Archivio Mensile: novembre 2009

Estremismo marocchino e bidonvilles

Nel corso degli anni che hanno seguito i tragici attentati di Casablanca ( 16 maggio 2003), un numero importante di osservatori hanno avanzato l’ipotesi che esiste una relazione causale tra l’esistenza delle bidonvilles e lo sviluppo delle violenze terroriste fondate sull’interpretazione falsificata del Corano. Secondo gli analisti la privazione sociale favorisce la violenza e particolarmente la violenza in nome della religione. L’esistenza di quartieri degradati in Marocco è cosa antica: rimonta all’era coloniale del XIX° secolo. In quell’epoca nuove città sorsero ovunque, costruite per accogliere i coloni francesi, spagnoli e portoghesi. E, nel movimento di esodo rurale, gli abitanti delle campagne abbandonavano le loro case per raggiungere il sogno di una nuova economia e del benessere. Bisogna pero’ sapere che molte di quelle nuove città non accolsero a piene mani i nuovi arrivati. I “piccoli marocchini” ( termine comune degli espatriati per definire le persone che si spostavano per ragioni economiche) si inventarono un nuovo tipo di quartiere: le bidonvilles. Casablanca, Rabat, Meknés, Fez, Marrakech e altre. Le bidonvilles riuniscono tutte le categorie sociali vulnerabili, private di sostegno sociale, anche il più elementare: acqua, elettricità, salute, educazione, trasporti. Queste privazioni, affermano gli osservatori, sono all’origine del comportamento anti-sociale degli abitanti delle bidonvilles. In effetti, economicamente marginati, si sviluppa incontrastata, una contro- cultura che abortisce la cultura dominante e il sistema dei valori. In passato queste zone, dove la legge e l’ordine non si imponevano (specialmente nell’enorme bidonville di Carrière a Casablanca), erano fucine di marocchini demuniti che si contrapponevano con il Movimento Nazionalista, contro l’occupazione francese, negli anni che precedettero il 1956, data in cui il Marocco riacquisto’ la sua indipendenza. Dopo il 1956 questi quartieri si tramutarono in contenitori dove la protesta operaia si opponeva al potere dello stato. Oggi le bidonvilles continuano a giocare lo stesso ruolo nella protesta sociale ma in questo caso l’ideologia che motiva le proteste è radicata nella religione. Questa tipologia di islamismo (o islam politico) ha preso la forma di una ideologia di protesta sociale e di un etica religiosa che pretende il potere. Promette giustizia per tutti in questo mondo e la salvezza per l’altro. Sostituisce il socialismo e il comunismo offrendo ai diseredati il mezzo di esprimere il loro rifiuto nel continuare a soffrire. Questo rifiuto è stato recentemente espresso nella maniera più estrema, attuando diversi attentati e tentativi di attentati a Casablanca, in particolar modo quelli organizzati nelle bidonvilles di Sidi Moumen, Douar Toma e Douar Scuela. Un analisi approfondita delle origini dell’estremismo puo’ includere la povertà e la disoccupazione. Ma questi fattori sociali non spiegano tutto. Le campagne marocchine, sottoposte alle stesse condizioni di povertà, non sono ricorse al terrorismo. Le zone rurali sono sempre organizzate secondo il rispetto di solide tradizioni, gerarchie, riti sociali e religiosi, valori tribali ben radicati nella vita delle campagne. Non è il caso delle bidonvilles, che sono totalmente disconnesse dalle istituzioni ufficiali e dalla società marocchina tradizionale, quindi più recettive alle ideologie estreme dell’Islam politico. Liberare i giovani marocchini da individui che possono gestire la loro situazione per inculcare idee estreme, implica necessariamente una riforma globale del sistema educativo, dei luoghi religiosi e della società, con l’aiuto di una vera emancipazione economica e di una solida giustizia sociale. In questo modo gli abitanti socialmente isolati delle bidonvilles marocchine avranno più chance di diventare membri attivi del tessuto sociale e politico del Paese.

°Ripropongo questo post datato 29 novembre 2009 su di un argomento trattato in questi giorni sui media italiani, anche oggi sulla Stampa di Torino


AÎD MOUBARAK SAID!


La Grande Festa

In Marocco, l’Aîd Al-Adha è l‘Aîd El-Kebir. Una festa per eccellenza. I montoni, per le virtù che sono predestinati, occupano uno spazio centrale nell’immaginario marocchino e quindi nella scelta dell’animale da sacrificare. “Timahdite“, “Sardi” o “Beni Guil” al profumo di artemisia, carne di montone per tutti i gusti perchè, è risaputo, l’Aîd El-Kebir e in primis l’occasione per i marocchini di farsi una bella abbuffata di cibo. Qualche giorno dalla fatidica data (sabato 28 novembre), Aziz è molto preoccupato. Guardiano in una Brasserie di Marrakech, veglia in permanenza alla sicurezza del locale in cambio di un misero salario: 1.000 dh (circa 90 euro). Diventa difficile poter offrire alla sua famiglia il prezioso ovino. Ma qualche habitués del locale ha promesso di aiutarlo e di riunire la somma necessaria all’acquisto del montone.

Un montone di buona taglia costa quest’anno tra i 3.000 e i 4.000 dh.

Aîcha. venditrice ambulante, rumina i suo tristi pensieri. Gira in lungo e in largo la città per vendere i suoi chewing-gum e i suoi Kleenex, ma ragranellare 400 dh (38 euro) che rappresentano il suo scotto da pagare alla famiglia, per la festa, diventa impossibile. Malika invece, donna delle pulizie, per non privare sua madre e i suoi due bambini di festeggiare l’Aîd El Kebir, ha venduto il suo braccialetto, il solo bene che possedeva. Queste donne non sono un esempio isolato. Numerosi sono gli sfortunati che vendono le loro poche cose per festeggiare con fierezza la grande festa. Tappeti, coperte, piatti in ottone o in argento, televisori e diversi oggetti indispensabili sono in attesa di compratori nei mercati che sorgono spontanei nelle strade della città. Quest’anno il montone costa molto e diventa un impresa ardua nel già misero budget familiare. Anche i salariati e i funzionari delle varie gategorie si affidano ai microcrediti delle banche o delle società specializzate, come per gli acquisti di cucine o automobili. 

Ci si domanda chi, tra l’uomo  e l’animale, è l’oggetto del sacrificio…

Il prezzo del sacrificio non è solo l’animale immolato. Non sarebbe più saggio rinunciare piuttosto che rovinarsi ancora e ancora?  Se voi fate questa domanda ad Aziz, la risposta adirata è la seguente: “Vi state prendendo gioco di me? Che cosa penserebbero di me i familiari, i miei bambini, se non sono in grado di offrirgli nemmeno un montone, non sarei più un uomo ai loro occhi. Mi rinnegherebbero, piuttosto mi impicco ma non posso dare a loro questa impressione“.Per la gente umile, del popolo, l’Aîd El-Adha non ha prezzo. Sono pronti a tutto pur di trovare i mezzi per celebrarla. La venditrice ambulante si converte, senza vergogna, mendicando, chiedendo l’obolo ai suoi clienti dei Kleenex: “Non arrossisco per quello che faccio perchè se non ricorro alla carità della gente non potrei fare la festa come tutti, e questa festa è sacra per me“.

L’Aîd El-Adha.

Per mettere alla prova Abramo, Dio gli ordina di immolare suo figlio, Ismaele (vedi anche alla Cat.ReligioneAid El Kebir 2009). In segno di obbedienza Abramo si appresta ad eseguire l’ordine divino, quando sente una voce che gli ordina di interrompere il suo gesto. Questo sacrificio è commemorato ogni anno dal giorno dell’Aîd Al-Adha. In Marocco, il senso di questo rituale non è sovente perseguito, come conferma il suo nome, Aîd El-Kebir, la Grande Festa. “La sostituzione di Aîd E-El Kebir all’Aîd Al-Adha non è fortuita“, commenta il filosofo Otmane Benalila, “questo significa che i marocchini hanno trasformato una festa rituale in una festa tout-court. Quindi un momento di gioia, di leggerezza, di allegria che si sviluppa anche con danze e canti. Ma anche un momento dove si esaltano le nostre virtù profonde, la generosità che si manifesta con i doni ai più sfortunati, dallo scambio di cibo e dalla condivisione“.Non si puo’ che non sottoscrivere questa affermazione. Aggiungendo che l’Aîd El-Kebir non è una semplice festa, ma la festa per eccellenza e perchè appunto, l’animale che viene sacrificato, il montone, é l’icona irraggiungibile, l’agognato traguardo annuale.

“ Un montone senza corna? Non lo vorrei per niente al mondo”.

Più il montone è bello, sano e in carne, più il suo sacrificio puo’ prodigare tutta la sua “Baraka” (benevolenza). Per questo deve essere vivo , perche la “Baraka possa avere il suo effetto. La maggiorparte dei marocchini disdegnano i supermercati, malgrado le loro offerte vantaggiose e frequentano, in questa occasione, i souks (mercati), dove rischiano di farsi abbindolare.  Abdellatif, insegnante in un collegio, prima di acquistare l’animale, si prende tutto il suo tempo; giudica, valuta, scruta, soppesa. Il “Sardi” (80/90 cm al garrese, 70/100 kg di peso), senza dubbio in ragione del suo muso nero, dei suoi occhiali intorno agli occhi e le sue corna imponenti, seduce i marocchini. A torto, Abdellatif vi dirà che il suo gusto lascia a desiderare e il suo peso lo rende leggero e poco consistente nelle sue carni. Il montone “Timahdite ” del Medio Atlas si riconosce per il suo colore bruno e non ha grandi estimatori. Gli amatori invece dei grandi animali, secondo il nostro esperto Abdellatif, trovaranno “pane per i loro denti” nella razza “Boujaad“, dalla testa color zafferano che accentua il suo candore. Ma i palati raffinati dovranno avvicinarsi al “Beni Guil“. Questi animali si nutrono prevalentemente di artemisia, sul plateaux centrale dell’Orientale, quindi possiedono una carne tenerissima. Sfortunatamente, per quelli che hanno gli occhi più grandi della pancia, questa razza è squalificata in ragione della sua taglia media e del suo peso (50kg circa). In questo affare sono le donne che hanno sempre l’ultima parola. Se i loro mariti si presentano con un montone non conforme a certi criteri il rischio è, per il coniuge, di assistere ad una vera e propria crisi isterica. “L’anno scorso ho acquistato un montone una settimana prima della festa, ma mia moglie trova sempre dei difetti rispetto al montone dei vicini. Quest’anno attendo che i vicini acquistino il loro montone per poterne comprare uno simile al loro, secondo la volontà di mia moglie“, dichiara Hamuda guardando storto la sua metà. Una volta che il montone è penetrato nella sua ultima dimora, è trattato con cura e dedizione. Poi brutalmente affamato alla vigilia del sacrificio, senza ragione. I suoi belati fendono il cuore. Ma i coltelli si affilano. L’impazienza è tangibile. Dopo la preghiera dell‘Aîd, si passa all’azione. Generalmente è l’uomo più anziano della famiglia o un macellaio che si incarica dell’esecuzione. In un tempo da record  sgozza il montone, lo scuoia, lo svuota e lo aggancia come un semplice coniglio. Le donne lavano, poi sospendono il fegato e il cuore, puliscono e mettono a seccare le trippe, arrostiscono la testa e le zampe. Dopo questo si passa alle cose serie, vale a dire la grande abbuffata. L’Aîd El-Kebir  non è altro che ingozzarsi all’ennesima potenza. Secondo modi diversi, secondo le Regioni.  Boufalf (spiedini di fegato), Couscous con spalla o con la testa e i piedi del montone, Bekbouka (trippe farcite), petto arrostito, Mrouzia ( carne con cipolle e uva passa)…, e tutte le declinazioni possibili. Qualche giorno dopo, non resta più niente del sacrificio, solo pelli da seccare al sole d’Africa. Il pittore Abdelkrim Ghattas ha pensato ad una installazione  pttorica. Un opera d’arte? Piuttosto le stigmate di nozze barbare condotte a grandi passi da un marocchino sanguinario, con un animale candido e dolce

Font: La Vie Economique - Tayeb Houdaîfa

vedi anche:  http://myamazighen.wordpress.com/2009/11/24/aid-el-kebir-istruzioni-per-luso/

http://myamazighen.wordpress.com/2009/11/18/aid-el-kebir-2009/


Aîd El Kebir: religione o carneficina?

Ci siamo. Qualche giorno ancora è l’Aîd El-Kebir, come si chiama in Marocco l’Aîd El-Adha, arriverà. Arriverà a stordirmi la vita.  Premetto che sono ospite in questo Paese quindi accetto e rispetto in toto le loro tradizioni e tutto quello che è la loro cultura, ma l’Aid El-Kebir è un vero incubo per me. La soluzione? Semplice, mi barrico nel Riad e per un paio di giorni non metto fuori il naso, e mi tappo le orecchie perchè nella medina si sentono belati strazianti ovunque, come adesso che sto scrivendo dall’ufficio.  In questi giorni centinaia di dibattiti sui blogs degli animalisti, nelle televisioni e sui giornali mettono, come ogni anno, il dito nella piaga. Perchè far soffrire cosi’ gratuitamente un povero animale lasciandolo cosciente durante la sua agonia?,  perchè non cercare almeno di stordirlo perchè i suoi ultimi minuti di esistenza siano lievi?..,  perchè in nome di un rituale antico di secoli non si puo’ trovare una soluzione più accettabile considerando che siamo nel terzo millennio?…..potrei andare avanti all’infinito. La mia riflessione parte da un altra considerazione: perchè la corrida, strumento di spettacolo ( e non religioso) continua ad esistere in un Paese assolutamente civile rispetto a molti Paesi arabi?   La pratica della tauromachia è puramente spettacolare, racchiudendo in se una nicchia culturale certo,  ma pur sempre spettacolo per le folle. E ancora penso agli allevamenti intesivi dei vitelli da latte o alla forzata alimentazione delle oche per produrre un fegato enorme e di conseguenza un paté consistente e brelibato (per gli estimatori). Tante sono le questioni  sul tavolo e ovviamente trovare una risposta solida non è facile. Qui si tratta di morte (come nella corrida) in nome di una tradizione religiosa che, a detta di molti esperti arabi, ha sconfinato nella pura festa goliardica e godereccia. Tutti quelli che erano i pressuposti di pietà, di condivisione, di solidarietà, sono pressochè scomparsi in questi tempi moderni. Quindi allora perchè non trovare una soluzione e permettere che questo sacrificio diventi più tollerato anche dalle frange occidentali più intolleranti? La risposta secondo me e semplice e di facile interpretazione. Il procedimento dello sgozzamento, lasciando l’animale cosciente, coricato su di un fianco con la testa rivolta verso la Mecca, pronunciando alcune parole dedicate ad Allah, non è una pratica ad uso esclusivo dell’Aid El-Kebir ma é la procedura consueta nei mattatoi islamici.  Sempre si dissangua l’animale perchè la carne deve essere Halal e qualsiasi tipo di animale riceve questo trattamento, non solo il montone ma galline, mucche, conigli e uccelli. Quindi il problema si ribalta e diventa più generale. E’ vero che durante l’Aïd in Marocco quasi 5 milioni di montoni vengono sgozzati all’unisono e lasciati agonizzare, ma cio’ non toglie che non sia un caso isolato, un giorno all’anno. Quindi, a mio giudizio, è un problema culturale e di civiltà (non di religione), di metodo, che non puo’ essere eliminato da un giorno all’altro. La religione non richiede espressamente che l’animale sia vigile e cosciente.  Durante una conferenza tenuta al Cairo nel 1966, sotto il patrocinio dell‘Accademia Islamica, un buon numero di eruditi musulmani si sono espressi sul soggetto del sacrificio nell‘Islam. Una delle conclusione è stata: ” Il Corano formula chiaramente che il Creatore (Dio) non desidera il sacrificio come tale, ma come simbolo della devozione a Dio del sacrificante. Il versetto del Corano 22:37 indica espressamente che il sacrificio  non deve sussistere come componente essenziale della religione, ma un atto di carità destinato ai poveri“. Questa espressione di sacrificio permette di perpetuare una necessità di ordine umanitario, la prova provata di una  compassione verso i fratelli umani nel bisogno, come testimonianza della compassione che Dio accorda agli uomini. Il Grand Mufti di Marsiglia ha dichiarato che ” Durante i primi tempi dell’Islam la tradizione di offrire degli animali aveva un senso. La carne era un ingrediente essenziale dell’alimentazione umana. Nei nostri giorni uccidere un animale è diventato un rituale vuoto e il senso profondo dell’atto è stato dimenticato“.  Ha concluso esprimendo il concetto che “l’immolazione di un montone nell’occasione dell’Aid  El-Kebir non è un pilastro dell’Islam, ne un obbligazione comparabile alla preghiera o al digiuno del Ramadan“. Detto questo si puo’ tranquillamente affermare che nulla vieta di stordire l’animale prima di procedere allo sgozzamento, non vi è traccia alcuna sul Corano che proibisca questa pratica di pietà. Anzi, in alcuni Paesi a forte componenete islamica questa pratica è già una realtà, come in  Kenia e in alcuni Paesi asiatici. Credo sia esclusivamente una questione di tempo e anche il Marocco, molto vicino all’Europa,  si uniformerà alle leggi vigenti, in funzione del fatto che è disumano far soffrire gli animali in questo modo e, cosa molto importante, per una questione di igiene. La maggiorparte di questi sacrifici non sono compiuti in mattatoi autorizzati ma nelle singole abitazioni dei privati, a volte in condizioni deprecabili. Questo comporta tutta una serie di problemi sanitari non indifferenti, con la presenza costante di bambini e anziani, che sono i soggetti più esposti e più fragili.  So per certo comunque che una percentuale di persone, ogni anno più numerose, di ceto medio alto e culturalmente preparate, scelgono i giorni dell’Aid per andarsene in viaggio, in Paesi dove ovviamente non si festeggia questa tradizione. Mentre dilaga in in Algeria una moda che vuole il combattimento tra possenti maschi di montone che, ovviamente, porta alla morte di uno dei due animali. Non è servito il richiamo degli Imam del Paese per scongiurare questa attività, e per 3/4 giorni prima del sacrificio in ogni luogo si improvvisano i combattimenti. Spero tanto che questa moda non dilaghi anche qui in Marocco! Queste considerazioni comunque mi conducono al discorso precedente; è un problema di cultura e non di religione, di civiltà e di rispetto verso tutti gli esseri viventi.  Mi rammento, per chiudere e spezzare una lancia, di certe pratiche che ancora oggi in un paese civile come l’Italia, perdurano nelle campagne. Molte volte mi sono fermato alla vista, in qualche bella aia del cuneese, di conigli appesi a dissanguare o a vedere l’amico contadino che, con un colpo preciso, sgozzava il povero pennuto; non dico che tutto il mondo è Paese ma cerchiamo di essere realisti e comprendere che costumi di una qualsiasi società sono difficili da sdradicare, quindi pazienza e coraggio, affidando alle nuove generazioni un po’ più di buonsenso.

Vedi anche http://myamazighen.wordpress.com/2009/11/18/aid-el-kebir-2009/


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