
31.620801
-7.983810
Lascia un commento | etichette: 2012, giornata, memoria, shoa | pubblicato in: Agenda
Brad Pitt, in coppia con Angelina Jolie e papà di sei bambini, si è confidato in un intervista al magazine “The Hollywood Reporter”. L’attore ha spiegato di essersi trovato in uno “stato deplorevole alla fine degli anni ’90, diventando quasi un vegetale senza potersi sopportare“. Fu allora che decise di arrivare in Marocco, precisamente sbarcando a Casablanca, e si rese conto della reale povertà e comprese quanto” fosse irrisoria e futile la sua situazione“. “Ho scoperto l’estrema povertà, non l’avevo mai avuta così vicina e compresi quanto fossi fortunato”. Dopo quel viaggio rivelatore, l’attore americano si è recato in diverse occasioni nel reame marocchino per girare alcune sequenze dei films “Spy Game”, “Troia” e “Babel”.
31.620801
-7.983810
1 commento | etichette: brad, casablanca, depressione, hollywood, intervista, marocco, pitt, reporter | pubblicato in: Agenda
Albert Schweitzer nacque a Kaysersberg, in quella zona dell’Alsazia del Sud appartenente al dipartimento dell’Alto Reno (territorio francese prima del 1871 e dopo il 1919), il 14 gennaio 1875. Suo padre, Ludwig Schweitzer, era un pastore luterano a Gunsbach, un piccolo villaggio alsaziano in cui crebbe il giovane Albert. Era un bambino malaticcio, tardo nel leggere e nello scrivere, faceva fatica a imparare. Da fanciullo riusciva egregiamente solo nella musica, a sette anni compose un inno, a otto iniziò a suonare l’organo, a nove sostituì un organista nelle funzioni in chiesa. Aveva pochi amici, ma dentro di sé coltivava già una spiccata e generosa emotività, estesa anche agli animali, come dimostra la preghiera che, sin da bambino, rivolgeva a Dio invocandone la protezione verso tutte le creature viventi. Terminate le scuole medie, il giovane Albert s’iscrisse al liceo più vicino, a Mulhouse, dove si trasferì, ospitato da due zii anziani e senza figli. Fu proprio la zia che lo obbligò a studiare pianoforte. Al liceo Albert Schweitzer ebbe come insegnante di musica Eugen Munch, famoso organista a Mulhouse della chiesa di Santo Stefano, che gli fece conoscere la musica di Bach. Fu presto chiaro sia a Munch, sia a Charles-Marie Widor, noto organista della chiesa di Saint Sulpice di Parigi, che Schweitzer conobbe nel 1893 durante un soggiorno nella capitale francese, che il giovane Albert aveva un vero e proprio talento per l’organo. Dopo gli studi classici e le lezioni di pianoforte, nell’ottobre del 1893 si trasferì a Strasburgo per studiare teologia e filosofia. In questi anni si sviluppò la sua passione smodata per la musica classica e, in particolare, per Bach. Per quanto concerne lo studio della filosofia, fu assiduo frequentatore dei corsi di Windelband riguardo alla filosofia antica e di Theobald Ziegler (che sarà suo relatore di tesi) riguardo alla filosofia morale. Nel 1899 conseguì la laurea con una tesi sul problema della religione affrontato da Kant e fu nominato Vicario presso la chiesa S. Nicolas di Strasburgo. Nel 1902 ottenne la cattedra di teologia e, l’anno successivo, divenne preside della facoltà e direttore del seminario teologico. Pubblicò varie opere sulla musica (alcune su Bach), sulla teologia, approfondì i suoi studi sulla vita e sul pensiero di Gesù Cristo, ed eseguì vari concerti in Europa. Nel 1904, dopo aver letto un bollettino della società missionaria di Parigi che lamentava la mancanza di personale specializzato per svolgere il lavoro di una missione in Gabon, zona settentrionale dell’allora Congo, Albert sentì che era giunto il momento di dare il proprio contributo e, un anno dopo, all’età di trent’anni, si iscrisse a Medicina, per specializzarsi a trentotto in malattie tropicali. Egli, che sin da piccolo aveva mostrato una spiccata sensibilità nei confronti di ogni forma vivente, sentì come irresistibile il richiamo-vocazione a spendere la sua vita a servizio dell’umanità più debole. Non fu tuttavia facile, per l’organista e insegnante Schweitzer rinunciare a quella che era stata la sua vita fino a quel momento: la musica e gli studi filosofici e teologici. Schweitzer sapeva però di dover realizzare quanto si era prefissato da vari anni. Nel 1911 prese la seconda laurea in medicina e si specializzò appunto in malattie tropicali. Schweitzer aveva le idee chiare anche sulla sua destinazione una volta ottenuta la laurea in medicina: Lambaréné, una città del Gabon occidentale in quella che era allora una provincia dell’Africa Equatoriale Francese. In una lettera scritta al direttore della Società Missionaria di Parigi, Alfred Boegner – di cui l’anno prima aveva letto un articolo sulla drammatica situazione delle popolazioni africane afflitte dalla lebbra e dalla malattia del sonno, bisognose di un’assistenza medica – Schweitzer spiegò la sua scelta: “Qui molti mi possono sostituire anche meglio, laggiù gli uomini mancano. Non posso più aprire i giornali missionari senza essere preso da rimorsi. Questa sera ho pensato ancora a lungo, mi sono esaminato sino al profondo del cuore e affermo che la mia decisione è irrevocabile”. I missionari furono inizialmente scettici sull’interesse dimostrato dal noto organista per l’Africa. La risposta di Schweitzer fu quella di impegnarsi a raccogliere fondi per conto proprio, mobilitando amici e conoscenti e tenendo concerti e conferenze per realizzare il sogno di costruire un ospedale in Africa. Imbarcatosi a Bordeaux sul piroscafo Europa, approda, il 16 aprile 1913, a Port Gentil e, attraversando l’Ogooué, giunge sulla collina di Andende, sede della missione evangelica parigina di Lambaréné, dove, accolto dagli indigeni, appronta alla meglio il suo ambulatorio ricavato da un vecchio pollaio, con una rudimentale ma efficace camera operatoria, cui venne attribuito il suo stesso nome: Ospedale Schweitzer. Ad accompagnarlo in questa sua avventura è una giovane donna, di origine ebrea, che di Schweitzer sarebbe diventata la moglie e la compagna di vita: Hélène Bresslau, conosciuta nel 1901 a una festa di nozze. Albert e Hélène si sposarono nel 1912, dopo che Hélène ebbe ottenuto il diploma di infermiera, conseguito per realizzare il sogno comune con il marito. Cominciano ben presto ad arrivare ogni giorno almeno una quarantina di pazienti. Albert ed Helene si trovano di fronte malattie di ogni genere legate alla malnutrizione, così come alla mancanza di cure e medicinali: elefantiasi, malaria, dissenteria, tubercolosi, tumori, malattia del sonno, malattie mentali, lebbra. Per i lebbrosi, molto più tardi, nel 1953, coi proventi del Nobel per la Pace, costruirà il Village Lumière. Quando nel 1913 il medico alsaziano si imbarcò finalmente per Lambaréné con la moglie, accompagnato da numerose critiche da parte dei suoi familiari, insieme alla settantina di casse e attrezzature varie destinate alla costruzione del nuovo ospedale, egli portò con sé un pianoforte speciale, dono della Società bachiana di Parigi, appositamente costruito per resistere all’umidità e alle termiti africane. Fu questo il suo compagno di ogni giorno, lo strumento sul quale continuò a studiare, alla luce di una lampada a petrolio, nelle pause del lavoro e nel silenzio delle notti africane, quando non era impegnato a scrivere i suoi testi di filosofia e le lettere agli amici. Le giornate di Schweitzer passavano poi a curare la malattie che affliggevano la popolazione di Lambaréné. I suoi inizi nel cuore dell’Africa furono assai difficili: oltre a dover lottare contro la natura che lo circondava, piogge torrenziali, animali feroci o infidi come serpenti e coccodrilli, dovette vincere la diffidenza degli indigeni prima, e poi la loro ignoranza.
Non fu facile avvicinare gli ammalati che si fidavano solo dei loro stregoni (con cui in seguito sviluppò un rapporto di amicizia); le cure del medico bianco non erano da principio ben accolte. La prima operazione di Schweitzer, su un trentenne, colpito da un’ernia che gli stava andando in peritonite, si svolge infatti in un clima surreale. Una volta che il paziente è stato sedato, Schweitzer, nel silenzio della popolazione che seguiva l’operazione, si muove con gesti precisi, conscio che se provocherà la morte di quell’uomo anche la sua sorte sarebbe stata compromessa. L’operazione, la prima di una lunghissima serie, andrà a buon fine. Poi, quando si riversarono a frotte nelle sue baracche per farsi curare, non seguivano le istruzioni del medico bianco, a volte le pomate che dovevano essere usate per la cura della pelle venivano mangiate, altre volte ingoiavano in una volta sola un intero flacone di medicinale. Non era facile trattare con gli indigeni, non era facile farsi capire, ma Schweitzer non si diede mai per vinto; le difficoltà, le avversità, la mancanza di alimenti o di medicinali non erano sufficienti per farlo arretrare. Schweitzer costruì a poco a poco un villaggio indigeno, i malati vi giungevano da ogni parte, spesso con le loro famiglie e tutti venivano ugualmente accolti, le loro usanze rispettate e così le loro credenze. Ogni paziente continua ad essere accompagnato dai parenti e dai figli e spesso anche dalle anatre. Piano piano il “grande medico bianco” conquista la fiducia della gente di Lambaréné, e non solo. Dal profondo della foresta, da villaggi lontani anche centinaia di chilometri, arrivano malati desiderosi di cure. Schweitzer (e la sua comunità di medici volontari che piano piano cresce intorno a lui) diventa un benefattore, una figura di riferimento, e le notizie di quello che sta facendo nel cuore dell’Africa più nera smuovono l’opinione pubblica mondiale. Nel 1914 Hélène e Albert Schweitzer furono messi agli arresti domiciliari a causa della loro nazionalità tedesca. Il 5 agosto di quell’anno, giorno in cui ebbe inizio la Prima Guerra Mondiale, i coniugi Schweitzer vennero dichiarati prigionieri di guerra dai francesi, come cittadini tedeschi che lavoravano in territorio francese. Avevano il permesso di restare a casa, ma non potevano comunicare con la gente né accogliere i malati. Più tardi i francesi li espulsero dall’Africa spedendoli in un campo di lavoro nel sud della Francia. Secondo quanto racconta Edouard Nies-Berger, in “Albert Schweitzer m’a dit“: ”La coppia Schweitzer fu fermata dalle autorità militari francesi per ragioni di sicurezza. Erano entrambi cittadini tedeschi, e la signora S., molto vicina alla Germania, aveva criticato il governo francese in alcune lettere trovate poi dalla censura. A credere a certe voci, Schweitzer era considerato una spia tedesca, ed il Kaiser avrebbe avuto intenzione di nominarlo governatore dell’Africa equatoriale nell’ipotesi di una vittoria tedesca. I servizi segreti avevano trovato nel suo baule un documento che certificava l’offerta, e questa storia lo avrebbe perseguitato per il tutto il resto della sua vita“. In luglio furono rilasciati grazie all’intervento di amici parigini, in particolare di Charles Marie Widor. Durante uno scambio di prigionieri verso la fine della guerra, nel 1918 poterono ritornare in Alsazia. Durante la prigionia avevano contratto entrambi la dissenteria e la tubercolosi e sebbene Albert si sarebbe ripreso grazie alla sua forte fibra non sarebbe stato lo stesso per la moglie, le cui condizioni di salute peggioravano sempre di più. L’idea di tornare in Africa per Albert si dissolveva sempre di più, insieme ai sogni avviati a Lambarenè, aggravata dalla guerra. Un nuovo barlume di speranza si accese con la nascita della figlia Rhena, il 14 gennaio 1919, giorno del compleanno del medico. Le sofferenze provate in prima persona lo aiutarono ulteriormente a comprendere meglio gli altri, mentre il recupero del lavoro come assistente medico presso l’ospedale di Strasburgo, la riconquista delle sue funzioni di pastore presso la chiesa di Saint Nicolas di Strasburgo, contribuirono molto al recupero delle sue energie psico – fisiche. La ripresa dei concerti d’organo inoltre, con una tournée in Spagna, gli dimostrò che era ancora molto aprrezzato come musicista. Dal punto di vista scientifico gli venne conferita la laurea honoris causa dall’Università di Zurigo e nel 1920 Albert fu inviato dall’arcivescovo svedese dell’Università di Uppsala per una serie di conferenze che, insieme ai concerti d’organo che seguirono prima in Svezia, poi in Svizzera, gli permisero di raccogliere i nuovi fondi da inviare a Lambarenè per le spese di mantenimento dell’ospedale negli anni di guerra. Nel 1921 pubblicò un libro di ricordi africani, All’ombra della foresta vergine, il cui contenuto si può ancora considerare indicativo per le azioni che si intraprendono per i Paesi in via di sviluppo. Il 14 febbraio 1924 Albert lasciò Strasburgo per raggiungere di nuovo l’agognata missione di Adendè il 19 aprile. Dell’ospedale non era rimasta che una baracca: tutte le altre costruzioni avevano ceduto col passare degli anni o erano completamente crollate. Organizzandosi per fare il medico di mattina e l’architetto nel pomeriggio, Albert dedicò i mesi successivi alla ricostruzione, tanto che nell’autunno del 1925 l’ospedale poté già accogliere 150 malati e i loro accompagnatori. Alla fine dell’anno l’ospedale operava a pieno ritmo, ma un’epidemia di dissenteria obbligò il suo fondatore a trasferirlo in una zona più ampia, tanto da doverlo costruire per la terza volta. il 21 gennaio del 1927 furono trasferiti gli ammalati nel nuovo complesso.
Albert racconterà così la commozione della prima sera nel nuovo ospedale: ‘’Per la prima volta da quando sono in Africa, degli ammalati sonno alloggiati come si conviene per degli uomini. È per questo che levo il mio sguardo riconoscente a Dio, che mi ha permesso di provare questa gioia“. Complessivamente Albert fece diciannove viaggi a Lambarenè. Ovunque andasse era oberato di impegni: in Africa oltre che medico, era anche il costruttore e l’amministratore dell’ospedale. In Europa insegnava, sosteneva concerti e conferenze, scriveva libri per raccogliere fondi per la sua opera. Spesso veniva insignito di lauree Honoris causa e di molteplici riconoscimenti, tanto che la rivista Time lo considerò ‘’il più grande uomo del mondo’’. Non era stato né il primo né l’unico medico ad inoltrarsi nella foresta vergine, ma il suo pensiero, il suo spirito, la sua personalità erano diventati un riferimento per molti,che in tutto il mondo condividevano i suoi ideali, tanto che vari professionisti seguendo il suo esempio si misero a servizio di opere umanitarie o missionarie in Africa. La sua tempra fisica, il suo carattere fermo unito a grande sensibilità e intelligenza, il rispetto per ogni forma di vita, la perseveranza, la fede, la musica d’organo e ogni opera che compiva vivendola appassionatamente, erano i motivi del suo successo. Ciononostante il grande uomo, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, rimaneva notevolmente umile e timido. Confessò a un suo corrispondente svizzero: ‘’..soffro di essere famoso e cerco di evitare tutto ciò che attira su di me l’attenzione”. Nel 1952 fu insignito del Premio Nobel per la Pace con il cui ricavato fece costruire il villaggio dei lebbrosi inaugurato l’anno successivo con il nome di Village de la Lumière (villaggio della luce). Nei pochi momenti liberi che aveva, lavorando fino a tarda ora, si dedicava alla lettura e allo scrivere, ma anche questi avevano come scopo finale il mantenimento del suo ospedale a Lambaréné. Non volle più ritornare a vivere nella sua terra natale, preferendo morire nella foresta vergine vicino alla gente a cui aveva dedicato tutto se stesso. Ed il 4 settembre 1965 morì, ormai novantenne, poco dopo sua moglie, nel suo amato villaggio africano di Lambaréné. Migliaia di canoe attraversarono il fiume per portare l’ultimo saluto al loro benefattore, che venne seppellito presso l’ansa del fiume. I giornali occidentali ne annunciarono la morte: “Schweitzer , uno dei più grandi figli della Terra, si è spento nella foresta”. Il posto di Schweitzer sarà preso dal successore da lui designato, Walter Munz, un medico svizzero che a soli ventinove anni, nel 1962, aveva abbandonato una vita tranquilla e agiata in Europa per dare una mano a Lambaréné. Dagli indigeni con cui visse fu denominato Oganga Schweitzer, lo “Stregone Bianco Schweitzer”. Il suo primo intento era quello di scrivere un libro che fosse solo una critica alla civiltà moderna e alla sua decadenza spirituale causata dalla perdita di fiducia nei confronti del pensiero. Egli riteneva a tal proposito che una civiltà di tipo occidentale nasceva e prosperava quando a suo fondamento si trovava l’affermazione etica del mondo e della vita, che, per andare di pari passo, dovevano essere fondate sul pensiero. Riteneva che la decadenza del mondo moderno fosse data dal fatto che al progresso materiale non corrispondesse il progresso morale. Quest’ultimo non si era realizzato perché fondato su credenze – quelle religiose del cristianesimo – e non su un pensiero profondo: il progresso morale non poneva le sue basi sulla meditazione rivolta all’essenza delle cose. Passando in rassegna tutte le etiche del passato, egli riscontrò che erano tutte in qualche modo limitate, o perché troppo lontane e astratte dalla realtà o perché relativistiche, mentre per lui un’etica, per essere tale, doveva essere assoluta: ciò che a tutte mancava era un fondamento vero e indiscutibile. Trovò la soluzione del suo problema nel 1915 durante un viaggio intrapreso lungo il fiume dell’ Ogoouè, per andare a curare dei malati: “La sera del terzo giorno, al tramonto, proprio mentre passavamo in mezzo a un branco di ippopotami, mi balzò d’improvviso in mente, senza che me l’aspettassi, l’espressione «rispetto per la vita. Avevo rintracciato l’idea in cui erano contenute insieme l’affermazione della vita e l’etica.” . Elaborò a partire da questo momento un’etica che non si limitava al rapporto dell’uomo con i suoi simili, ma che si rivolgeva a ogni forma di vita; un’etica completa perché totalmente integrata e armonizzata in un rapporto spirituale con l’Universo. Queste idee non verranno pubblicate che nel 1923, inizialmente in due volumi successivamente riuniti sotto il titolo di “Kultur und Ethik“.
“ Nessuno dovrebbe tollerare che vengano inflitte agli animali delle sofferenze e neppure declinare le proprie responsabilità. Nessuno dovrebbe starsene tranquillo pensando che altrimenti si immischierebbe in affari che non lo riguardano. Quando tanti maltrattamenti vengono inflitti agli animali, quando essi agonizzano ignorati per colpa di uomini senza cuore, siamo tutti colpevoli“
“ L’unica cosa importante quando ce ne andremo, saranno le tracce d’amore che avremo lasciato“


31.620801
-7.983810
Lascia un commento | etichette: africa, afrik, albert, arrakech, bach, benessere, biografia, blog, city, congo, costumi, cristianesimo, della, equatoriale, etica, filosofico, filosofo, foresta, francese, gabon occidentale, gentil, gestione, golfame, guerra, indigeni, informazioni, islam, italiana, lambaréné, lebbra, luce, maghreb, medico, medina, mondiale, monumenti, morale, musei, musicista, nera, nobel, occidente, ogooué, opere, organo, ospedale, pace, paolo, pensiero, pianoforte, port, prima, red, Religione, riad, schweitzer, secolo, Sociale, Solidarietà, spiritualità, Sport, tedesco, teologo, umanitarie, usi, vergine, villaggio, volontario, x | pubblicato in: Portraits
L’Aïd Al Mawlid Annabawi, festa che commemora la nascita del Profeta Maometto, sarà celebrata domenica 5 febbraio 2012. Un comunicato del Ministero degli Habous e degli Affari Islamici ha annunciato che il primo del mese dell’Hegira Rabi I dell’anno 1433, cadrà mercoledi’ 25 febbraio 2012 mentre l’Aïd Al Mawlid Annabawi si svolgerà domenica 12 Rab I dell’anno 1443 (5 febbraio 2012). Questa festività in Marocco è commemorata dal 1881, corrispondente all’anno 1292 del calendario dell’Hegira ed è celebrata con diverse veglie religiose di preghiera. Ogni anno, in questa occasione, la città di Salè accoglie una importante e spettacolare processione secolare, quella dei ceri*, che celebra l’Aïd Al Mawlid Annabawi Acharif.

*Il Moussem dei Ceri a Salé o Moussem di Sidi Abdallah Benhassoun è una tradizione ancestrale che celebra l’Aid Al Mawlid caratterizzata dall’organizzazione di attività culturali e pedagogiche oltre ad una cerimonia religiosa chiamata delle Chorfas Hessounyine. Questo Moussem riveste un aspetto religioso, artistico, culturale di beneficienza ed è l’occasione per commemorare la vita del profeta Mohammed, la sua nascita, i suoi miracoli, la sua fede, i suoi atti e sopratutto la grandezza dell’Islam. La città di Salé vive per una settimana intera al ritmo del Moussem. La processione dei ceri, che sono presenti ovunque nella città, oo portati a spalla dopo la preghiera di Al Asr (11 Rabii) in direzione del Mausoleo Sidi Abdallah Benhassoun. Il corteo segue un ordine protocollare: in testa marciano i Chorfa Assouniyine (confraternita) in compagnia degli Oulema, dei Fouquara e degli adepti della Zaouia Hassounya; seguono i ceri, le confraternite religiose e in finale il folklore locale. In questi anni molteplici attività culturali e sociali sono stati previsti come mostre fotografiche sui monumenti di Salé, serate musicali al Mausoleo e una veglia religiosa nel corso della quale vengono recitati versetti del Corano e panegirici. Fu il mistico e grande soufi Sidi Abdallah Benhassoun (1515-1604) designato dal Sultano saadita Ahmed El Mansour Addahabi, l’iniziatore della processione dei ceri e per vegliare sul buon sviluppo del Moussem diventato,nei secoli, ad appannaggio della sua discendenza.
31.620801
-7.983810
Lascia un commento | etichette: 2012, africa, afrik, aid, al, anawi, annivesario, arte, b&b, benessere, benhassoun, blog, ceri, chorfas, city, cortei, Cultura, d, esounyine, feste, folklore, gestione, golfame, heira, hotl albri, informazioni, italiana, maghreb, maoetto, marocchine, maroccino, marocco, marrakech, marrakesh, mawlid, medina, mohammed, monumenti, morocco, moussem, musei, nascita, orari, paolo, processione, processioni, reame, red, religion, religiose, riad, saé, salé, slam, soggiorno, Sport, Storia, sufi, sufisodi abdallah, tradizioni, trasporti, vacanze, viaggi, zaouia | pubblicato in: Agenda
I miei primi pavoni sono arrivati al Bled Taous (trad. Fattoria dei Pavoni) e resto incantato ad ammirarli in tutta la loro magnificienza e regalità. Scrivo di loro oggi perchè sono affascinato dalla loro storia e dal loro legame, a volte profondo, con l’Islam. Il pavone è originario dell’India ma si trova in natura anche nelle foreste dello Sri Lanka, nelle vicinanze di sorgenti d’acqua. Venne, nell’antichità, importato in Grecia e in seguito in tutta l’Europa. Tutti riconoscono il pavone per la sua bellezza senza pari, la sua spettacolare ruota coloratissima composta da oltre 150 piume e il suo aristocratico portamento. In arabo è chiamato Taous. Si racconta che vada alla ricerca di cibi avvelenati ed è per questo che anticamente i ricchi lo allevassero nei loro palazzi per scongiurare complotti omicidi. Nel reame marocchino si racconta che la Terra è un pavone e il Marocco è la sua coda perchè nel pavone non vi è nulla di più bello della coda che brilla di 1000 colori. Alcuni oulemas (teologi islamici) dicono che Iblis faceva parte degli angeli e che era il pavone degli angeli, il più bello, devoto e pio, prima di diventare diavolo. Importante ricordare che in Marocco tutti cercano le ceramiche dette “Tawss coda di pavone”. Si tramanda la storia che fu Alessandro il Grande ad importare dall’India, dove venne ferito, altri dicono dall’Iran, queste preziose ceramiche colorate. Le portò con se quando compì il suo periplo di guerra, dopo la Macedonia sino alla sua sepoltura a Baghdad, in Irak. Vinse tutte le potenze dell’epoca, sempre accompagnato da questi preziosi manufatti che ricordavano il pavone. In generale, il pavone simbolizza il potere e l’eternità perchè le sue piume vengono rinnovate ogni anno. Nella simbologia alchimistica musulmana quando il pavone fa la ruota, simbolizza l’universo, la luna o lo zenith. Esiste una relazione tra la danza rotatoria dei dervisci di Jalal Dine Arroumi (Mewlana) e questa ruota. I sufi dicono che i suoi colori rappresentano la vanità e l’orgoglio di questo mondo e la sua coda a ventaglio rappresenta lo spirito. Una leggenda racconta che Dio fece uscire il gruppo che partecipò al Peccato originale di Adamo inviandoli sulla Terra: Adamo atterrò in India e pianse per 100 anni i suoi peccati mentre Eva si trovò a Jedah, in Arabia Saudita, il serpente poi a Ispahan in Iran con l’angelo-pavone che aiutò Satana ad entrare in Paradiso (secondo Al Azzawi nel 1935 e Lescot nel 1938). Dio tolse la voce al pavone, inibì il suo movimento e distrusse la luminosità del suo piumaggio. Dopo, l’angelo-pavone si pentii dei suoi peccati piangendo per 7.000 anni bruciando sul fuoco dell’Inferno. Pavone è anche il termine usato per identificare gli inventori delle false religioni, Tawawiss, mentre gli angeli sono chiamati Nawamiss (sing. Napouss). Il pavone venne dipinto e scolpito su molti supporti tra le due rive del bacino meditteraneo ed è sempre stato identificato come l’uccello del Buddha Amithaba in Tibet, simbolo di immortalità in India così come tra i musulmani Moghol che regnarono in India e che fondarono la capitale attuale Delhi. È simbolo di pace e di prosperità in Cina e in Vietnam. Tra i buddisti del Nepal è legato alla dea Mahama Yuri che protegge i viaggiatori contro gli otto pericoli del viaggio, tra cui il serpente. Il legame con il numero 12 deriva dai 12 disegni che rappresentano il pavone e tutti i 12 anni era prevista una danza con un sacrificio umano, un serpente, una rondine e un piccione, gettati nel fuoco. Raffigurazioni del pavone si trovano nell’arte bizantina legato all’idea del potere ( a Palermo), ma il pavone si erge a simbolo dell’eternità, a lato della croce oltre ad essere citato nella Bibbia con il re Salomone. Tra i libici è considerato come un animale sacro mentre è considerto tra i greci come l’animale sacro di Giunone. In Siria si trova rappresentato su alcuni manufatti del XII° secolo e tra la setta degli Yazid, di etnia curda, il pavone venne adottato come simbolo nel XII° secolo, ma i sunniti li tacciarono di essere adoratori del Dio Pan che è un diavolo. Questa setta è presente in Irak, in Turchia, in Siria, in Armenia e in Iran e furono proprio gli adepti di questa setta che misero sulla tomba di Addi ben Mossafir un pavone come segno di rispetto e di riconoscenza. L’angelo-pavone è chiamato dagli yazdani Pak o l’Essere Supremo. Dall’epoca in cui l’Iran diventò Sasanide questo uccello rappresenta il potere con il Drago-Pavone mentre in letteratura è Vizir. L’iraniano Faid Addine Al Attar nel suo libro “Dialogo degli uccelli” considera il pavone come l’uccello del Paradiso. Gli iraniani lo citano nei loro poemi con Elias Mahdi. Nell’interpretazione dei sogni secondo Ibn Sirin, il pavone rappresenta un Re nobile ma non arabo. Tante storie, leggende, racconti, che accompagnano da secoli la vita di questo splendido e prezioso animale, simbolo di vanità e affascinante esempio di come la natura abbia forgiato in un uccello la sintesi della Bellezza.
31.620801
-7.983810
Lascia un commento | etichette: africa, afrik, alberghi, antichità, araba, arabia, bellezza, benessere, bibbia, bled, blog, colori, corano, costumi, Cucina, dee, dei, del, eventi, gioco, golf, golfame, hotel, india, informazioni, islam, islamici, islamismo, leggende, lusso, maghreb, marocchine, marocchini, marocco, marrakech, marrakesh, medina, monumenti, morocco, musei, news, numerologia, orari, oriente, origini, paolo, paradiso, pavone, pavoni, piume, politica, re, reale, Religione, riad, ruota, simbologia, società, soggiorno, spettacoli, Sport, Storia, storie, sufi, sufismo, taous, tempo, trasporti, uccelli, uccello, usi, vacanze, viaggi | pubblicato in: Portraits
Come spinta dal vento, la strana vela in vetro e metallo fluttua nell’aria della corte Visconti, al Museo del Louvre di Parigi, che ha chiuso il 2011 con oltre 8,8 milioni di visitatori. Nel cuore del museo, nel nuovo padiglione delle Arti dell’Islam che aprirà le sue porte nell’estate 2012, vent’anni dopo l’audace e contestata Pyramide di Ieoh Ming Pei, si vedrà questa enorme vela, voluta dagli architetti Mario Bellini (milanese) e Rudy Ricciotti (francese, autore delle civiltà mediterranee di Marsiglia). Questo progetto, secondo l’inossidabile patron del Louvre, Henry Loyrette, è nato da una constatazione: troppo a lungo è stata marginalizzata l’arte islamica in seno al Louvre, che era semplicemente presentata in una semplice sezione del dipartimento delle antichità orientali, senza disporre di sale proprie a valorizzare una delle più importanti collezioni al mondo. Un tesoro di oltre 18.000 opere tra grandi elementi di architettura, tappeti, oggetti in vetro, legni arabi intarsiati, ceramiche. Opere che percorrono l’age doré che percorre i secoli tra il VII° e il XIV°, dalla Spagna all’India, dalle civiltà andaluse passando ai mammelucchi e gli ottomani. Dopo cinque anni di lavori, il pubblico scoprirà una costruzione avant-gardiste nel bel mezzo degli angoli storici della corte viscontiana. La spettacolare vela a pannelli triangolari ondulata che ricopre, in trasparenza, 2.800 mq di spazi museografici situati su due livelli. Il costo globale dell’operazione è stato di oltre 100 milioni di euro, finanziato al 30% dallo Stato e dal Louvre. Altri donatori sono stati l’Arabia Saudita (17 milioni di euro), il Marocco, il Kuwait, l’Azerbaïdjan e il Sultanato dell’Oman. A questi si sono aggiunti alcuni mecenati di altre Fondazioni (Bouygues Construction, Lafarge, Orange, Total) ma ad oggi mancano ancora 10 milioni per chiudere l’operazione.

31.620801
-7.983810
Lascia un commento | etichette: africa, afrik, ala, architetti, architettura oggetti, arte, artistici, bellini, blog, corte, Cultura, design, gestione, gof, golfame, informazioni, islam, islamica, italiana, louvre, maghreb, mario, marocchine, marocchini, marocco, marrakech, marrakesh, medina, meteo, morocco, news, orari, paolo, parigi, politica, progetto, reale, Religione, rid, società, soggiorno, sponsor, Sport, tempo, trasprti, vacanze, viaggi, visconti | pubblicato in: Art & Design
Ci sono voluti sei anni di lavori per far partire il nuovo sito del trattamento delle acque usate a Marrakech, con un potenziale di produzione di oltre 33 milioni m3/annui. La stazione, inaugurata dal Re Mohammed VI, tratterà tutte le acque usate della città pari a 120.000 m3 al giorno. Progetto ineguagliato nel continente africano, la stazione dispone di tecnologie avanzate in materia d’energia autoprodotta che coprirà il 43% dei propri fabbisogni, oltre ad un impianto di deodorizzazione delle acque trattate per non inquinare la zona. Voluta da un consorzio pubblico-privato, la stazione ha richiesto un investimento di 1,23 miliardi di Dh, coprendo così le spese vive dell’impianto, le 5 piattaforme di pompaggio e degli 80 km di conduttore. I 33 milioni di m3 d’acqua prodotti, sono destinati ai 5+14 campi da golf della città e della Palmeraie, fatto salvo pioggie intense che potranno coprire il fabbisogno. Le acque recuperate vanno ad incrementare le riserve convenzionali in continuo sollecitamento dalle irrigazioni dei golf e dai numerosi giardini cittadini che sottraggono enormi quantità di acqua alle coltivazioni. Il bisogno annuale della città è pari a 350 milioni di m3, numeri che richiedevano alla Radeema (Società Nazionale delle acque potabili) molti acquisti di palliativi per ottemperare alle numerose richieste, sempre più pressanti a causa anche della scarsità delle pioggie di questi ultimi anni.
31.620801
-7.983810
Lascia un commento | etichette: acqua, acque, africa, afrik, aghreb, benessere, blog, campi, city, costumi, gestione, giardini, golf, golfame, informazioni, irrigazioni, islam, italiana, marocchine, marocchini, marrakech, marrakesh, medina, monumenti, mura, musei, paolo, pioggie, poitica, red, Religione, riad, scarsità, società, usi | pubblicato in: Agenda, Ville Rouge
L’universo femminile politico marocchino ha protestato calorosamente, giovedi’ scorso, durante la presentazione del programma del nuovo Governo, presieduto da Abdelilah Benkirane (segretario del PJD, partito islamico), davanti alle due Camere del Parlamento. Tutte quante alzavano dei cartelli del Movimento per la Democrazia Paritaria mentre davanti al Parlamento moltissime altre manifestavano durante il discorso del capo del governo. All’interno dell’Emiciclo i membri del Governo hanno preso il loro posto, 30 uomini e una sola donna, che quasi annegava in un mare di uomini. “Una donna e 30 uomini?, è questa la parità?”, chiedeva con forza una attivista del Movimento per la Democrazia Paritaria prima di avere un pensiero per la ministra velata Bassima Haqaoui. Per poi pariodare la canzone e intonare il refrain “di 30 uomini al governo, e io, e io, e io”. Giovedì scorso le donne hanno protestato, rivendicato e fustigato. “La nostra presenza qui è un modo per dare voce alla dignità, all’uguaglianza e alla democrazia”, gridava una marocchina in collera. Tutti quelli che hanno risposto all’appello del movimento nato alla vigilia delle elezioni legislative sono corsi per gridare tutta la loro indignazione, tutta la loro collera per questa retromarcia della democrazia e di tutte le conquiste acquisite a suo tempo dai marocchini. “Chi osa ancora parlare di democrazia se la metà della società è stata esclusa dai comandi del potere? E dire che la Costituzione prevede la creazione di un consiglio di uguaglianza! La composizione del governo capitanato da M. Benkirane dimostra che l’uguaglianza non è che uno slogan, un discorso. Per quanto riguarda la parità, siamo molto lontani”, ha affermato un militante dei Diritti Umani. Ad ogni buon conto, le iniziative femminili si moltiplicano. Una petizione è stata avviata dall’Associazione Women’s Tribune, sotto forma di lettera aperta indirizzata al capo del Governo e ai partiti politici, lettera che denuncia la quasi assenza delle donne nell’attuale governo, oltre alla sottorappresentazione negli stati maggiori di tutti i partiti politici nazionali. La petizione si spinge più lontano chiedendo un rimpasto ministeriale e domanda espressamente alla capo dell’esecutivo di identificare nell’immediato i mezzi per correggere questa ingiustizia che crea un grave danno all’immagine del paese, sia al suo interno che all’estero. Inizia bene il nuovo Governo, dopo le tante promesse nella campagna elettorale a favore delle donne marocchine come la non obbligatorietà nell’indossare il velo, la parità tra i sessi e molto altro ancora. Parafrasando una famosa canzone si trattava di “parole, parole, parole”.
31.620801
-7.983810
1 commento | etichette: africa, afrik, alberghi, benkirane, camera, costumi, diritti, gestone, golf, golfame, governo, hotel, islam, italiana, maghreb, marcco, marocchine, marocchini, marrakech, marrakesh, onne, paria, parlamento, pjd, politica, protesta, quote, rappresentanti, Religione, riad, rosa, società, Sport, umani, usi, vacanze, viaggi | pubblicato in: Sociale
All’estremità del Reame, a 30 km appena dal Tropico del Cancro (come l’Havana e le Hawai), a due passi dalla frontiera mauritana, coabitano due immensità che sembrano agli opposti ma che si amalgamano e si nutrono l’una dell’altra. Due mondi che si dividono nomadi e marinai, due orizzonti separati da un appendice di roccie e di sabbia. La penisola di Dakhla, territorio in parte vergine dalla bellezza fragile, è all’alba di un abbellimento turistico annunciato, nella sua baia paradisiaca là dove le sabbie sahariane incontrano l’Oceano Atlantico. Da queste nozze memorabili è sorto un luogo di stupefacente bellezza e diversità dove regna sia in estate che in inverno un clima unico e raro. Resoconto di un viaggio.

Sulla punta meridionale della baia del Rio de Oro si stacca la silhouette dell’antica città di Villa Cisneros, fondata nel 1884. Oggi la capitale amministrativa ed economica della Regione Oued Eddahab – Lagouira non è più un posto di frontiera avanzato del Maghreb, scalo certificato di malfattori e gente di sporco commercio, in transito verso l’Africa subsahariana. Dopo la fine del Protettorato spagnolo nel 1976, Rabat ha largamente investito in questa terra sahraoui. La stabilità politica, i vantaggi fiscali, le Società e le infrastrutture moderne, hanno attirato investitori, popolazioni di pescatori, di nomadi, di contadini, di “immigrati” arrivati qui dal nord, sviluppando intense attività come il nuovo porto di pesca commerciale, attività legate al turismo e servizi. In pochi anni la piccola città orizzontale e bianca, dalle stradine piene di sabbia,è mutata, indossando l’abito della festa. Se dei quartieri interi, una corniche pedonale e delle grandi piazze hanno visto la luce, lo charme di certe strade spagnoleggianti dimora indisturbato e magico, da sempre. Al crepuscolo la città si anima di gente festante, che tira tardi nella magica notte dei suoi quartieri by night affacciati sulla laguna. Il successo di questa Regione e di questa città è imperativamente dovuto e composto da un ecosistema di una ricchezza e di uno splendore rari, che abbina il piacere dell’acqua ad un entroterra scenografico fatto di dune aride e superbe. Se la baia di Dakhla, che beneficia di condizioni climatiche ottime, con temperature che variano tra i 15 e i 25° durante tutto l’anno, puo’ promettere meraviglie ai suoi visitatori è per via del suo santuario ecologico classificato con diversi titoli: Zona umida d’importanza mondiale (Ramsar), Zona importante per la conservazione degli uccelli migratori (Zico), Sito di interesse biologico ed ecologico (Sibe). Una fauna e una avifauna eccezionale composta di aquile reali, falchi, anatre, iene striate, gazzelle, fennec, fenicotteri rosa, cormorani, per un totale di oltre 600.000 uccelli che ogni anno fanno scalo durante le loro lunghe migrazioni, a cui si aggiungono delfini, balene, tartarughe marine, granchi violinisti, e una delle ultime colonie al mondo della foca monaca, che ha trovato rifugio nelle grotte a sud della penisola. Un miracolo di vita, in barba alla pressione demografica, che concilia gli appettiti dei promotori immobiliari, lo sviluppo economico, il progresso sociale, la crescita costante del turismo e il rispetto per l’ambiente.
Dakhla è situata sulla stessa latitudine delle Hawai ed è considerata dagli specialisti il secondo spot al mondo per la pratica degli sport d’acqua. Con un litorale immacolato, venti costanti dai 20 ai 35 nodi, un mare piatto e calmo sulla baia, la perla del Grande Sud è un terreno di gioco per il surf, il kitesurf, il windsurf, sports in voga che ogni anno danno luogo ad una prestigiosa competizione internazionale. Un sito ideale per gli amanti del bird-watching, dei mammiferi marini, della pesca sportiva. Senza dimenticare che come Casablanca, Agadir, Tarfaya o Novadhibou, l’antica Villa Cisneros fu negli anni ’20 una delle tappe mitiche dei pionieri dell’Aéropostal: piloti eroici che consegnavano i corrieri, mettendo a repentaglio la propria vita, da Tolosa a S.Louis del Senegal, sino all’America Latina. Se i SuperPuma hanno oggi sostituito le antiche Latécoère, gli splendori che Mermoz, Saint-Exupéry o Guillaumet hanno ammirato dai loro aerei sono rimasti quasi intatti.

Info pratiche: Dakhla è collegata via aerea con Casablanca (3 voli settimanali). In auto da Marrakech calcolate circa 10 ore di tragitto. www.royalairmaroc.com
Dove dormire: Hôtel Bab Al Bahar (Best Western) a partire da 100 euro a notte la camera doppia – 00212 528931440 – 00212 528931440 www.bab-al-bahar.com
Hôtel Riad Calipau Sahara a partire da 180 euro la doppia – Suite Royale con piscina privata di acqua di mare a 400 euro la notte – 00212 528898886 – 00212 528898886 www.calipau-sahara.com
A 30 km dal centro città Dakhla Attitude, 25 tende e 52 bungalow immersi nella natura. Prezzi a partire da 245 Euro alla settimana www.dakhla-attitude.com
Dove mangiare: Villa Dakhla – Una parigina del quartiere di Montparnasse, innamorata di queste terre ha aperto questo ristorante, unico per la sua nouvelle cusine con prodotti locali. Parmientier di cammello, millefoglie di orata con pomodorini ciliegia e basilico e le famose ostriche di Dakhla (6 per 5 euro).
La Maison du Thé – Locale lounge per degustare oltre 200 tipi di thé o mangiare in un locale assolutamente chic. Menù alla carta a partire da 200 dh.

31.620801
-7.983810
Lascia un commento | etichette: Ambiente, atlantico, baia, bird, blog, city, dakla, dune, fauna, flora, foca, gestione, golf, golfame, hotel, info, italiana, marocchino informazioni, marocchio, marocco, marrakech, marrakesh, medina, monaca, morocco, nazionale, oceano, orari, parco, pratiche, reame, red, riad, sahara, soggiorno, spiaggia, surf, trasporti, turismo, vacanze, viaggi, voli, watching | pubblicato in: Portraits
Il progetto archeologico di Aghmat ha avuto inizio nel 2005, nel quadro di una convenzione tra l’Istituto Nazionale delle Scienze dell’Archeologia e del Patrimonio e l’Università statunitense de Vanderbilt. La direzione è stata affidata a Ronald Messier, Abdallah Fili e Larbi Erbati. Il progetto ha lo scopo di far emergere l’antico Hammam di Aghmat, sprofondato sotto un campo ad uso agricolo e diversi nuclei abitativi della leggendaria città, prima capitale del regno marocchino, distante pochissimi km da Marrakech. La città di Aghmat, che fu anche una base idrisside prospera, poi capitale dell’emirato ” dei Maghraoua ”, sino alla metà dell’XI° secolo, divenne in seguito la capitale degli Almoravidi che la lasciarono dopo l’edificazione della città di Marrakech. I lavori sono stati finanziati dall’ambasciatore Frederik Vreeland e da sua moglie Vanessa, l’Istituto Americano degli studi Magrebini e dalla Commisione marocco-americana. Dal 2009, la Fondazione Aghmat è stata ufficializzata con la volontà di Moulay Abdallah Alaoui (PDG di MIFA Groupe) alfine di proseguire le ricerche archeologiche e preservare le vestigia scoperte. Uno sforzo notevole è stato fatto per acquisire i 2,5 ettari di terreno che ospiterà un centro di interpretazione e un museo dove gli oggetti recuperati saranno visibili. Alcuni lavori di restauro sono stati intrapresi per arrivare all’apertura del sito al pubblico e partecipare allo sviluppo locale di questa città millenaria. Il progetto archeologico di Aghmat ha ricevuto il sostegno delle autorità locali e in particolare del Governo della Provincia di Haouz Bouchaib El Moutaouaki, che ne ha fatto un valore aggiunto per tutta la comunità di Aghmat e per il suo sviluppo. L’Hammam monumentale scoperto dagli scavi è situato nel centro del tessuto urbano della antica città. La sua planimetria è di forma trapezoidale costituita da tre sale coperte da una volta in pietre di fiume fissate con calce. Le dimensioni della sala calda sono meno importanti rispetto alle altre ma la sua altezza supera di gran lunga le altre due sale. La planimetria è chiaramente diversa dagli hamman islamici dell’epoca conosciuti in Marocco e nell’Al-Andalus in epoca almohade (Ksar es-Saghîr) e in epoca merinide (Chellah, Fès, Rabat). Per contro, presenta delle correlazioni evidenti con alcuni hammam andalusi dell’XI° e XII° secolo (Jaen, Valencia).
Nel lato sud dell’hammam si trova una zona indipendente che i ricercatori attribuiscono ad una maestosa sala di riposo con relativi spogliatoi. Si presenta sotto forma di una corte centrale a cielo coperto, contornata di gallerie sui quattro lati e un soffitto in mattoni cotti disposti ad arco. I lati est e ovest ospitano delle panche in muratura destinate al riposo dei corpi provati dal calore e dalla fatica. Il centro della corte è abbelito da una superba e perfetta vasca ottogonale. La forma ottogonale è una forma geometrica onnipresente nell’architettura islamica (moschee, fontane, giardini) e simboleggia il passaggio del quadrato al cerchio: la Terra con i suoi quattro punti cardinali al Cielo, spazio unico e infinito. Bisogna dunque non sminuire questa forma geometrica ad una semplice posizione di due quadrati, perchè è la rappresentazione di una simbologia ricca di rappresentazioni religiose e astrologiche. Con il sondaggio effettuato all’interno della sala fredda della costruzione si è risalito alla sua datazione con il carbonio rilevando la sua origine al X° secolo D.C. e il suo abbandono verso il XIV° secolo. Questo hammam corrisponde ad una tappa gloriosa della città di Aghmat quando godeva del ruolo di capitale regionale, un secolo e mezzo prima della fondazione di Marrakech. Per definire l’Hammam nel suo contesto urbano, la comprensione di quello che lo circonda è indispensabile. Una prospezione magnetica con penetrazione radar, capace di definire le strutture interrate a diversi metri di profondità è stata attuata dlla Fondazione. Questo metodo economico ha permesso di disegnare la trama dell’edificio e degli spazi circostanti.
Una mappa è oggi in corso di realizzazione che riguarda anche la scoperta di un palazzo borghese, situato all’altro lato del campo, che è riconducibile allo stesso periodo. Un edificio rettangolare organizzato attorno ad alcuni bacini e circondato da colonne che formano due gallerie ai lati est e ovest della struttura. A nord, una sala occupa l’insieme della facciata. E’ accessibile grazie ad una grande porta ornata da zellij. I bacini, di forma rettangolare si impongono al centro della corte a gallerie dell’edificio. E’ difficile nello stato attuale delle ricerche di precisare queste tripartizioni e il futuro risultato dell’evoluzione di questa struttura. Si tratta comunque di un palazzo la cui struttura è solida ed equilibrata, che si estende su 250 mq. I lavori continuano per definire le componenti di questo edificio e dei suoi limiti. Il Palazzo di Aghmat risale al XIV° secolo ma rivela dei rifacimenti in epoche successive che permettono di supporre la sua evoluzione su di un periodo storico importante prima del suo abbandono. Sui luoghi degli scavi è stata scoperta poi una canalizzazione medioevale (Tassoltan Qabila) che alimentava con acqua potabile l’Hammam e altri edifici circostanti. Un parte di questo prezioso puzzle è in fase di ricostruzione. In effetti, questa canalizzazione, orientata a nord-sud, è parte di un gruppo complesso e performante, che permetteva la distribuzione dell’acqua potabile all’intera città. Nella sua parte nord, è divisa in due canali di cui uno si dirige verso la vasca ottogonale e l’altra verso l’interno dell’Hammam. Personalmente ho avuto l’onore e il piacere di visitare questi luoghi storici grazie anche all’aiuto del guardiano presente sul sito e, l’emozione è stata forte. Si presume che il complesso archeologico di Aghmat possa aprire a breve le sue porte a tutti gli appassionati. Nel mese di giugno 2012 proseguiranno i lavori di recupero del palazzo, ora fermi per mancanza di fondi. Aghmat dista circa 20 km da Marrakech e si trova sulla strada che conduce nella vallata dell’Ourika. Nella stessa zona sono visitabili una decina di mausolei di sapienti ed eruditi importanti che hanno fatto grande la storia di Aghmat come fondamentale crocevia del sufismo.

31.620801
-7.983810
Lascia un commento | etichette: africa, afrik, aghmat, alaouiti, alberghi, archelogici, archeologia, arte, ausolei, benessere, blog, capitale, città, city, costumi, Cultura, d, eruditi, fondazione, golf, golfame, hammam, hotel, idrissi, informazioni, infos, islamica, maghreb, marocco, marrakech, marrakesh, meina, merinidi, monumenti, morocco, musei, museo, news, orari, palazzo, palmeraie, paolo, politica, red, Religione, riad, sapienti, scavi, società, soggiorno, Sport, sufi, sufismo, trasporti, usi, vacanze, viaggi, voli | pubblicato in: Cultura, Portraits
2300 anni fa, una città venne eressa, occupando le colline che dominano la valle del Bouregreg. Fenici e Cartaginesi vi fecero scalo prima che Romani si installassero al tempo di Tolomeo, nei primi secoli A.C., chiamandola Sala (Chellah) e che Antonino poi trasformò in Sala Colonia. Dopo la conquista araba nel VIII° secolo, Chellah conobbe un lungo declino. Tuttavia, il Sultano merinide Abou Al-Hassan, decise di fondare (XIV° secolo) una Ribat che chiamò “Al-Ribat Al Moubarak”. Oggi, questo sito storico è diventato un luogo prediletto per i turisti e i R’batis (abitanti di Rabat) e si trasforma in luogo di cultura ospitando mostre e convegni. Protetta da una cinta muraria con grandi torri e tre porte monumentali che riflettono l‘arte merinide, Chellah ospita nei suoi spazi dentro le mura numerosi monumenti arabo-islamici oltre a diverse vestigia romane come il forum, le strade, i resti dei magazzini e delle case, la necropoli, dove si trova attualmente il Mausoleo di Abou Al-Hassan, gli Hammam, il Fondouk, la Madrassa (scuola coranica) e la Moschea merinide, oltre ad altri resti islamici anteriori e posteriori all’epoca merinide. Inoltre, il sito di Chellah ospita una vegetazione lussureggiante, una sorta di parco lasciato in parte allo stato naturale, rifugio prediletto per le cicogne e diversi altri uccelli durante tutto l’anno.
Storicamente , il nome (Salé, la nuova) che venne donato a Rabat dai Mariscani non figura nelle fonti arabe della Storia del Marocco; per contro, l’espressione romana Salad Colonia Romand di Chellah divenne in seguito abbreviata con Salé la vecchia, capitale dei principi znatis nel IV° secolo dell’Hegira. Situata sulla collina dominante il Bouregreb a sud-est di Rabat, il sito di Chellah o l’antica Sala Colonia, rinvia a più lontane presenze umane della vallata, lasciando intravedere una presenza fenicia e cartaginese, seguita poi dai Romani che costruirono una città e un porto fluviale. L’atmosfera interna della cinta muraria testimonia l’usura del tempo del conflitto perpetuo tra la pietra e la vegetazione: le rovine si degradano sempre più velocemente ingoiando le vestigia di una civilizzazione millenaria. Questo sito minacciato partecipa alla sacralizzazione della natura che ingobla le sue mura, le sue porte monumentali e infine il suo sito archeologico, prezioso e unico. Nella Chellah si trovano tre tombe: quella di Sidi Amer Al-Mesnaoui (a destra), quella di Sidi Yahya (in centro) e infine quella di Sidi Lahen Al Imam (a destra). Per quanto riguarda i minareti di Chellah, si intravedono attraverso una vegetazione impressionante ed ospitano i nidi delle cicogne. L’architettura merinide, molto ricercata, mette in risalto delle torri decorate, tenendo conto che i merinidi introdussero all’epoca gli zellij e le piastrelle. Con il minareto di Hassan II, la Kasbah Oudays a Rabat, Chellah figura come uno dei monumenti più carichi di storia: Chellah segna il passaggio di diverse civiltà che giocarono un ruolo preponderante: Fenici, Cartaginesi, Romani e infine gli Arabi, che hanno lasciato delle testimonianze fondamentali dell’architettura occidentale e islamica.

.
31.620801
-7.983810
Lascia un commento | etichette: afrik, alberghi, archeologia, archeologiche, benessere, blog, cartaginesi, chellah, cit, città, costumi, fauna, fenici, flora, frica, geografia, gestione, golf, golfame, hammam, hotel, info, informazion, italiana, marocchine, marocchini, marocco, marrakech, marrakesh, mausolei, medina, mghreb, mohammed, monumenti, morocco, mura, news, paol, parco, rabat, reame, red, Religione, riad, romani, rossa, rovine, salé, scavi, società, soggiorno, souk, souks, Sport, Storia, storici, usi, vacanze, VI, viaggi | pubblicato in: Portraits