Touareg, i nomadi del Sahara.

Touareg è un termine probabilmente arabo che venne ripreso dai francesi e significa “Abbandonati da Dio“, ma questa terminologia non piace al popolo Touareg. Secondo altre fonti più verosimili deriverebbe dal nome di una città libica chiamata Targa, anticamente chiamata la Fezzan libica.  Sono lontani cugini degli egiziani e dei marocchini, da cui hanno ereditato la loro cultura e la loro religione: l’Islam. La religione cristiana ha avuto comunque una forte influenza, basti pensare, a livello artistico, alle splendide croci Touareg incise nel metallo. Di certo si sa che non sono arabi: i Touareg sono di origine Amazigh e parlano uno dei dialetti berberi antichi e usano la scrittura Tifinagh nelle sue numerose varianti regionali, scrittura che ha influenzato l’alfabeto berbero attuale. Oggi i Touareg si sono incrociati con le popolazioni arabe e nere sub-sahariane  presentando numerose componenti che non sono assimilabili alle loro origini antiche. Come la religione, l’Islam, che  è importante ma non fondamentale.  Stretto è il legame con i berberi del Maghreb, al punto che molti di loro preferiscono essere chiamati Imajeghen o Kel Tamasheq. Al tempo della crisi che sfociò nella colonizzazione, molti di loro, poveri e senza lavoro, vennero chiamati Shumar o Ishomar, a causa della loro condizione precaria che ha dato origine alla fonetica della parola dal francese  “chômeur“, disoccupato.  All’inizio del ’900, i francesi partirono alla conquista dell’Africa; la disfatta in Prussia nel 1870 aveva fiaccato l’orgoglio dell’Armata Nazionale e il continente nero era ancora inesplorato per i coloni, quindi si donava nuova speranza alla Francia. Un problema geografico si pose tra il nord (Maghreb) e il sud (Sudan francese, attuale Mali): l’ostilità del Sahara isolava l’avvenire delle due Afriche. Ma gli ufficiali Dupontel e Freycinet decisero, al di là di un semplice conto economico, di unire i battaglioni militari francesi dal nord al sud. Le divisioni del nord erano riunite sotto il nome di “Armata d’Africa“, mentre le divisioni del sud erano chiamate “La Coloniale“”. Nel deserto i militari si scontrarono con una opposizione forte, tenace, da parte di piccole armate di guerrieri a cavallo di dromedari, i Touareg, che regnavano nel deserto e che non vollero essere conquistati. Tutti i tentativi di attraversare il Sahara risultarono perdenti e i soldati vennero decimati dai guerrieri Touareg. L’abbigliamento, il mistero, la violenza dei combattimenti lasciò per lungo tempo delle tracce profonde negli spiriti francesi. Poco tempo dopo si archiviò  la Conferenza di Berlino che tagliava e attribuiva dei “pezzi” d’Africa alle potenze europee. Ai francesi l’AOF (Africa Occidentale Francese) che divenne una sola regione. Si volle creare un territorio sahariano relativamente indipendente che coprisse la regione frontaliera tra il Mali e il Niger, chiamandolo Azawagh o Azawak, che inglobava il Sahara centrale, quindi il sud dell’Algeria. Quel progetto però non vide mai la luce . Il rapporto tra i francesi e i Touareg era molto teso. I francesi vollero dirigere con un pugno di ferro la regione privando gli Imashaghen della libertà. Ebbero molte difficoltà ad imporre la loro organizzazione economica e sociale ai locali e utilizzarono i Touareg come trasportatori e in seguito come combattenti, giocando sulle rivalità preesistenti tra le varie tribù e le popolazioni locali.  Fu Lapperine, grande amico di Père de Focault che ebbe l’idea di arruolare questi “corsari del deserto” come mano armata, polizia del deserto: in Algeria furono i Chambaas e i Touareg, nel Mali i Kountas e i Touareg, che regnavano sull’ordine. Molti Touareg accettarono e assecondarono questa scelta perchè Laperrine offrì  loro due dromedari, uno per la pastura e uno per la monta, oltre all’ equipaggiamento. I francesi imposero il pagamento di una tassa alle differenti autorità Touareg: la “Twise“, imposta di sovranità e riconoscimento della dominazione francese. Il colonialismo condusse una politica che contribuì  da una parte al deterioramento delle relazioni inter-etniche e, dall’altro lato, alla disgregazione delle confederazioni Touareg, creando dei multipli califfati artificiali più facili da controllare. Nel momento della indipendenza, i Touareg non realizzarono la grande portata dei cambiamenti che stavano avvenendo e i loro territori si trovarono stretti da delle frontiere assurde che corrispondevano unicamente, all’epoca, ai limiti di competenza dei diversi uffici dell’amministrazione coloniale. Dopo l’indipendenza, i Touareg si ritrovarono minoritari in tutti i paesi che si dividevano i loro territori e fu difficile alzare la voce per farsi comprendere e accettare. Questo creò delle situazioni drammatiche ed esplosive, in particolare nel Mali e nel Niger, dove i diversi governi che si succedettero li  marginalizzarono, quando non cercarono, scientificamente, di ridurli. I Touareg vissero questa politica come una discriminazione etnica, come un tentativo di genocidio, vedendosi rifiutare ogni speranza di sviluppo economico e culturale. Un clima di contestazione/repressione si instaurò senza alcuna volontà politica, contro le autorità nigeriane e del Mali, e  trattare questa situazione con il dialogo divenne impossibile. Ai gravi problemi di ordine politico si sovrappose una drammatica carestia  (1973-1984) , che decimò  la quasi totalità dei capi di bestiame. Questa grande carestia del ‘73 venne utilizzata poi come arma per chiudere le diatribe con i Touareg da parte dei governi centrali: pozzi e viveri centellinati, aiuti internazionali rispediti ai mittenti, popolazione allo sbando. Questo condusse molti Touareg a sedentarizzarsi, non senza problemi, intorno ai centri urbani, in esilio. Centinaia di migliaia di Touareg nigeriani e maliani si riversarono in Libia e in Algeria. In Niger la situazione si incancrenì  verso la fine degli anni ‘80. Nel 1990 davanti alla totale assenza governativa gli Uomini Blu si ribellarono e per 5 anni la regione sahariana visse in uno stato di insurrezione e divenne un governo militare. I ribelli affrontarono le forze armate nigeriane in una guerra segnata da una repressione feroce, e l’idea di un territorio libero Touareg del Sahara germogliò  negli spiriti nomadi, ma davanti alle difficoltà di federarsi tra le diverse fazioni ribelli, e l’assenza di ostegni dalla comunità internazionale,  questa idea venne presto abbandonata. La tradizione orale fa discendere i Touareg da Tin Hinan, mitica regina e i comandamenti politici appartengono tradizionalmente, in seno alla confederazione, ai discendenti, in linea diretta, di questa Regina Madre, fondatrice della comunità di lingua e di cultura Touareg. La società dei Touareg è organizzata in “ettebel”, tamburo simbolo del comando e del diritto; questo termine designa uguamente la confederazione politica. Ogni ettebel comprende diversi gruppi (tawshet) sempre discendenti da un ancestre femminile e fa di questa tradizione un fatto eccezionale. E’ una società matriarcale, l’affiliazione è stabilità dalle donne; i bambini appartengono alla tribù e alla classe sociale della madre.I Touareg sono monogami e il primo caso di poligamia riscontrato in Ahaggar apparve nel 1995  presso Kel-Rela è subì la riprovazione generale, in particolare dalla comunità femminile. L’uomo che ripudia la sua donna, qualsiasi possano essere le motivazioni e socialmente condannato. Il matrimonio è costruito su un regime di separazione dei beni e il coniuge è libero di gestire le sue fortune come preferisce. Ad Ahggar, presso gli Imrad, le tende e gli utensili da lavoro appartengono alle donne  e restano di loro proprietà sia in caso di divorzio o di vedovanza. Presso i nobili invece le tende sono proprietà degli uomini. L’economia touareg è varia e riflette da una parte la diversità geografia (Sahara/Sahel) e dall’altra le mutazioni recenti dovute alla modernizzazione dei mezzi di trasporto,  che di fatto ha cancellato il commercio carovaniero.  L’attività economica principale si sviluppa nell’allevamento (bovini,ovini,caprini e dromedari). La gestione delle pasture, rare, implica degli spostamenti frequenti che crea un nomadismo pastorale praticato dai Touareg da secoli. Attualmente, sotto l’effetto della desertificazione che ha decimato una gran parte del bestiame , i Touareg tendono a sviluppare delle attività economiche meno soggette ai climi aleatori, come l’artigianato, il turismo, ecc.. I Touareg che vivono nelle regioni del Sahel, sedentarizzati da lunga data, praticano l’agricoltura e coltivano prevalentemente il sorgo e l’orzo. Questa attività è prodotta nelle oasi, grazie all’acquisizione di tecniche performanti per il raccolto. L’artigianato, molto ricco e diversificato, ha conosciuto un notevole riscontro in questi ultimi anni grazie allo sviluppo turistico.  In certi regioni del Sahara il turismo è diventato la prima attività economica impiegando migliaia di persone (guide, autista, cammellieri, ecc..) Oggi molti Touareg  cercano di tornare al passato evolvendosi verso una vita semi-nomade. Oltre ad allevare animali per il sostentamento, molti di loro stanno riproponendo il trasporto dei beni attraverso il deserto.  Questi beni provengono loro stessi dal deserto, come i blocchi di sale prelevati nelle saline naturali di alcuni laghi salati secchi, il più delle volte situati nell’interno del deserto. I dromedari sono i soli animali che possono sopportare le condizioni del deserto e da secoli, le carovane formate da centinaia di questi quadrupedi, hanno giocato un ruolo primario nel commercio mondiale. Le ultime carovane non hanno nulla di folk e restano un fatto straordinario, considerando la loro utilità economica, che non deve essere dimostrata. Il commercio carovaniero sahariano del sale, praticato dagli Uomini Blu è ancora importante e l’Africa, in particolare le zone sahariane e saheliane, manca di sale. Il bisogno di sale di tutti gli esseri viventi in zone particolarmente calde sono considerevoli ed è  per questo che in Niger, in autunno, le grandi carovane degli Azalaï lasciano la regione dell’Aïr per le saline di Bilma; per tre settimane, le carovane  composte da centinaia di cammelli attraversano l’immenso Ténéré, sino alle saline e ritornano percorrendo oltre 1.000 km con una media di 18 ore di marcia al giorno. Le rotte carovaniere seguono generalmente le distanze più corte tra oasi e i punti d’acqua e molte di queste oasi sono diventate dei centri commerciali importanti e laddove la distanza tra le due sorgenti d’acqua (oasi) è troppo distante e quindi diventa pericolosa per le carovane,  sono stati scavati dei pozzi per rimediare al fabbisogno di acqua. Molti di questi sono in attività già da alcuni secoli, quando notevoli carovane attraversavano il deserto quotidianamente e in ogni periodo dell’anno.

Catastrofe Annunciata in Mali

A causa di una forte siccità, 1,7 milioni di persone sono esposte al rischio di una crisi alimentare in Mali, paese straordinario che amo profondamente. Le autorità di Bamako stanno cercando di acquistare 46.000 tonnellate di cereali per nutrire gratuitamente le popolazioni del Sahel che stanno vivendo questa ennesima tragedia della fame. Pochissime pioggie, un debolissimo afflusso delle acque del Niger e i prezzi del riso aumentati a dismisura sul mercato internazionale stanno creando questa disastrosa situazione. Le autorità maliensi non hanno comunque esitato a lanciare il grido d’allarme  davanti a questa impellente minaccia.  Per Yahya Nouhoum Tamboura, commissario alla Sicurezza Alimentare, un investimento di 82 milioni di euro è necessario per  garantire uno stock alimentare alfine di sopperire ai bisogni delle popolazioni colpite e quelle che abitano attualmente in zone a forte rischio, all’incirca 140  comuni rurali del paese.  Le autorità maliensi hanno paura del periodo che intercorre tra i due raccolti annuali che si annuncia molto più lungo del previsto. Secondo l’ONG Wetlands International alcune immagini satellittari hanno dimostrato una diminuzione del 40% delle zone irrigate in rapporto al 2010. Una catastrofe annunciata.

Il Re dell’Atlas

Si racconta  che dei leoni erano presenti alla corte dei sultani e dei re del Marocco, come segno di obbedienza per i nobili e per il popolo berbero che era parte dell’Atlas, come gli ultimi leoni di Barberia (Panthera leo leo). Nel 1953, quando il sultano  Sidi Mohammed Ben Youssef ( e più tardi il re Mohammed V) venne costretto ad abdicare e messo in esilio, i leoni reali (21 in totale) persero il loro domicilio al  Palazzo, nella foresteria reale. Tre di loro furono inviati allo zoo di Casablanca e il resto del gruppo venne trasferito allo zoo di Meknès. Quando il  re rientrò dall’esilio in Madagascar  nel 1955, i leoni rientrano a Rabat. Durante tutto questo tempo, il mondo continuò a credere che il leone di Barberia era estinto: questa convinzione prematura divenne quasi un fatto accertato quando una malattia respiratoria colpì il re dei leoni alla fine degli anni ’60. A quel punto, SAR Hassan II, allora proprietario dei soggetti, decise di ridurre i rischi di mortalità e di apportare delle migliorie alla vita dei leoni. Un nuovo parco cintato venne costruito a Temara, nei pressi di Rabat, nella casa rerale dei leoni, verso la fine degli anni ’60. Nel 1973 questa struttura venne assorbita dall’amministrazione del Ministero dell’Agricoltura, e divenne lo zoo di Rabat. Nella storia antica gli egiziani furono i primi a cacciare questo superbo animale, con arco e frecce. I Berberi, che vivevano in piccoli villaggi arroccati sulle montagne dell’Atlas e dell’Africa del nord, circa 3.000 anni fa, si difendevano dagli attacchi dei felini ma non costituirono mai una minaccia per la popolazione dei leoni di Barberia. È nell’Impero romano che la popolazione dei leoni di Barberia diminuì drasticamente. Gli imperatori romani cercavano di divertire la popolazione rassicurandoli sul fatto che la loro civiltà aveva il controllo sulla natura. Gli antichi romani esportarono migliaia di leoni dall’Africa del nord per utilizzarli nei giochi del Colosseo a Roma e in altre arene sparse nell’Impero. I leoni vennero trucidati dai gladiatori e la mattanza terminò soltanto verso la fine del VI° secolo, ma i problemi per i leoni di Barberia non erano ancora terminati. Con l’invasione  degli arabi nell’Africa del nord, sempre più numerosi, i leoni si ritirarono progressivamente a causa di una caccia spietata, in quanto rappresentavano un pericolo. Per ogni leone ucciso era prevista una lauta ricompensa. Con l’avvento poi dei cacciatori europei nel corso dell’ultimo secolo, il numero dei leoni crollò. Le guide locali nelle montagne della Tunisia e del Marocco permisero agli europei di cacciare i leoni per sport e per le collezioni dei musei naturalistici, oltre al catturarli vivi per rinchiuderli negli zoo europei. I leoni di Barberia si estinsero in Tripolitania (ovest della Libia) nel 1700. L’ultimo leone di Barberia visto in Tunisia venne ucciso nel 1891 a Babouch, tra Tabarka e Aït-Draham. L’ultimo leone conosciuto in Algeria venne ucciso nel 1983 presso Batna, a 97 km da Costantino. I turchi contribuirono notevolmente a questa carneficina perchè pagavano profumatamente le pelli dei leoni per abbellire l loro palazzi. Numerosi francesi in Africa del nord divennero cacciatori professionisti di leoni, attività molto redditizia all’epoca.  In Algeria, oltre 200 leoni di Barberia vennero uccisi tra il 1873 e il 1883. I leoni sparirono dal lato del confine marocchino nella metà del 1800. In Marocco, alcuni gruppi di leoni sono esistiti sino al XX° secolo e si estinsero alla fine degli anni ’40. L’ultimo animale venne ucciso nel 1942 sulla costa nord del colle del Tichka, in prossimità della strada tra Marrakech e Ouarzazate. Le cause della sua estinzione sono molteplici, ma sicuramente la più importante è la mano dell’uomo. La caccia quindi ma anche i cambiamenti dell’ecosistema indotto dalla coltura intensiva e dai pascoli. Le foreste sono state distrutte per lasciare spazio ai pascoli di bestiame, sempre più numerosi e anche i cervi e le gazzelle (principali nutrimento dei leoni di Barberia) vennero a mancare. Oggi un programma è avviato tra il governo marocchino  e un ONG di scienziati oxfordiani, ma  stenta a decollare. Si tratta di un lavoro di reintroduzione su dieci anni che comporterà diversi fasi di lavori, tra cui una zona protetta di oltre 10.000 ettari in una regione poco popolata, che sarà cintata e protetta. Saranno introdotti alla sua creazione cervi, mufloni, ungulati, scimmie e gazzelle, che dovranno acclimatarsi nella nuova zona. Parallelamente, gli scienziati di Oxford dovranno selezionare i  capostipiti della nuova generazione di leoni di Barberia che verranno inseriti nell’area protetta, poi soggettati ad un programma di riproduzione in cattività. Al governo marocchino tutto questo piace in quanto sarà fonte di reddito per il mercato del turismo ecologico, creando nuovi posti di lavoro. I finanziamenti saranno apportati da alcune sovvenzioni europee. Ma è necessario fare i conti con l’oste: la popolazione locale non sembra essere entusiasta davanti a questo progetto; la reputazione sulla ferocia del leone dell’Atlas suscita molta inquietudine. Anche il bracconaggio potrebbe riprendere il suo corso, a meno che la riserva sia controllata professionalmente. E ancora, il Marocco non giova di una buona reputazione in materia di protezione dell’ambiente. Nello spazio di un secolo, centinaia di specie animali e vegetali si sono estinte nell’indifferenza generale. A titolo di esempio, il coccodrillo del Nilo si estinse in Marocco nel 1930, mentre negli anni ’50 la campanella d’allarme suono’ per lo struzzo, l’oryx e l’addax. Attualmente la pantera è da inscrivere nella lista degli animali estinti in Marocco, anche sono state segnalate in diverse zone del paese, senza però prove tangibili di un loro riconoscimento. In serio pericolo la iena, il ghepardo, il lynx caracal, il gatto delle sabbie, il gatto gigante, il fennec e lo sciacallo. Per chiudere, anche gli ambienti naturali sono nella stessa misura in pericolo. Il deserto avanza e il bestiame non controllato si avventura nelle foreste, causando gravissimi danni irreparabili all’ecosistema. L’estinzione del superbo e magnifico leone dell’Atlas (estinzione prevista entro venti anni se nulla sarà fatto) costituirà una tragedia supplementare alla biodiversità e alla conservazione delle specie, ma le condizioni di reintroduzione del superbo re delle montagnenon sembrano  idilliache.

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Corno d’Africa: la siccità sta uccidendo migliaia di persone.

Dodici milioni di persone non hanno attualmente cibo nel Corno d’Africa in seguito alla siccità e ai conflitti armati che hanno colpito queste regioni. È  la peggiore catastrofe umanitaria dagli anni ’50. Queste le prime righe di una dichiarazione della FAO pubblicate martedì scorso. “Ci sono circa dodici milioni di persone che sono attualmente in una situazione critica” ha dichiarato nella sede della FAO a Roma l’economista Shukri Ahmed. Inoltre ha indicato che nelle zone più colpite come Djibouti, Etiopia, Kenya, Somalia e Uganda, le popolazioni hanno bisogno di un “aiuto immediato” . Questa stima era della scorsa settimana e prevedeva un aiuto per dieci milioni di persone; in una settimana altri due milioni di individui si sono aggiunti a questa tragica emergenza. La maggioranza di loro sono pastori. Vivevano di pastorizia ed è urgente che le loro mandrie siano ricostituite facilitando loro  l’accesso all’acqua e proteggendole dalle malattie. E’ indispensabile fornire del grano e tutti gli strumenti necessari per far si che si possa arrivare alla prossima stagione delle pioggie che inizierà ad ottobre. Secondo Shukri Ahmed i lunghi conflitti che hanno devastato la Somalia sono “il cuore del problema”. Per svolgere qualsiasi azione, è necessaria la stabilità e di una situazione dove ognuno deve fare la sua parte per aiutare queste popolazioni che sono allo stremo.  E i governi? Stanno a guardare. Poi conteremo i morti.

Odette du Puigaudeau, cammelliera di lungo corso.

Nata a Saint-Nazare, in Francia, da un antica famiglia di armatori bretoni, Odette du Puigaudeau è uno di quei personaggi singolari della storia che, giocoforza, diventano ambasciatori delle cause perse. Per lei fu quella del grande nomadismo cammelliero. Nel 1933, la Mauritania era stata appena pacificata, sconosciuta all’occidente e amministrata esclusivamente da uomini. Appassionata, tenace, un filo di arroganza, Odette realizzo’ quattro grandi viaggi in Africa che definirono gli usi e i costumi di una terra lontana. La sua storia. Odette de Puigaudeau (1894-1991) non è definibile con il genere “avventuriera in crinolina“. Era piuttosto un carattere forte, ben temprato, al limite del virile. Ci vuole coraggio per affrancarsi alle grandi carovane del sale di quell’epoca, a piedi o a dorso di cammello, su piste pericolose dove soccombero, prima di lei, numerosi nomi prestigiosi della società della geografia europea. Se la determinazione di Odette era a prova di bomba, a tutti gli effetti non viaggio mai sola ma con Marion Sénones, l’amica di tutta una vita e complice scientifica nella scoperta di un ovest sahariano appena cartografato. Di queste odissee Odette pubblicherà un opera, a volte contestata dal punto di vista accademico (era autodidatta) e le istituzioni cercarono sempre di marginalizzarla. Ma grazie alla superba biografia redatta da Monique Vérite e alla redenzione tardiva delle sue opere e articoli, sappiamo oggi riconoscere quale fu l’apporto dato da questa donna, fuori del comune, nella conoscenza delle società africane prima della colonizzazione. Odette era bretone e in primis oceanografa. Suo padre, pittore della scuola di Pont-Aven, e di sua madra, ritrattista, eredito’ il gusto del disegno e della vita bohèmienne. Pertanto, quando lascio’ la Bretagna, aveva compiuto 26 anni, pronta per farsi accogliere dalla sognata Parigi, dove mise a profitto il suo talento di disegnatrice lavorando su delle tavole di scienze naturali che l’avrebbero condotta, secondo lei, a partecipare alle spedizioni di Charcot nell’Antartico. La spedizione è misogina e la porta restò chiusa. Si indirizzo allora al mondo della moda, con la speranza di vedersi all’estero per seguire le collezioni (diresse con successo per un certo periodo l’atelier di disegno di Jeanne Lanvin). Dopo questa esperienza si diresse verso il naturalismo e saltuarialmente tornò in Bretagna per gravitare intorno ai luoghi di pesca, che la affascinavano. Nel 1928, ottenne un libretto di iscrizione marittima, passaporto indispensabile per imbarcarsi. Per tre stagioni la si vedrà al lavoro sulle imbarcazioni con diverse mansioni e in ultimo una campagna di pesca al tonno. La sua passione per l’oceano permetterà ad Odette di debuttare in una carriera di giornalista, perchè i diari delle sue intrepide avventure marittime conobbero un grande successo editoriale e di pubblico. Ma di grandi viaggi, Odette ha 40 anni, nemmeno l’ombra. Non sarà il mare ma il Marocco e la Mauritania, accostate per la prima volta a bordo di un veliero bretone, nel novembre del 1933, in compagnia dell’amica Marion, incontrata un anno prima. Le due dame riuscirono a farsi finanziare da diversi periodici (L’Illustration, Le Monde Colonial illustré, L’intransigeant) e guadagnare l’appoggio del generale Gouraud, che vide in quella spedizione il mezzo per valorizzare l’azione pacificatrice della Francia. Da Port-Etienne (Nouadhibou, Mauritania), uno dei primi avamposti creati dai francesi alla frontiera del Rio de Oro (Sahara marocchino), arrivarono a Nouakchott a dorso di cammello o a piedi, accompagnate da alcuni indigeni di cui adottò i costumi, visitando entroterra sconosciuti, accampamenti e saline, condividendo il quotidiano con le popolazioni locali. Nessun ristorante alla moda, neppure letti comodi e tantomeno cibi saporiti. Qualche utensile in legno, sacchi di cuoio, mobili locali. “Viaggiare è vincere” recita un proverbio arabo. Immobilizzata diverse volte da gravi problemi di salute, riusciva sempre a ripartire per recarsi alla guetna (fiera dei datteri) che si teneva ogni estate nell’Adrar. Vinse anche sulle frequenti interdizioni lanciate dai militari degli avamposti francesi, dove era mal vista in quanto presenza femminile. Pur proibendo loro di spostarsi per andare a Fort Gouraud, per raggiungere alcuni gruppi nomadi e scoprire nuovi siti, trovò il modo di raggiungerli da Ouadine sino a Chinguetti, un inferno di 400 km percorsi in sei giorni sotto una tempesta di sabbia feroce. Dopo questa, un altra attraversata di nove giorni in un deserto di fuoco in direzione della baia di Saint-Jean, dove si imbarcarono per Nantes, nell’ottobre del 1934. La stampa, che durante la loro assenza aveva pubblicato alcuni reportages, le accolse in modo trionfale. Il mondo della scienza iniziò ad aprire loro le sue porte, con delle conferenze al Museo delle Colonie. Odette in quel periodo pubblicò il suo primo libro, ” A piedi nudi attraverso la Mauritania” con prefazione del generale Gourad, e premiato dall’Acadèmie Française. Dicembre 1936: Odette e Marion vengono incaricate, dal Ministero dell’Educazione Nazionale e delle Colonie, di completare le collezioni archeologiche e etnografiche del Museo di Storia Naturale. Il progetto è ambizioso, seguire le due piste carovaniere che, da secoli, ritmavano l’economia del Sahara. All’andata, la strada dell’ovest, Trik Lemtouni, che tracciava il sud del Marocco sino all’Adrar mauritano; al ritorno, la rotta dell’est, Trik el Djouder, che conduceva a Timboctou e a Tindouf (Marocco). Immobilizzate dalle pioggie invernali per diversi mesi a Tidjjka, capoluogo del Tagant, si impegnarono a raccogliere memorie orali, genealogie tribali, utensili preistorici e manufatti in terracotta. Dettagliarono le condizioni di vita dei mauri e catalogarono i siti rupestri già accennati nel Giornale della Società degli africanisti. Questo secondo viaggio, che si chiuse nel febbraio 1938, dopo 6.500 km di marcia al passo lento delle carovane, è salutato dall’Occidente come un exploit. La guerra metterà un freno alla curiosità delle due donne ma si imbarcarono nuovamente nel 1949. Caricate di alcune missioni scientifiche dal Ministero della Francia d’Outremer, non ricevettero però nessun tipo di sovvenzione. Le relazioni con i ricercatori del Museo dell’Uomo erano tese e molti i problemi irrisolti con i militari colonialisti. Durante i sei mesi di soggiorno nel sud marocchino vennero tenute in ostaggio dalla popolazione e dovettero rinunciare ad affrancarsi ad una carovana che partiva per la Mauritania, che la raggiunsero poi in camion nel giugno del 1950. Dopo dodici anni di assenza da quei territori, Odette è rammaricata: i nomadi si stanno sedentarizzando, emigrano verso le città e le miniere presenti nelle zone. Consacro’ allora tutta la sua vita a difendere la causa dei valori tradizionali di una cultura minacciata, di cui si sentiva solidale. Il destino dei Mauri diventò  il suo destino. Dopo dieci anni di lavoro d’ufficio a Parigi sulle arti e sui costumi dei Mauri, fece un ultimo viaggio in Mauritania nel 1960, l’anno del nucleare nel mondo occidentale. Poi, sollecitata dal governo marocchino per seguire delle ricerche archeologiche nel sud del Paese, si installo a Rabat dove venne nominata capo dell’ufficio di Preistoria del Museo delle Antichità. Quando arrivò l’ora di andare in pensione, a 84 anni (!), infaticabile, intraprese la redazione del quinto capitolo di una tesi che non concluderà mai. La sua morte avvenne a Rabat nel 1991, come Monod o Lothe, quasi centenaria.

 La carovana Azalaî: Straordinaria carovana con migliaia di cammelli che partivano da Timbouctu in direzione delle miniere di sale di Taoudéni, assicurando la vitalità commerciale del Sahara. Si organizzava due volte all’anno, in aprile e in novembre. Dopo aver attraversato l’Azaouad, il convoglio si fermava presso i cento pozzi di Araouane dove, per circa due giorni e tre notti, i pastori abbeveravano sino a 3.500 cammelli caricando le sacche di migliaia di carovanieri. Di seguito la grande tappa sino a Taoudéni, durante la quale uomini e animali venivano messi a dura prova: una attraversata di otto giorni in pieno deserto sahariano senza nessun pozzo d’acqua per il rifornimento.

Da leggere: “Odette du Puigaudeau – Una bretone nel deserto” – di Monique Vérité – Ed.Paris Payot 1992

Questo post è stato selezionato per la prima pagina di PAPERBLOG il 16/06/2011