uno dei più celebri poeti ante-islam; in un suo scritto  sfida un rivale in una corsa dove cavalca un cavallo berbero comparando il berbero al cavallo arabo della penisola arabica. Secoli dopo, gli arabo-andulusi Ibn el Awwam e Ibn Hodaï descrivono il cavallo ideale insistendo sulla finezza dei tessuti, la qualità delle membra, l’attaccatura del collo, l’attitudine alla velocità e alla resistenza. Solleysel e La Guérinière, grandi cavallerizzi della corte di Francia nel XV° e XVI° secolo compareranno il cavallo berbero al cavallo andaluso. Il berbero fu da loro descritto come più piccolo, più rapido e più resistente dell’andaluso; il suo temperamento più freddo e la sua immagine meno elegante. Prima di quell’epoca, il berbero e l’andaluso iniziarono a divergere; l’andaluso guadagnava in taglia e in potenza dopo l’apporto di sangue nordico e napoletano per soddisfare la moda del “pesante” arrivata dall’Italia. Questi incroci, e la fine dell’infusione di sangue berbero in seguito alla Reconquista portarono a quello che i due autori spagnoli Cabrera e Castejon chiamarono “il declino dell’andaluso”. Questa evoluzione verso un modello da parata ci ricorda quello del cavallo da Fantasia dei nostri giorni. Nel 1665, Luigi XIV° scelse ufficialmente il cavallo berbero come la sola razza di stalloni per la riproduzione dei cavalli da sella. Tuttavia, la fama del berbero non è strettamente legato alla sua discendenza andalusa nè  alla sua produzione francese.

L’ancestro del purosangue inglese

È  in Inghilterra, nel XVI° secolo, che il cavallo berbero conobbe il suo apogeo. Dopo l’Antichità, alcuni riproduttori dell’Africa del Nord, in diverse riprese, contribuirono  a migliorare l’allevamento britannico.  Verso il XII° secolo, le corse dei cavalli divennero uno sport estremamente popolare in Inghilterra che venne regolamentato nel 1603; da allora, i cavalli del Maghreb e del Machreq (attuale penisola arabica) furono ricercati per produrre dei cavalli da corsa. Diverse missioni furono inviate in Arabia, in Turchia e nel Maghreb per cercare di costituire due nuclei: i Royal Mares e i Berberi Mares. A Sidney, un autore inglese, dichiarò che il berbero aveva creato il purosangue inglese così come l’arabo. Il colonnello Eblé, del Cadre Noir, trovò dei berberi e degli arabi nel pedigree di Eclipse, leggendario purosangue inglese. Gli inglesi seguirono l’avviso del duca di Newcastlle che scrisse nel 1667: “inoltre vi consiglio il berbero che, a mio avviso, è il migliore per fare dei cavalli da corsa e da velocità”.  Tutte queste descrizioni e citazioni del cavallo berbero, disegnavano in maniera unanime lo stesso modello: piuttosto piccolo, fine, rapido, resistente, membra secche, temperamento piuttosto freddo: un corridore di mezzo fondo. Poi arrivarono i secoli XVIII° e XIX°  e con loro la selezione metodica delle specie domestiche in Europa e la stagnazione e/o il declino della rive sud del Mediterraneo e dei suoi cavalli; non si parlerà più del cavallo berbero se non per la sua rusticità. La guerra di Crimea e poi la Prima Guerra Mondiale (battaglia di Uskub) riporteranno brevemente agli onori i berberi nel microcosmo dei cavalieri militari.  Nel XX° secolo, la modernità rivolterà le società maghrebine e il ruolo del cavallo ne risentirà: da cavalcature utilitarie per la guerra, la razzia, il viaggio, diventeranno nella migliore delle ipotesi una cavalcatura di prestigio, al peggio un cavallo da carretto.

Verso un modello da parata

Per una montatura da parata, la funzionalità è secondaria; il cavaliere non ha più bisogno di un atleta ma vuole semplicemente mostrare la sua ricchezza. Per questo motivo deve possedere un cavallo grande, quasi obeso. Le foto datanti la fine del XIX° secolo e l’inizio del XX°mostrano un cavallo totalmente diverso dal cavallo di Fantasia d’oggi. Si passo’ da un altezza di 1,50 mt al garrese a 1,60 o 1,70 mt, il peso di conseguenza aumento’ a causa di membra appesantite. Si passò da un maratoneta ad un lottatore di sumo in una cinquantina di anni. Con quali mezzi? L’alimentazione? Sicuramente ha giocato un ruolo importante. La disponibilità alimentare non ha mai cessato di migliorare permettendo un vero surplus al cavallo da Fantasia e dal regime orzo-paglia-fieno si sono aggiunti la polpa di barbabietola, il grano, la soia. La selezione dei riproduttori ha ugualmente giocato un ruolo.  Ma la selezione e l’alimentazione non possono essere le sole a spiegare un tale cambiamento. Un altro fattore è interventuo: l’incrocio con delle razze straniere, quindi razze da traino. Questo spiega quello che si incontra oggi sui cavalli da Fantasia che presentano membra e incollature tipiche del Percheron. Gli stalloni da traino bretoni sono stati largamente utilizzati; altri cavalli, spagnoli, portoghesi, frisoni, hanno partecipato a questa diversità.

Il cavallo da Fantasia, una nuova razza

Questi incroci non sono discutibili. Numerose razze sono nate da tali melting-pots, anarchici in principio, poi armonizzati e codificati. Il cavallo da Fantasia corrisponde ad un bisogno, ad un mercato, che lo hanno creato empiricamente e una nuova razza equina sta nascendo. La domanda che ci si pone è quella relativa alla sua identità. Il cavallo da Fantasia non era un berbero, che nome dunque donare a questo colosso? Regolarmente, durante le procedure di iscrizione al titolo iniziale, si produce un dilemma: qualche descrizione  presentata è inclassificabile. La commissione puo’ allora attribuire  sia un documento di berbero sia quello di arabo-berbero (e procedere ad una iscrizione a titolo iniziale nello stud-book) oppure un documento di RNC ovvero Razza Non Conosciuta. Ovvio che il documento di RNC è mal accettato dal proprietario che desidera uno status corrispondente al valore di mercato  del cavallo allevato e al suo prestigio tra gli addetti ai lavori della Fantasia.

L’alternativa è quindi semplice :

A)     iscrivere un cavallo come berbero quando non lo è

B)      ghettizzare un magnifico cavallo da Fantasia nel ghetto dei RNC, cosa inaccettabile per i suoi proprietari

C)      è possibile creare una terza via per uscire dall’impasse, quella di elaborare un nuovo standard e l’apertura di uno stud-book per accettare  un fatto compiuto: la creazione di una nuova razza che si chiamerà cavallo da Fantasia ( o di Thourida) marocchino o un altra denominazione da determinare. In questo modo il cavallo da Fantasia potrà continuare ad espandersi conformemente ai gusti in vigore di questa disciplina e il “vero” berbero potrà ritornare al suo piccolo formato autentico e alla sua vocazione di sempre: la resistenza.

Avvenire del berbero

I risultati onorabili del berbero nelle corse di endurance confermano la sua reputazione. C’è una opportunità per migliaia di cavalli berberi o arabi-berberi, che si trovano oggi non sul terreno delle Fantasie ma tra le merci dei carretti urbani e rurali. E’ a partire da questi cavalli, chiamati in modo peggiorativo keïdars che si potrà ricreare la razza berbera attorno alla sua prima vocazione: la corsa di resistenza o endurance. La funzione crea l’organo. E crea anche le razze. Il berbero è stato creato per la caccia, la corsa e la guerra di movimento. Sta sparendo in seguito all’annullamento delle sue funzioni e, destino beffardo, un altra razza equina sta comparendo, creata esclusivamente per la Fantasia. Questa razza ha un lontano rapporto con il berbero e per il loro bene queste due razze devono essere nettamente distinte e separate, su basi scientifiche e storiche perchè ognuna possa svilupparsi nel proprio spazio, seguendo la sua propria vocazione.

Il Sahel, un altro vivaio della razza

Il berbero e i suoi prossimi discendenti non si trovano esclusivamente nel gruppo delle razze nord-africane o, sotto forma ingrandita, sulle rive nord del Mediterraneo. In effetti, se gli scambi e i conflitti trans-mediterranei hanno largamente contribuito all’irradiamento del berbero, non bisogna dimenticare gli scambi trans-sahariani, non meno importanti. Stabiliscono di fatto l’ancoramento africano del berbero e spiegano la loro presenza in Mali, in Mauritania, nel Niger, tra le popolazione equine inventariate dai veterinari dell’ex Sudan francese sotto il nome di berbero del Sahel e berbero Dongolaws.   Le condizioni assai estreme della rive sud del Sahara hanno conservato nel berbero saheliano  il suo piccolo formato e le sue qualità mantenendolo puro da tutti gli incroci con le razze europee che nel XX° secolo si diffusero nel Maghreb. Questa evidenza, meriterebbe uno studio sui marcatori genetici del cavallo berbero iniziato in Marocco, tenendo in considerazione anche qualche migliaio di soggetti conservati presso le tribù soninke, mauri, haoussa, toubous; queste popolazioni rappresentano una riserva di geni per la rigenerazione del cavallo berbero e l’importazione di qualche riproduttore dal Sahel, rispettando tutte le norme sanitarie in vigore, equivarrebbe ad un viaggio verso il XVIII° secolo, alle radici del cavallo berbero.

Cavalli..reali.

Due cavalli appartenenti a SAR Mohammed VI parteciperanno al Salone Internazionale dell’Agricoltura a Parigi. Quintus e Rivulus vivono nella residenza del sovrano nell’Oise, a nord, della capitale. Secondo alcune fonti locali, i due cavalli hanno diritto ad un attenzione particolare da parte del loro reale proprietario, che si reca a fargli vista almeno una volta all’anno. I cavalli vengono curati, montati, e fatti lavorare al tiro”, ha spiegato alla stampa un dipendente della residenza  reale nell’Esagono.

Il cavallo berbero, dal Maghreb nell’Occidente.

L’avvenire del cavallo berbero è assicurato, ha sottolineato  oggi il giornalista Jean-Louis Gouraud, enciclopedista del cavallo e dell’equitazione. Gouraud ha animato una conferenza dal titolo:” Le sette vite del cavallo arabo“, nel quadro delle conferenze scientifiche al Salone del Cavallo di El Jadida, ribadendo che dopo anni di declino il cavallo berbero è oggi in buona salute nel Marocco e ovunque nel mondo. In Marocco l’allevamento del cavallo berbero costituisce un obiettivo prioritario nel programma di sviluppo dell’allevamento equino nazionale, ha indicato l’esperto francese, sottolineando che questa volontà del Reame per preservare questa razza oltrepassa le frontiere perchè il Marocco, ha ribadito, ha offerto in questi ultimi anni alle Haras nazionali francesi uno stallone  di razza berbera, per sostituire un altro cavallo della stessa razza, offerto dall’Algeria e deceduto ultimamente.  La storia del cavallo berbero è antica ed è originaria dell‘Africa del nord, su di un territorio che si estende dalla Libia al Marocco. E tradizionalmente associato al popolo berbero del Maghreb. Questo cavallo, è stato stabilito da alcuni ricercatori in Algeria, ha avuto origine circa 4.000 anni fa. In tutti i casi, in Africa del nord, il cavallo è parte integrante della vita degli uomini, in tutta la sua storia. Il cavallo berbero è una razza pura e autoctona del Maghreb (Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia e Libia). Queste conferme sono basate su degli studi paleontologici e su analisi di DNA e questa origine è rafforzata dalle incisioni, pitture rupestri e da alcuni monumenti che esistono sul suolo africano del nord, dalla Libia al Marocco. Queste iscrizioni rappresentano l’addomesticamento di cavalli aventi le caratteristiche morfologiche del cavallo berbero attuale. Il cavallo berbero è allevato dall’antichità per la caccia, la guerra, le parate e il lavoro ed è compagno da sempre dei nomadi e degli allevatori dell’Atlas e degli alti plateaux montagnosi del Marocco. Questo cavallo venne menzionato già ai tempi dei romani come cavallo della Barbaria. Un gran numero di loro vennero importati  in Europa a partire dal VII° secolo dove diventarono cavalli da guerra, specialmente in Gran Bretagna. Il cavallo berbero ha influenzato numerose razze nel mondo come la razza spagnola e i suoi vicini, i lusitani, cosi come i Criollo argentini e i Mustang, discendenti dei cavalli berberi e iberici ritornati allo stato selvaggio. Uno stallone, si presume berbero, Godolphin Arabian, fece parte dei tre stalloni fondatori della razza purosangue inglese. Ci sono diversi tipi di cavalli berberi secondo la zona di origine,  ma in comune tutti hanno la testa allungata, profilo robusto, orecchie medie. Le membra sono secche ma solide, le spalle piatte e i piedi sono forti. La coda è piazzata bassa su di una groppa avvallata e le crine sono abbondanti. L’altezza  di questo cavallo antico è all’incira di 1,55 al garrese. La particolarità di questo cavallo e che possiede 5 vertebre lombari anzichè sei. Questa è una qualità che si sta cercando di mantenere nella razza e i veterinari osteopatologisti precisano che i lombi sono il punto fragile della colonna vertebrale degli equini perchè sono i soli che fluttuano come un ponte sospeso tenuti solo dai muscoli. Avere cinque vertebre lombari defatiga i muscoli sospensori. Questa particolarità spiegherebbe la resistenza che si riconosce al cavallo berbero senza peraltro limitare la dolcezza della sua cavalcata. Il berbero è un cavallo docile e rustico con grandi polivalenze. Nella resistenza ottiene dei risultati eccezionali. La sua velocità è attestata dalla scelta di questa razza per creare cavalli da corsa più veloci, come il purosangue inglese ed è quindi un cavallo che unisce resistenza e velocità, ideale per tutti gli sports equestri. Se attualmente, in Africa del nord, il cavallo berbero resta associato  a delle attività culturali come la Fantasia, queste qualità fanno di lui il cavallo ideale per numerose attività sportive moderne come il dressage, l’apprendistato dell’equitazione, l’endurance, il polo, i circuiti equestri turistici ecc.. Essendo di una dolcezza incontestabile necessità di un facile dressage e possiede tutte le attitudini che non chiedono altro di essere sviluppate come la sobrietà, la rusticità, la resistenza, la dolcezza, la pazienza, l’agilità e il fatto di essere infaticabile. Possiede inoltre, memore di antichi passati, una resistenza alle intemperie, alla fame e alle privazioni, a dir poco rara in un cavallo. Una celebre   frase su questo nobile cavallo antico dice: “Sente la fame, sente la sete, sente il freddo e  soffre per il caldo, ma non è mai stanco !“. Questo è il cavallo berbero.

 

 

 

 

 

 

 

Leggi anche: Il Cavallo Arabo

Fantasia, cavalli e cavalieri.

Il termine “Fantasia” ha origini europee o latine e significa divertimento, creare immagini reali o irreali.  Entra nel linguaggio corrente o popolare marocchino (darija) e prende il senso di “ostentazione“;  in effetti, nel corso della Fantasia, le tribù marocchine aggiunsero, secondo le regioni, dei tocchi personali come i giochi con i fucili, acrobati, abbigliamento dai colori vivi e bardature dei cavalli importanti. Tutti questi tocchi, giudicati osé dal pubblico marocchino, fecero entrare il termine Fantasia nel dialetto per qualificare una persona ostentata, esibizionista o insolente. Ad ogni buon conto la Fantasia designa le differenti forme di manifestazioni equestri che ebbero origini dai berberi e risalgono ai cavalieri numidi, e sono visibili in diverse Regioni dell’Africa del nord. Gli europei utilizzarono il termine per la prima volta quando designarono i gruppi di cavalieri marocchini muniti di fucili, che scoprirono durante i l passaggio in Marocco del pittore Dellacroix. L’artista descrisse e dipinse una Fantasia nel 1832, durante una visita a Meknès, città imperiale. Nei suoi diari di viaggio il pittore preciso’ di aver assistito in Marocco a questo tipo di Fantasia anche nella città di Sidi Kacem e a Ksar el Kèbir. Altri pittori orientalisti come Fromentin, Chénier o Loti, in viaggio nel Maghreb, descrissero le Fantasie del Marocco. Tutte le forme di Fantasia hanno come soggetto basilare il cavallo berbero o l’arabo-berbero. Consultando degli archivi militari relativi alla campagna di Napoleone I in Egitto, il Veterinario Azzedine Sedrati, anziano professore all’Istituto Agronomico e Veterinario Hassan II, descrisse un ipotesi arabo-andalusa sulle origini della Fantasia di gruppo: questa condotta in gruppo con tiri di schioppo o di lance abbinata ad una strategia di andata/ritorno trova il suo fondamento nel Corano. I lunghi fucili scuri (mokahla) arrivarono più tardi, si presume all’inizio del XIX° secolo;  in effetti la prima dimostrazione di Fantasia con fucili arriverebbe da Ali ben Hodeil a Mogador (attuale Essaouira) nel 1818. Pare che questa Fantasia sia quella visibile ancora attualmente in Marocco, poichè i cavalieri indossavano già i burnos e utilizzavano i mokahala. La Fantasia di gruppo e di tiri a distanza trae origini da una tecnica marziale d’assalto ereditata dall’Islam ed è tradizionalmente una dimostrazione delle tribù guerriere rurali. La tecnica militare della Fantasia ha dato luogo ad alcuni esercizi militari tribali di tiro all’arco o al giavellotto, prima dell’avvento dei fucili. L’esercizio di carico e di tiro a distanza ad ondate (andata e ritorno) dei cavalieri, trae la sua origine da una tecnica di carica militare usata dai musulmani  e si è allargata a diversi Paesi del Maghreb e sembra anche nel Tchad. In Marocco, paese fortemente agricolo e per lungo tempo tribale (sino alla sua Indipendenza nel 1956), questa dimostrazione spettacolare è diventata una tradizione religiosa: le tribù guerriere l’associarono, con la collaborazione attiva della popolazione maschile e femminile, ai Moussem e alle feste in onore di un santo con cadenza annuale, da secoli. Dal 1818 ad oggi la Fantasia di gruppo con fucile bruno (a polvere nera) è una tradizione inscritta nel patrimonio secolare marocchino. La Fantasia in Marocco continua ad essere con il mokahla e risponde oggi a delle norme, a dei codici precisi e necessita della partecipazione della popolazione; è riduttivo pensare che consiste in una semplice esibizioni di cavalli e cavalieri davanti ad una telecamera. I fucili per esempio, come tutte le armi, hanno dei costi alti e quindi si trasmettono da generazione in generazione. La produzione di questo fucile è strettamente correlata al proseguio di queste manifestazioni e purtroppo si assiste ad un ingresso di fucili europei o cinesi, dai costi decisamenti più bassi, a discapito della tradizione. La Fantasia è organizzata spontaneamente dagli abitanti (principalmente dei semplici agricoltori o dei ricchi proprietari terrieri) e i cavalieri delle tribù devono rendersi onorabili per  potervi partecipare: avere splendide bardature per i loro cavalli ed essere in grado di ritualizzare il mokahala, dimostrando un ottimo sangue freddo (segno di distinzione, educazione e coraggio). La tradizione vuole che i cavalieri e i loro cavalli debbano simulare un assalto militare. Queste corse brevi di cavalli berberi, leggeri e aerei,  riuniti in gruppo, partono al grido di “Hadar l’khayle” (i cavalli sono pronti).  L’inizio della corsa e la sua fine sono dati da un colpo di fucile sparato in aria dai cavalieri all’unisono. Per sincronizzare i tiri ed ascoltare sono una detonazione i cavalieri sono diretti da un capo stimato della tribù, che indica loro il momento esatto del tiro, pronunciando le parole “Hadar Lamkal” (a voi i fucili). Seguono poi gli intensi youyou delle donne (un suono gutturale schioccato con la lingua) che determinerà i vincitori. Ai giorni nostri questa tradizione equestre pacifica va a sottolineare molti punti della storia tumultuosa dell’Impero: le guerre tra le diverse tribù che diedero il potere a diverse dinastie marocchine o le ribellioni contro i colonizzatori spagnoli, portoghesi, ottomani e francesi, dal nord al sud del reame. Questo spiega, in parte, la presenza della Fantasia in numerose regioni del Paese. In questi ultimi anni le autorità marocchine organizzano dei concorsi di Fantasia tra le diverse regioni dove partecipano centinaia di cavalieri. E’ importante segnalare che in alcune tribù marocchine ricche e potenti, come quella dei Chorfa Hadriyines di Sidi Chrif Denoune, le donne sono rappresentate con al seguito numerosi  schiavi, in quanto gli uomini partivano in guerra lontano dalle loro regioni o dai loro villaggi fortificati, lasciando appunto le incombenze agli schiavi per proteggere le donne ed accudirle. Un altra forma di Fantasia è quella relativa ai matrimoni berberi. Personalmente ho assistito ad una di queste e non sono previsti i fucili ma soltanto delle splendide figure acrobatiche su dei cavalli bardati in modo incredibile, con colori spettacolari e finiture in ottone e argento. Al termine dell’esibizione gli sposi a cavallo si mostrano agli abitanti del villaggio distribuendo dolci e tanti sorrisi.

 

CREDITS PHOTOS: © Christian Laheyne – 2008 – tous droits réservés.

 

Sloughi in estinzione

video-179-b250Lo Sloughi, razza canina marocchina minacciata di estinzione nel suo Paese natale, è stata la vedette assoluta del 4° Salone Internazionale dell’Agricoltura (SIAM) che si è chiuso lunedi’ scorso a Meknès. Una grande tenda berbera è stata preparata per accogliere questi splendidi levrieri di cui la loro salvaguardia richiede delle azioni e misure concrete di valorizzazione e di rigenerazione, sia a breve che a lungo termine. Secondo gli specialisti, la popolazione attuale dello Sloughi non oltrepassa le 600 unità ripartite nelle zone di Meknès e dintorni, Layoune e Dakla, Marrakech-Haouz, Benslimane, Taroudante e Agadir. Cane da caccia, da guardia e compagnia, lo sloughi o levriero arabo è prevalentemente presente in Marocco  ed è sempre stato impiegato per la caccia alla lepre e alla gazzella.maroc42 Per la sua allure, la finezza della sua pelle e la secchezza dei suoi muscoli, il suo aspetto generale è quello di un cane molto raffinato e elegante. Per Soujaa Mohamed, presidente dell’Associazione Nazionale marocchina dell’Organizzazione della caccia tradizionale (ANMOCT), lo sloughi, con le sue caratteristiche specifiche, è da considerasi come una delle più importanti razze canine esistenti. Le sue qualità di resistenza e di fedeltà hanno fatto si che questo cane sia un compagno inseparabile dell’uomo nel corso dei secoli.  Con rammarico mi spiega che non esistevano, in tempi andati,  case nelle campagne marocchine  senza sloughi. Soujaa è un vero cinofilo e grande appassionato dello sloughi, gli si legge negli occhi quanto ti parla e ti racconta del suo allevamento. imgp1130Non lesina parole, consigli, e descrive senza enfasi le qualità dello sloughi usando aggettivi come eccellente, attivo, robusto, indipendente, schivo. Di istinto cacciatore, capace di sforzi sostenuti, lo sloughi è anche un buon cane da guardia, ma nell’immaginario collettivo arabo è simbolo assoluto di nobiltà, eleganza e fedeltà. Dopo l’interdizione della caccia con lo sloughi, instaurata con la legge francese del 1844, questa forma di caccia a vista, senza fucile, oggi ripristinata solo per la caccia allo sciacallo e all‘anatra, è stata di gran lunga il fattore di minaccia alla perennità di questa razza. Mohamed spiega che oggi, nell’attesa che questa legge venga interdetta, è urgente e indispensabile di mettere a punto delle misure a favore di questa razza ed è inammissibile che nel paese natale dello sloughi si continui a far appello agli “specialisti” stranieri che non hanno mai avuto contatti diretti con uno sloughi e possano giudicarli. imgp1170E’ indispensabile formare degli esperti marocchini capaci di apprezzare il valore del  levriero attraverso le sue numerose qualità e caratteristiche, di fatto uniche. L’Associazione conta oggi circa 80 aderenti tutti allevatori e ferventi difensori dello sloughi, ed opera per la sua riabilitazione, salvaguardia e la messa in valore della razza. Creata nel 2002 l’Associazione organizza una decina di manifestazioni di caccia tradizionale e partecipa a diversi Festivals, di cui l’ultimo a Dakla il mese scorso, con 13 sloughi presenti a rappresentare questo vanto unico per il Marocco.

La Belva di Marrakech!

couscousLui è Cous Cous…il mio bulldog inglese naturalizzato marocchino. Testa dura, viziatissimo, ruffiano e grande….pagliaccio.  Mi fa tanto ridere e lo adoro. Ha due anni ed è la mascotte del Riad Amazighen, ovviamente se gli ospiti amano i cani, senno’ ha il suo spazio “zampestabile” al di fuori delle zone off- limit. Un gruppo di ospiti, qualche tempo fà, ha organizzato un sit- in di protesta chiedendo la “liberazione” di Cous Cous dai suoi spazi, vincendo la causa, divertentissimo!. Uscire a passeggio con Cous è un dramma quotidianoSiamo due appestati. Sono arrivato al punto di uscire al mattino prestissimo e alla sera verso mezzanotte, a medina deserta. La cosa più drammatica è che tutti, ma proprio tutti, quando lo vedono in giro esclamano terrorizzati:  ”Pitbull!!”. Poi vagli a spiegare che non è un pittbull ma un bulldog ecc….Lui bello felice zampetta a destra e a manca scondizolando (nel limite della sua inesistente coda da maialino) al mondo intero la sua felicità.  A volte bande di ragazzini si divertono a tirargli pietre (una me la sono presa anche io in testa) e quant’altro, quindi parto al contrattacco simulando che lo sto staccando dal guinzaglio, cosicchè in un battibaleno si dileguano. E’ un bluff perchè l’unica conseguenza potrebbe essere che vada a fare feste a tutti quanti, ma non lo sanno i cretini!. Purtroppo qui, nella medina, si vede il cane (e gli animali in genere) come un oggetto, come una cosa immune da dolore, da sentimenti, quindi buona per qualsiasi esercizio di stupidità. Non parliamo poi delle donne…ho già dovuto cambiare quattro colf perchè appena lo vedevano arrivare, bello allegro in cucina, alla ricerca dell’adorato zuccherino mattutino, erano in preda a crisi di isteria totale e telefonanao ai mariti!. Ovviamente non rinuncio a Cous Cous e cambio i personaggi.  A volte penso che il povero vive male qui, con tutte queste persone che lo vedono come un animale impuro, un essere spregevole, una cosa da allontare…poi pero’ ci guardiamo negli occhi, ci confessiamo il nostro amore  e si va avanti….alla faccia degli ignorantoni, a testa e muso alti, nei vicoli della Medina. .Vincit, qui patitur.