Archivio delle Categorie: Ambiente

Un Art de Vivre chiamata Giardino

Nel calendario delle sue esposizioni temporanee, il Museo dell’Art de Vivre di Marrakech apre la sua nuova stagione culturale con un esposizione consacrata all’arte del giardino in Marocco. Essendo un grande appassionato di giardini, cactacei in primis, scrivo con enorme piacere su questo argomento, sempre più attuale anche in Marocco. L’uomo, dalla sua sedentarizzazione ha lavorato e modificato i paesaggi. E ne ha creati altri. Sul filo del tempo, le tecniche agricole e le diversificazioni delle culture e la creazione di nuove varietà di piante con tecniche di ibridazione e di biotecnologie hanno prondamente modificato ed arrichito la flora in tutto il mondo. Se la creazione di un giardino dipende dal sole e dal clima, deve molto anche al terreno culturale sul quale si sviluppa e all’epoca storica di appartenenza. Si può affermare che un giardino è una sintesi di fisicità, di quadri naturali, geografia, storia e cultura. I giardini sono il riflesso delle civiltà che li hanno visti nascere, non è importante nell’esempio i nomi dei territori e le culture che li hanno creati: giardini islamici, andalusi, giapponesi, inglesi, francesi, italiani. Così fragili, i giardini conosciuti già dalle civilizzazioni antiche nelle differenti epoche, sono riusciti alle volte ad attraversare i tempi e testimoniare i geni che hanno creato questi capolavori. I giardini dell’Agdal, Majorelle, Versailles, Medici,  e tanti altri sono eccellenti illustrazioni della grandezza dei loro creatori. Il Marocco, crocevia tra il Mediterraneo e l’Atlantico, si caratterizza dalla diversità paesaggistica e dali suoi differenti climi. Foreste dense nel Rif, dune nel Sahara, cedraie nel Medio Atlas, i visitatori del Marocco scoprono differenti situazioni, naturali e coltivate dall’uomo. Grazie a queste diversità, in primis quella climatica, il giardiniere trova sempre numerose opportunità per dare libero sfogo alla sua immaginazione creando dei giardini per sognare, per rapportarsi e amare. Si arriva al punto di vedere due tipi di giardini coesistere, mixandosi in una fusion straordinaria, creando una nuova forma di movimento. I fotografi che partecipano all’esposizione, Nourddine Tilsaghani, Hassan Nadim, Abdellah Mahmoud e Abderrazzak Benchaâmane, hanno viaggiato per tutto il reame marocchino fotografando sia i giardini pubblici che quelli privati. Il loro obiettivo è quello di rivendicare il giardino come patrimonio ecologico e naturale , esaltando un arte di vivere in armonia con la natura del Marocco. L’esposizione sarà visibile sino al 30 novembre 2011.

 

 Informazioni : 00212 -0 5 24 378 373 –0 6 10 408 096

Contatto : muséeartdevivre@gmail.com

Credits: EMarrakech – Museo dell’Art de Vivre di Marrakech – Jardin du Maroc


Il Re dell’Atlas

Si racconta  che dei leoni erano presenti alla corte dei sultani e dei re del Marocco, come segno di obbedienza per i nobili e per il popolo berbero che era parte dell’Atlas, come gli ultimi leoni di Barberia (Panthera leo leo). Nel 1953, quando il sultano  Sidi Mohammed Ben Youssef ( e più tardi il re Mohammed V) venne costretto ad abdicare e messo in esilio, i leoni reali (21 in totale) persero il loro domicilio al  Palazzo, nella foresteria reale. Tre di loro furono inviati allo zoo di Casablanca e il resto del gruppo venne trasferito allo zoo di Meknès. Quando il  re rientrò dall’esilio in Madagascar  nel 1955, i leoni rientrano a Rabat. Durante tutto questo tempo, il mondo continuò a credere che il leone di Barberia era estinto: questa convinzione prematura divenne quasi un fatto accertato quando una malattia respiratoria colpì il re dei leoni alla fine degli anni ’60. A quel punto, SAR Hassan II, allora proprietario dei soggetti, decise di ridurre i rischi di mortalità e di apportare delle migliorie alla vita dei leoni. Un nuovo parco cintato venne costruito a Temara, nei pressi di Rabat, nella casa rerale dei leoni, verso la fine degli anni ’60. Nel 1973 questa struttura venne assorbita dall’amministrazione del Ministero dell’Agricoltura, e divenne lo zoo di Rabat. Nella storia antica gli egiziani furono i primi a cacciare questo superbo animale, con arco e frecce. I Berberi, che vivevano in piccoli villaggi arroccati sulle montagne dell’Atlas e dell’Africa del nord, circa 3.000 anni fa, si difendevano dagli attacchi dei felini ma non costituirono mai una minaccia per la popolazione dei leoni di Barberia. È nell’Impero romano che la popolazione dei leoni di Barberia diminuì drasticamente. Gli imperatori romani cercavano di divertire la popolazione rassicurandoli sul fatto che la loro civiltà aveva il controllo sulla natura. Gli antichi romani esportarono migliaia di leoni dall’Africa del nord per utilizzarli nei giochi del Colosseo a Roma e in altre arene sparse nell’Impero. I leoni vennero trucidati dai gladiatori e la mattanza terminò soltanto verso la fine del VI° secolo, ma i problemi per i leoni di Barberia non erano ancora terminati. Con l’invasione  degli arabi nell’Africa del nord, sempre più numerosi, i leoni si ritirarono progressivamente a causa di una caccia spietata, in quanto rappresentavano un pericolo. Per ogni leone ucciso era prevista una lauta ricompensa. Con l’avvento poi dei cacciatori europei nel corso dell’ultimo secolo, il numero dei leoni crollò. Le guide locali nelle montagne della Tunisia e del Marocco permisero agli europei di cacciare i leoni per sport e per le collezioni dei musei naturalistici, oltre al catturarli vivi per rinchiuderli negli zoo europei. I leoni di Barberia si estinsero in Tripolitania (ovest della Libia) nel 1700. L’ultimo leone di Barberia visto in Tunisia venne ucciso nel 1891 a Babouch, tra Tabarka e Aït-Draham. L’ultimo leone conosciuto in Algeria venne ucciso nel 1983 presso Batna, a 97 km da Costantino. I turchi contribuirono notevolmente a questa carneficina perchè pagavano profumatamente le pelli dei leoni per abbellire l loro palazzi. Numerosi francesi in Africa del nord divennero cacciatori professionisti di leoni, attività molto redditizia all’epoca.  In Algeria, oltre 200 leoni di Barberia vennero uccisi tra il 1873 e il 1883. I leoni sparirono dal lato del confine marocchino nella metà del 1800. In Marocco, alcuni gruppi di leoni sono esistiti sino al XX° secolo e si estinsero alla fine degli anni ’40. L’ultimo animale venne ucciso nel 1942 sulla costa nord del colle del Tichka, in prossimità della strada tra Marrakech e Ouarzazate. Le cause della sua estinzione sono molteplici, ma sicuramente la più importante è la mano dell’uomo. La caccia quindi ma anche i cambiamenti dell’ecosistema indotto dalla coltura intensiva e dai pascoli. Le foreste sono state distrutte per lasciare spazio ai pascoli di bestiame, sempre più numerosi e anche i cervi e le gazzelle (principali nutrimento dei leoni di Barberia) vennero a mancare. Oggi un programma è avviato tra il governo marocchino  e un ONG di scienziati oxfordiani, ma  stenta a decollare. Si tratta di un lavoro di reintroduzione su dieci anni che comporterà diversi fasi di lavori, tra cui una zona protetta di oltre 10.000 ettari in una regione poco popolata, che sarà cintata e protetta. Saranno introdotti alla sua creazione cervi, mufloni, ungulati, scimmie e gazzelle, che dovranno acclimatarsi nella nuova zona. Parallelamente, gli scienziati di Oxford dovranno selezionare i  capostipiti della nuova generazione di leoni di Barberia che verranno inseriti nell’area protetta, poi soggettati ad un programma di riproduzione in cattività. Al governo marocchino tutto questo piace in quanto sarà fonte di reddito per il mercato del turismo ecologico, creando nuovi posti di lavoro. I finanziamenti saranno apportati da alcune sovvenzioni europee. Ma è necessario fare i conti con l’oste: la popolazione locale non sembra essere entusiasta davanti a questo progetto; la reputazione sulla ferocia del leone dell’Atlas suscita molta inquietudine. Anche il bracconaggio potrebbe riprendere il suo corso, a meno che la riserva sia controllata professionalmente. E ancora, il Marocco non giova di una buona reputazione in materia di protezione dell’ambiente. Nello spazio di un secolo, centinaia di specie animali e vegetali si sono estinte nell’indifferenza generale. A titolo di esempio, il coccodrillo del Nilo si estinse in Marocco nel 1930, mentre negli anni ’50 la campanella d’allarme suono’ per lo struzzo, l’oryx e l’addax. Attualmente la pantera è da inscrivere nella lista degli animali estinti in Marocco, anche sono state segnalate in diverse zone del paese, senza però prove tangibili di un loro riconoscimento. In serio pericolo la iena, il ghepardo, il lynx caracal, il gatto delle sabbie, il gatto gigante, il fennec e lo sciacallo. Per chiudere, anche gli ambienti naturali sono nella stessa misura in pericolo. Il deserto avanza e il bestiame non controllato si avventura nelle foreste, causando gravissimi danni irreparabili all’ecosistema. L’estinzione del superbo e magnifico leone dell’Atlas (estinzione prevista entro venti anni se nulla sarà fatto) costituirà una tragedia supplementare alla biodiversità e alla conservazione delle specie, ma le condizioni di reintroduzione del superbo re delle montagnenon sembrano  idilliache.

.


Marocco: solo 20 le spiagge con label “Pavillon Blue”.

Sono oltre 3.500 i km di spiagge in Marocco, sia mediterranee che atlantiche; patrimonio vasto e prezioso che purtroppo ha dei grossi limiti a causa della negligenza delle autorità e dei singoli che non rispettano le principali e basilari regole di civiltà. Su 64 spiagge iscritte nel programma nazionale  ”Spiagge Pulite“, solo 20 hanno ottenuto quest’anno il “Pavillon Bleu”. Questa label è gestita dalla Fondazione dell’educazione all’ambiente (FEE) ed è parte di un network internazionale in 60 paesi con 3.012 spiagge censite. In Marocco, il controllo dei criteri è verificato da un comitato che dipende dalla Fondazione Mohammed VI per l’Ambiente. Il rispetto di questi criteri passa attraverso l’informazione, la sensibilizzazione, la qualità delle acque, l’igiene e la sicurezza, la manutenzione e la gestione delle spiagge che concorrono alla prestigiosa qualifica.  Per questa estate 2011 in Marocco, le 20 spiagge “Pavillon Bleu” sono quelle di Saidia municipale, Mdiq, Fnideq, Achakar (Cap Spartel), Sol Plage (Tangeri-Atlantico), Asilah, Skhirate, Bouznika, Sablettes (Mohammèdia), Ain Diab, Coual (Ain Diab Extension), Haouzia, Sidi Bouzid, Sidi Rahal, Safi municipale, Souiria Lkdima, Essaouiria, Mirelft e Laâyoune Foum El Oued. Queste risultati mettono in evidenza l’assenza di alcune zone molto note, verso Larache, Kènitra, Salé, Agadir o Al Hoceima dove nessuna spiaggia è stata etichettata Pavillon Blue (neppure nella prestigiosa e famosa Agadir!). La qualità delle acque e la manutenzione delle spiagge devono essere pienamente integrate nella politica dello sviluppo del turismo balneare e più precisamente riferito al progetto di qualità “Plan Azur” marocchino.  Delle 64 spiagge monitorate 19 sono state dichiarate non-conformi per la balneazione. Questa regressione è dovuta alle forti precipitazioni che hanno toccato il Marocco in questi ultimi mesi e che hanno scaricato, tramite i fiumi,  in mare prodotti inquinanti nocivi. 14 stazioni balneari sono passate dalla classe A alla classe B e una stazione è scesa dalla A alla C. Il programma nazionale di sorveglianza  della qualità delle acque ha toccato un totale di 141 spiagge, di cui 39 sul Mediterraneo e 102 sull’Atlantico, su di un totale di 353 stazioni mediterranee e 3.927 atlantiche. Sulla qualità della sabbia, dieci spiagge sono state oggetto di analisi chimiche, micotiche e tipologiche e  i rifiuti trovati sui siti sono stati in predominanza materiali plastici, scarti della lavorazione del legno e organici (spiagge di El Jadida, Sidi Ifni e Agadir).