Claudio Bravo, un orientalista moderno.

bravo4Follemente innamorato del Marocco, visse dividendo i suoi giorni, per 37 anni, tra Tangeri e Tarouadant, dipingendo splendidi ritratti, nature morte, e in ultimo studi di animali, nella fattoria che elesse a sua dimora stabile qualche anno fa.  Il grande artista cileno Claudio Bravo, morto il 4 giugno 2011 a Taroudant (sud del Marocco) è un iperrealista. I suoi colori si ispirano al Rinascimento italiano e al barocco spagnolo. La sua opera è cosmopolita, essendo stato un amante dei viaggi e delle scoperte e avendo attraversato il mondo, per approdare infine in Marocco, sua terra di elezione. Dopo gli studi artistici a Santiago, si stabilì in Spagna, all’età di 35 anni, studiando le tele dei grandi artisti esposte al museo del Prado. Rapidamente si fece conoscere  a livello internazionale come ritrattista. Ma è a Tangeri che si installò definitivamente nel 1972, all’età di 46 anni, acquistando una casa costruita nel XVIII° secolo e trasformandola dipingendone  tutti i muri di bianco, per fare entrare quella luce mediterranea che si ritrova nelle sue tele. Sedotto dalla luce, i colori e lo charme del Marocco, sviluppò una coloritura simile in audacia a quella dei più grandi pittori coloristi della storia dell’arte. Claudio Bravo affermava che “un artista puo’ essere alle volte moderno e alle volte orientalista“, difendendosi sempre dalla parentela attribuitagli  con gli orientalisti dell’XI° secolo. È attraverso l’esplorazione dei colori che Claudio Bravo ha costruito i suoi dipinti. Le sue tele non sostengono nessun discorso, nè morale, nè politico. La sua unica preoccupazione è stata quella di rappresentare il mondo così come appariva ai suoi occhi. Il Mediterraneo con le sue strade dei quartieri popolari di Marshan a Tangeri, che osservava dalla finestra della sua casa, restano le sue muse supreme. Dopo aver costruito una fattoria a Taroudant, nel 2005, prese sovente come modelli gli animali. L’artista si considerava come un pittore classico, adepto dell’arte europea e dei grandi coloristi. Riuscì anche ad imporre uno stile proprio, che i critici chiamarono “realista, vedi iperrealista“, anche se quel termine lo imbarazzava. Non ha mai utilizzato macchine fotografiche perchè diceva, quello che conta è la matrice del disegno.    

La sua opera è luminosa, complessa e sorprendente e oltrepassa i limiti della rappresentazione. La scenografia disegnata attraverso le opere di Claudio Bravo è un percorso sensibile, propizio alla poesia e alla meditazione, che permette di apprezzare la semplicità e la sorprendente pertinenza di ogni oggetto, la perfezione sottile, delicata e raffinata allo stesso tempo. Alcune sue opere sono state acquistate dai più importanti musei del mondo tra cui il Museum of Modern Art e il Metropolitan Museum of Art di New York. Nella sua carriera ha dipinto diverse personalità come Marcos e la moglie Imelda, Malcom Forbes e Francisco Franco. In una intervista-documentario sul suo personaggio del regista Philippe Aubert e presentato a New York nel novembre 2010, confidò il suo amore totale e incondizionato al Marocco, volendo così rendere a quel paese tutto quello che gli aveva donato.

Jacques Majorelle all’asta e in mostra a Marrakech.

Quattro quadri « d’eccezione » del celebre pittore francese Jacques Majorelle saranno esposti, dal 23 al 25 aprile a Marrakech, in previsione della loro messa all’asta che si terrà a Parigi nel mese di giugno, presso laMaison Artcurial Briest-Poulain-F. Tajan. Quattro dipinti tra cui figura la celebre “Kasbah rouge de Marrakech”, esposta una sola volta dal 1924, anno della sua creazione . Conservata da quella data presso la famiglia Majorelle, questo quadro è stimato intorno ai 600.000/800.000 euro (catalogo) e quindi sarà il pezzo forte dell’asta che avrà come titolo “Tableaux Orientalist”, prevista per il 9 giugno, con una sezione dal titolo “Jacques Majorelle e i suoi contemporanei”. Questo quadro fu riproposto come copertina della guida turistica di Marrakech nel 1926 ed occupa un posto particolare nei cuori dei grandi appassionati di orientalismo, raggiungendo lo status di icona. Félix Marcilhac, storico d’arte e specialista di Jacques Majorelle riassume con queste parole l’opera in questione: “in questa grande composizione del 1924, con un semplice gioco di piccole superficie posate in piatto e a mosaico, Jacques Majorelle traduce pienamente la plenitudine del suo soggetto trattando sottilmente la trasparenza e la purezza dell’aria, la diversità dei colori che vengono trascinati  in una gamma di ocra rossi e di bruni, che avvolgono il paesaggio circostante e la folla, con dei mezzi talmente semplificati e naturali che si raggiunge l’esperienza di ascoltare i rumori e sentire gli odori”. Jacques Majorelle (Nancy, 1886 – Parigi, 1962) è l’esempio illustre del folto gruppo di pittori orientalisti francesi che si sono arresi allo charme della Ville Rouge, che ha donato loro  la strada per percorrere al meglio i propri talenti e realizzare le loro opere migliori. Nel 1919 Majorelle si installo’ a Marrakech acquistando un terreno che divenne in seguito la base dei famosi giardini Majorelle, aperti al pubblico nel 1947 e che raggruppa una delle più importanti collezioni di piante della sua epoca. Oggi il suo atelier è diventato grazie a Yves Saint Laurent e a Pierre Bergé un piccolo museo che ospita una preziosissima collezione di arte islamica. Sulle opere di Majorelle, il romanziere francese Jérôme Tharaud scrisse: “E’ pazzo per Marrakech e per l’Atlas, pazzo dei suoi orizzonti del sud e quindi io posso testimoniare che è una verità, una giustizia, una sincerità pura delle sue osservazioni. Tutto quello che ha visto, reso con la forza e la semplicità della sua strana barbarie”. Questi quadri saranno esposti al Es Saadi Gardens & Resort, insieme a decine di altre opere minori che saranno poi inviate alle casa d’aste parigina. Nel capitolo riservato a “Jaques Majorelle e i suoi contemporanei”, si potranno ammirare tele di José Cruz Herrera, Edy Legrand, Jean-Gaston Mantel e Henri Rousseau. Altri pezzi forti di questa asta saranno le tele di altri artisti come Etienne Dinet, Félix Ziem, Georges Washington, Alfred Chataud e Alexandre Roubtzoff, che permetterrano al visitatore di avere un panorama completo del mondo arabo, dal Marocco all’Egitto. Queste opere in particolare saranno oggetto di una esposizione a Parigi, dal 6 al 9 giugno, data della loro messa all’asta presso l’Hôtel Marcel Dassault.

Fausto Zonaro, da Napoli all’Oriente.

Fausto Zonaro nasce a Masi il 18 settembre 1854, già culla di due personaggi di respiro internazionale e oggi quasi del tutto dimenticati: l’Abate Francesco Boaretti, erudito e filosofo settecentesco, e Giuseppe Dall’Aglio, che sempre nel Settecento fu ceramista a Vienna, alla Corte dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria. Il ragazzo, sin dalla più tenera età, manifesta una netta propensione per il disegno, e a 12 anni, col consenso paterno, frequenta l’Istituto Tecnico di Lendinara. Da Lendinara passa a studiare a Verona, presso la celebre Accademia Cignaroli, diretta allora da Napoleone Nani. L’iscrizione alla scuola è permessa allo Zonaro dalla generosità di una nobildonna padovana, Stefania Omboni. Segue il trasferimento a Venezia, dove apre una piccola scuola di pittura nei locali di Palazzo Pesaro, sul Canal Grande, e dove dipinge sia piccole tavolette di paesaggio destinate ai turisti in soggiorno in Laguna e tele di più ampio respiro.Tra gli altri allievi frequenta la scuola di Palazzo Pesaro una giovane donna, figlia di un ingegnere di Belluno, Elisabetta Pante, che in seguito diverrà sua compagna, nella vita e nell’arte. Zonaro frequenta Napoli già da alcuni anni, ed è amico dei grandi pittori napoletani, primo tra tutti Attilio Pratella. La città partenopea, ricca di colori, di suoni, di popolo festoso e chiassoso lo attira potentemente. A Napoli realizzerà sia tele di grandi dimensioni tutte improntate alla vita quotidiana e alcuni paesaggi del Vesuvio. Il capolavoro di questo periodo è senza dubbio “Il banditore”, datato 1886, dove il pittore rappresenta una delle figure più caratteristiche del folklore napoletano,il “Pazzeriello”. Ma non bisogna pensare che la vita di Zonaro sia stata, in questi anni, felice e spensierata. La concorrenza degli altri pittori, proprio perché di grande qualità, è spietata, il mercato delle sue opere è fortemente instabile e non riesce a trovare una piazza dove dominare. Tra il 1885 e il 1888 vaga tra Venezia e Napoli, senza un programma ben preciso, senza una meta definitiva. Il 1888 è l’ultimo anno fondamentale per la propria educazione artistica. Egli infatti è a Parigi, la capitale mondiale dell’Impressionismo, ed è a contatto con tutti quei grandi maestri. Ed infatti lo stile del pittore, originalissimo ed inconfondibile, prodotto di più scuole e movimenti artistici fusi insieme, l’Impressionismo francese, il colorismo veneto e il realismo napoletano, non subirà più alcun mutamento. Egli sarà sempre fedele a sé stesso, sino al suo ultimo giorno. Il suo stile, come è stato giustamente rilevato in recentissimi studi, tende sia all’Impressionismo, un Impressionismo piuttosto di superficie, che gli permette di condurre velocemente a termine i bozzetti e le tavolette, tutti studi rigorosamente condotti all’aperto, a contatto diretto con la realtà, sia ad uno stile più italiano, tipicamente ottocentesco, che sconfina quasi nella maniera, particolareggiato e pieno di colori. Ed è con questo bagaglio di conoscenze tutto occidentale che Zonaro tenterà la sorte nel favoloso e misterioso Oriente, nell’anno 1891. A seguito della lettura di “Costantinopoli” di Edmondo De Amicis, un vero e proprio best seller di quegli anni, Fausto ed Elisa decidono di soggiornarvi per qualche tempo, alla ricerca di nuove ispirazioni e nuovi territori da esplorare. E sarà Elisa a partire per prima, da sola, assolutamente incurante di ogni pericolo che poteva correre una donna non accompagnata in una città così grande e totalmente sconosciuta, armata soltanto del proprio Diploma di Maestra elementare e di solida intraprendenza. Giunta a destinazione, tramite la Reale Ambasciata d’Italia, inizia da subito a tessere una fitta rete di rapporti e di conoscenze che risulterà poi fondamentale per il pittore.  Ricevuto il via da Elisa, Fausto Zonaro parte immediatamente da Venezia per Costantinopoli. Neanche sul battello che lo porta in Oriente smetterà di dipingere, lo testimoniano potenti e vivaci tavolette con paesaggi di Ancona, Bari, Corfù, Patrasso, Atene. Lo sconvolgimento estetico alla vista di Costantinopoli è totale. Zonaro per qualche tempo interrompe l’attività per dedicarsi allo studio di quel nuovo ambiente così diverso eppur così affascinante. La luce, l’atmosfera, la natura sono completamente diversi dall’ambiente italiano e il pittore dovrà impegnarsi non poco per cercare di riprodurre esattamente ciò che vede e ciò che prova. E questa prima produzione, piccole tavolette con scene di vita quotidiana turca, sono indirizzate ancora una volta a turisti e commercianti che letteralmente pullulano a Costantinopoli. Ma la fortuna questa volta gli sorride: dal 1891 al 1896, anno in cui Zonaro viene nominato Pittore di Corte, è tutto un crescendo di fama e di commissioni, e ciò si deve sostanzialmente a un fattore, creato e sostenuto interamente da Elisa, che nel frattempo è divenuta sua moglie alla quale si deve, senza dubbio alcuno, imputare gran parte del successo di Zonaro presso l’aristocrazia occidentale e orientale. Donna moderna, intelligente, colta, con un ingegnoso lampo di genio comprende che i rapporti personali e le amicizie da lei tanto faticosamente guadagnate non bastano più, il marito ha bisogno di altro, e sostanzialmente di pubblicità. E la pubblicità, per un pittore dell’epoca, consisteva nel vedere i propri quadri pubblicati nei più accreditati giornali d’arte d’Europa. Gli atelier fotografici a Costantinopoli sono pochi, costosi e assai inadeguati per le esigenze della coppia e così, ancora una volta, Elisa parte, questa volta accompagnata dal primogenito Fausto I nato nel 1892, alla volta di Parigi, decisa ad intraprendere la difficile arte della fotografia. E molto probabilmente sarà la prima donna europea diplomata in fotografia. Una volta ritornata a Costantinopoli, armata di macchine fotografiche, acidi, pellicole, vasche per lo sviluppo, passa in rassegna buona parte della produzione del marito e spedisce le fotografie ai maggiori giornali d’arte del mondo. I giornali sono entusiasti, si moltiplicano articoli e recensioni con fotografie; uno di essi, l’Illustrirte Zeitung di Lipsia, arriva a pubblicare la fotografia del “Banditore” in copertina. Il giornale è letto nei salotti di tutte le Ambasciate europee di Costantinopoli, cresce l’interesse e tutti gli Ambasciatori, uno ad uno, correranno a conoscere Zonaro. Fioccano così commissioni, ritratti, paesaggi, proposte più disparate. L’Ambasciatore di Russia, Alexander Nelidov, metterà addirittura a disposizione un salone nell’Ambasciata di Russia ove Zonaro aprirà una scuola di pittura frequentata da buona parte dell’aristocrazia occidentale presente a Costantinopoli e da qualche esponente delle corte del Sultano. E sarà lo stesso Nelidov, in accordo con l’Ambasciatore italiano Panza, a presentare al Sultano l’ultimo lavoro di Zonaro, il Reggimento Imperiale di Ertogrul sul Ponte di Galata. Il quadro, come tutte le grandi composizioni di Zonaro (poche per la verità) è il risultato di numerosi studi preparatori compiuti rigorosamente dal vero e assemblati poi in una composizione più ampia e ricca di particolari. Gli Ambasciatori sapevano che il Sultano, lui stesso favoloso mecenate, pittore per diletto, avrebbe gradito il quadro, avendo tra l’altro lui stesso creato quel corpo di cavalleria; inoltre il Pittore di Corte precedente era morto da pochi mesi ed il posto era vacante. Abdulhamid II non solo acquista immediatamente l’opera, ma nomina Zonaro Pittore di Corte concedendogli anche uno stipendio assai più alto di molti dei funzionari di Palazzo. Questo sovrano fu sempre assai benevolo col suo Pittore, lo guardò con simpatia e con stima, a giudicare dalle commissioni a lui affidate: il ritratto dei figli prediletti, studi dal vero nel Parco della Reggia, commissioni di quadri quali una serie celebrativa dell’entrata di Maometto II a Costantinopoli avvenuta il 29 maggio 1453, atto di nascita dunque dell’Impero Ottomano, la copia del celebre ritratto di Maometto II di Gentile Bellini che in quell’epoca era passato a Londra. Seguirono regalie in denaro, titoli quali Colonnello dell’Esercito e in seguito Pascià, doni quali un palazzo di tre piani nel quartiere di Besiktas, a seguito della realizzazione di un quadro celebrante la vittoria dei Turchi sui Greci avvenuta nel 1897, e poi ancora commissioni straordinarie quali la sistemazione degli appartamenti destinati all’Imperatore di Germania Guglielmo e dell’Imperatrice in visita ufficiale a Costantinopoli nello stesso 1897, più la realizzazione di alcuni quadri celebrativi dell’incontro. Ed è proprio in questa occasione, mentre riordina e sistema la quadreria nelle stanze destinate agli Imperiali, che Zonaro incontrerà per la prima volta il Sultano Abdulhamid. Queste le sue parole: “Un signore dalla barba rossiccia, in giacchetta e fez, facendo giocherellare un bastoncino che teneva nelle mani, mi fissa accennando un leggero inchino, ed io guardo questa silhouette, l’occhio si spinge oltre i contorni di essa ed intravedo i bianchissimi denti del negro Nadirà, il prediletto eunuco del Sultano. Mi ritrovo! Sono in presenza di Abdulhamid! Un inchino profondo, un saluto, mi raddrizzo (…) Le mani erano conserte sì, ma guardavo in faccia ben diritto il mio Signore. Un Mussulmano non avrebbe mai osato ciò (…)  Vi sono dei buoni quadri nella mia Galleria?” ed io a tutto ciò rispondevo “Evet Effendi Mis” (Sì mio Signore) Poi s’avanza dal vano dell porta e, accennandomi un quadro, mi dice di levarlo di là e porlo al posto di quello piccolo che stava nello spazio al disopra della porta del teatro. Guardo e con l’occhio constato che per l’altezza non vi poteva stare. Stavo per esprimere l’inconveniente quando S. M., facendomi cenno col suo bastoncino a guisa di sega: “Copsi bir as!” (Taglia un poco) egli mi dice guardandomi sorridendo, ed io subito “Evet Effendi Mis!”. Poi un giro su se stesso e s’allontana. L’ultima visione è il fiocchetto saltellante del fez di Abdulhamid ed i denti bianchi del mingherlino negro che mi sbircia tirando la porta. Mezz’ora dopo il quadro rappresentante un cavaliere del Quarto Reggimento, che per fortuna avea molto terreno e molto cielo era al suo posto; la firma dell’autore era scomparsa, ma che importa? Lega l’asino dove vuole il padrone…”  Preso possesso del Palazzo donato dal Sultano, Zonaro vi allestisce un’esposizione permanente delle proprie opere, destinando soltanto il terzo piano ad abitazione privata. Agli inizi del Novecento dunque Zonaro è al vertice della sua parabola artistica e vitale. Nel 1903 nascono le due figlie Jolanda e Mafalda, e la casa è meta di personaggi turchi e stranieri di fama internazionale, ricordiamo almeno la visita del Principe di Napoli Vittorio Emanuele di Savoia e della consorte Elena nel 1903, in viaggio di nozze in incognito a Costantinopoli, che Zonaro poi ritrae da fotografie donando i quadri alla Reale Ambasciata d’Italia, del Colonnello Inglese in istanza a Costantinopoli Winston Churchill, del Principe Abdulmecid, nipote del Sultano, intellettuale di primo rango della Famiglia Imperiale, pittore di qualità, di Enver Bey, capo dell’esercito che nel 1909 rovescerà il regime di Abdulhamid, di una schiera di ambasciatori, nobili, giornalisti, scrittori di mezzo mondo. Elisa, dal canto suo, continua a fotografare i quadri, costituendo così un preziosissimo archivio di centinaia di fotografie, fotografa e impartisce lezioni di pittura alle potentissime donne dell’Harem, ove lei ormai ha regolare accesso. La casa dei coniugi Zonaro diviene dunque, per circa 10 anni, un solido punto di scambio culturale tra Oriente e Occidente, un luogo di incontro di mentalità, usanze, religioni diverse. E così gli anni dal 1898 al 1909, anno del ritorno in Italia, sono anni febbrili e di duro lavoro. Zonaro infatti non rinuncerà mai a dipingere per proprio conto, all’aperto, perso nei vicoli e nelle stradine anguste di Costantinopoli, a bordo di battelli ancorati nel porto, all’alba, al tramonto, di notte. Realizzerà centinaia e centinaia di opere, tele, pastelli, acquerelli, tavolette, ritratti, col proprio stile che avrà sempre molto successo sia presso la committenza Orientale che quella Occidentale. Egli non cederà mai all’Orientalismo più oleografico e più banale che invade l’Europa dell’Ottocento, tutta la vita orientale viene indagata con sommo interesse: pescatori, venditori ambulanti, architetture, il Bosforo, le barche, la folla sul Ponte, i cimiteri, le strade, le feste religiose, ma sempre col proprio stile mai nulla concede all’accademismo e al cartolinesco. E il tramonto di Zonaro in Oriente coincide con il crollo del regno di Abdulhamid. Tornato in Italia si stabilisce, dopo lunga ricerca, a San Remo, e la scelta è abbastanza comprensibile. San Remo è un’autentica Costantinopoli in miniatura: città di mare, ricca e cosmopolita, capitale incontrastata della Belle Epoque italiana. San Remo è meta prediletta della nobiltà europea (soprattutto inglesi e russi) che vi soggiorna per lunghi mesi, sia per svago che per cura, e a San Remo, a villa Magnolia, morirà in esilio, nel 1926, l’ultimo Signore dell’Impero Ottomano, crollato ormai da tre anni, il Sultano Maometto VI, fratello di Abdulhamid. E il 19 luglio 1929 morirà anche Fausto Zonaro. Terminano qui le vicende dell’ultimo pittore dell’Impero e della sua straordinaria compagna Elisa, storie di vita uniche e rare, per un appassionato come Zonaro, del magico Oriente. 

Jean-Léon Gérôme, l’Orientalista.

Jean-Léon Gérôme  nacque l’11 maggio 1824 a Vesoul, suo padre Pierre era un orafo e la madre, Mélanie Vuillemont era figlia di un negoziante. Gérôme condusse i suoi studi al collegio di Vesoul è sarà naturalmente predisposto al disegno, dono che le venne rimarcato dal suo professore Mr.Cariage, anziano allievo del barone Gros, che diventerà il mentore del giovane uomo. A 16 anni, diplomato, Gérôme parte per Parigi, munito di una lettera di raccomandazione per entrare nell’atelier privato di Paul Delaroche dove farà il suo apprendistato con Gustave Boulanger, lo scultore Emmanuel Frémiet, Eugene Damey, Jean Jalabert, il caricaturista Cham, Ernést Hébert, Gustave le Gray e Jean-Louis Hamon. Gérôme seguirà al contempo i corsi delle Belle Arti su raccomandazione del  padre iniziando a copiare i dipinti più importanti del Louvre. Nel 1842, espone a Vesoul i suoi primi dipinti : Chiens savants, Esquisse de bataille, Moines au lutrin. Nel 1843 Gérôme accompagna Delaroche in Italia con diversi altri allievi. Visiterà Roma, Firenze e Napoli, ed eseguirà degli studi di architettura, paesaggi, figure e animali. Una febbre tifoide l’obbliga a rientrare e al suo ritorno entra nell’atelier di Charles Glevre, che durante il periodo di assenza dell’artista Delaroche prese in mano l’atelier. Gérôme vi resterà tre mesi, poi diventerà l’assistente del suo maestro rientrato dall’Italia. Gérôme si trasferisce in rue de Fleures, condividendo con i suoi colleghi l’appartamento, poi nel 1845 collabora con Delaroche, per il Museo di Storia di Versailles e realizza alcune decorazioni per la biblioteca del conservatorio delle Arti e dei Mestieri; sarà anche l’anno del suo primo viaggio, partendo con l’amico François Jules Got, un attore della Comédie Française, per la Russia, ma la guerra in Crimea devierà il loro percorso verso Costantinopoli. Seguiranno anni di gratificazioni come il 1855, anno che lo vede decorato a cavaliere delle Legione d’Onore all’esposizione Universale, grazie ai dipinti “Il Secolo d’Augusto” , ”La nascita di Cristo”, ”Il pifferaio”, “ Ricreazione al campo”, “ Il guardiano delle truppe”, che sarà acquistato dall’Imperatore. A quel punto Gérôme aprirà un atelier in rue de Notre-Dame des Champs. Nel 1856 soggiornerà per otto mesi in Egitto insieme a quattro amici : l’attore Emile Augier, lo scultore Auguste Bartholdi che sarà il fotografo della spedizione e i pittori orientalisti Léon Belly e Narcisse Berchère. Nel 1857 Gérôme esporrà ”Recrues égyptiennes traversant le desert”. Il 1862  sarà l’anno del suo secondo viaggio che lo vedrà in Egitto, in Giudea, in Siria e visiterà Gerusalemme. Nello stesso anno si sposerà con Marie e la coppia avrà ben cinque figli. Nel 1868 ritorna in Egitto per quattro mesi ; l’artista è accompagnato da due dei suoi allievi, Paul-Marie Lenoir e Jean-Richard Goubie, dal cognato Albert Goupil che sarà il fotografo, e dai pittori Léon Bonnat, Ernest Journault e dal pittore olandese Willem de Famas-Testas. Di questo periplo Lenoir pubblicherà in seguito il diario ”Note di viaggio : Fayoum, SInai e Petra”. In Egitto, Gérôme dipingerà una serie di tele su Bonaparte al Cairo. Nel 1869 Gérôme venne eletto membro onorario alla Royal Academy e tornerà in Egitto assistendo all’inaugurazione del Canale di Suez con i suoi amici. Il 1870 vede la dichiarazione di guerra e Gérôme con la famiglia si stabilisce a Londra rientrando pero’ subito dopo a Parigi per partecipare alla difesa della città, ma con la sconfitta di Sedan e la caduta dell’Impero fugge nuovamente a Londra e resterà sino al giugno del 1871. Il pittore inizerà la serie consacrata agli hammam e la prima tela sugli interni di moschee venne esposta alla Royal Academy. Di ritorno a Parigi constaterà che l’ Hôtel preferito era stato bombardato e quindi inagibile. Gérôme continuerà a viaggiare, Spagna, Tangeri in Marocco, Algeri, ritornando in Egitto nel 1874, anno in cui venne premiato con la medaglia d’Oro per le tele : ”L’eminenza grigia” e “Rex Tibicen”. Partirà per la Turchia nel 1880, poi nuovamente in Egitto. Nel 1883 in Spagna, a Granada. Di seguito Londra, poi la Sicilia dove espose la sua scultura Tanagra che venne acquisita dallo Stato. La tragedia lo colpisce violentemente con la morte del figlio Jean, morto a 27 anni, lutto che lo prostro’ profondamente. Eseguirà per la tomba la scultura ”Il Dolore”. Nel 1893 venne eletto Presidente d’Onore della Società dei Pittori Orientalisti. I suoi ultimi dipinti orientalisti vennero  presentati nel1903, si trattava del dipinto “Predica in una moschea” e ”Vista della Medinét  el Fayoum”. Morirà il 10 gennaio 1904 all’età di 80 anni. Gli harem, i souks, gli hammam ed i mercati di schiavi dipinti nelle sue opere sono opera allo stato puro. L’orientalismo di Gérôme è effettivamente caratterizzato da dei gruppi di persone, danzatori, bagnanti, mercanti, soldati e particolarmente situati a Costantinopoli. Sovente aiutato dalle fotografie, il pittore sembra leggere una visione esatta dell’Oriente che ha conosciuto, senza mai rinunciare a degli aggiustamenti compiacenti e fittizzi come testimoniano le sue donne all’hammam o i mercati di schiavi. Si riconosce a Gérôme una densità rara, una tecnica impeccabile e un occhio fotografico difficile da eguagliare. La sua tecnica è ”leccata”, quasi porcellanata. Lae sue tele sono lisce, fanno pensare ad un vetro placcato su una realtà a noi sconosciuta quindi attraente. Dipingeva le sue tele con dei piccoli tocchi di colore discreto che producevano, malgrado certe imperfezioni, degli effetti spaziali convincenti, con un empirismo apparentemente senza passione, che non avevano niente a che vedere con l’approccio tumultuoso e personale di Delacroix. Con la sua grande esperienza tecnica e la sua esattezza scientifica, Gérôme tenta di far dimenticare l’arte, facendo sparire le tracce del pennello. Nasconde e annulla l’impronta del suo intervento e insiste parallelamente su mille dettagli autentici  o o si suppone tali, punti essenziali che creano un atmosfera reale e il senso della scena o del tema dipinto, anche se totalmente immaginario o fantasma. Tutti questi dettagli sono chiari significati del reale, rendono credibile la rappresentazione, tentando delle ricostruzioni archeologiche. Gérôme è un vero campione della scena degli hammam (principalmente negli anni 1870 sino al 1890), giocando molto sui ”deguisement orientalisti” . Situa queste scene al Cairo, in Turchia, in Marocco, ecc.. Sovente titola questi dipinti come “bains maures”ma in verità i bagni mori (d’Africa) non furono che raramente rappresentati prima del 1920.  Nei ”Bain Maure” del 1880-1895, si ritrovano piuttosto degli elementi egiziani,come la fontana, il marmo a due colori e i catini  in argento, tipici esempi del periodo dei mammelucchi (Mameluk). Cosi’ come gli schiavi neri presenti nelle tele che, secondo i tratti e gli accessori studiati, sembrano essere posizionati nel Sudan. I più rappresentativi dipinti dell’artista orientalista sono : ”Il Prigioniero e il Macellaio turco” (1861), “La Preghiera”, “La Porta della moschea  El-Hasanein  al Cairo” (1866), ” L’Incantatore di serpenti” (1880), “Il Mercato degli schiavi”, ”Il Mercante ambulante al Cairo” e ”Passeggiata all’Harem”.

Mariano Fortuny i Marsal

marianofirtuny1Il pittore spagnolo di origini catalane, uno dei più rilevanti del panorama artistico spagnolo nacque nel 1838 a Reus, in Catalogna, da una famiglia di umili origini. All’età di dodici anni rimase orfano di madre e venna assegnato alla tutela del nonno. Quest’ultimo capi’ immediatamente le grandi capacità artistiche del nipote e lo iscrisse alla scuola di Domènec Soberano. Nel 1852 si trasferi’ a Barcellona e venne notato per la sua abilità manuale che gli diede la possibilità di una borsa di studio dalla Diputacion Provincial, per frequentare la Scuola di Belle Arti. Grazie ad un altro finanziamento termino’ gli studi a Roma, nel 1858. Arrivando nella città eterna non ne rimase entusiasta e, in una lettera inviata al nonno, scrisse: “Roma è un vasto cimitero, visitato dai turisti stranieri“. Questo preambolo poco felice venne rapidamente sostituito dalla felicità che provo’ davanti agli affreschi di Raffaello nei Musei Vaticani, oltre a numerosi altri tesori artistici che facevano ( e fanno) di Roma uno dei centri artistici più ricchi del mondo.  Nella capitale italiana strinse una forte amicizia con il pittore romano Attilio Simonetti con il quale viaggio’ a Napoli ed entro’ in contatto con i salotti pittorici napoletani. Insieme divisero l‘atelier in via Ripetta e poi in via Flaminia, seguendo dei corsi di disegno all’Accademia Gigi, in via Margutta. fortuny1Quando nel 1860 scoppio’ la guerra ispano-marocchina, le autorità di Barcellona incaricano Fortuny di recarsi in Marocco per imprimere le scene delle battaglie. Fortuny salpo’ dalla Spagna verso l’Africa del nord, accompagnato dal suo futuro cognato, Jaime Escrin. Il pittore assistette alla battaglia di Wad Ras, il 23 marzo e, qualche giorno dopo, venne fatto prigioniero durante un imboscata marocchina. Si salvo’ spacciandosi per un inglese. Durante tutto il suo soggiorno in  Marocco, il pittore abozzo’ disegni a matita, ad olio, acquarello, studiando i soldati arabi e il loro capo, Moulay Abbass, oltre ai volontari catalani, ai paesaggi, all’habitat e agli animali allora presenti. In aprile torno’ in Spagna e nel mese di giugno dello stesso anno espose alcune delle sue opere africane. In quella frangente gli venne commissionato un grande quadro sulla battaglia di Tetouan e, per la sua prepazione, i commandatari richiesero a Fortuny un tour nei principali musei europei: Parigi, Monaco, Berlino, Bruxell, Firenze e Milano. Il pittore si reco’ soltanto a Parigi dove incontro’ Reginaul e Hèbert ed ebbe l’occasione di ammirare, a Versailles, la tela di Horace Vernet consacrata alla battaglia di Smalah.Al suo ritorno a Roma inizio’ gli studi preliminari della Battaglia di Tetouan basandosi sui schizzi africani e sulla collezione di oggetti che aveva portato dal Marocco. Fortuny torno’ in Marocco per la seconda volta nel 1862. Questa volta adotto’ i costumi arabi e mise in pratica il suo talento appredendo anche l’arabo. Entro’ a tutto campo nella vita locale ed esegui’ numerosi schizzi che ebbero come soggetto gli  abitanti nella loro vita comune. fortuny21Uno di questi, Herador marroqui (1863) mette in scena un laboratorio artigianale, oggi al Museo d’Arte Moderna di Barcellona. Fortuny si appassiono’ all’artigianato del Paese e adorava entrare nei souks e nei giardini di Tetouan. Nel mese di dicembre torno’ in Spagna e dipinse, tra gli altri, Sentinella araba. Nel 1871 torno’ nuovamente in Marocco e al suo ritorno incontro’ il pittore orientalista Georges Clairin, che organizzo’ una festa araba in suo onore. Riparti’ subito dopo per Tetouan e di ritorno a Roma, passando dalla Spagna, ammalandosi di malaria. Mori’ nella sua villa romana il 21 novembre 1874. Alcuni dei suoi studi mostrarono inequivocabilmente che il pittore stava iniziando a concentrare la sua attenzione sulle strutture interne dei paesaggi, con dei cieli più vasti e meno dettagli superficiali. La sua influenza si fece sentire in Roma per molto tempo ancora dopo la sua morte. Alcuni critici dichiararono che la sua influenza fu’ nefasta sui giovani e numerosi artisti italiani, storditi dal suo stile apparentemente facile, copiarono servilmente. Il “Fortunysmo” divenne un termine leggermente peggiorativo, ma nessuno potè nascondere il dono straordinario che l’artista possedeva. Per tutta la vita ebbe una vera empatia con il colore e con lo spirito del mondo arabo. Un buon numero delle sue opere  fanno parte di collezioni visibili in Europa e non solo, USA, Russia, al Museo del Prado di Madrid, alla Corcoran Gallery of Art di Washington, al Fogg Art Museum di Cambridge (Massachussetts), al museo Poldi-Pezzoli di Milano e infine all’Ermitage di S.Pietroburgo.